IL SUDARIO DI GESÙ
LA SACRA SINDONE DI TORINO

La Sindone fotografata da Giuseppe Enrie (1931). In alto
l'immagine dorsale (capovolta), in basso quella frontale. Ai lati delle
immagini si vedono le bruciature dell'incendio del 1532 e i relativi rattoppi
(rimossi nel 2002)
La Sindone di Torino, nota anche come Sacra Sindone o Santa
Sindone, è un lenzuolo di lino conservato nel Duomo di Torino, sul quale è
visibile l'immagine di un uomo che porta segni interpretati come dovuti a
maltrattamenti e torture compatibili con quelli di un condannato alla crocefissione
e descritti nella passione di Gesù. Molte persone identificano la vittima di
tali torture con Gesù e il lenzuolo con quello usato per avvolgerne il suo
corpo nel sepolcro.
Il termine "sindone" deriva dal greco σινδών
(sindon), che indicava un ampio tessuto, come un lenzuolo, e che se specificato
poteva essere di lino di buona qualità o tessuto d'India. Anticamente il
termine "sindone" era generico e non collegato alla sepoltura, ma
oggi il termine è ormai diventato sinonimo del lenzuolo funebre di Gesù.
Nel 1988, l'esame del carbonio-14 sulla Sindone, eseguito
contemporaneamente e indipendentemente dai laboratori di Oxford, Tucson e
Zurigo, ha datato la sindone in un intervallo di tempo compreso tra il 1260 e
il 1390, periodo corrispondente all'inizio della storia della Sindone
certamente documentata. Tale datazione è messa in discussione da alcuni
studiosi, in particolare per le contaminazioni subite dalla Sindone nei secoli
(una fra tutte l'incendio che l'ha parzialmente danneggiata).
Le esposizioni pubbliche della Sindone sono chiamate
ostensioni (dal latino ostendere, "mostrare"). Le ultime sono state
nel 1978, 1998, 2000, 2010, 2013 (quest'ultima soltanto televisiva), dal 19
aprile al 24 giugno 2015 e l'11 aprile 2020 (anche quest'ultima solo
televisiva, in occasione del sabato santo occorso durante la pandemia di
COVID-19).
Storia
Gli storici sono d'accordo nel ritenere documentata con
sufficiente certezza la storia della Sindone a partire dalla metà del XIV
secolo: risale infatti al 1353 la prima testimonianza storica.
La prima notizia riferita con certezza alla Sindone che oggi
si trova a Torino risale al 1353: il 20 giugno il cavaliere Goffredo (Geoffroy)
di Charny, che aveva fatto costruire una chiesa nella cittadina di Lirey dove
risiedeva, dona alla collegiata della stessa chiesa un lenzuolo che dichiara essere
la Sindone che avvolse il corpo di Gesù. Egli non spiega però come ne sia
venuto in possesso.
Il possesso della Sindone da parte di Goffredo è comprovato
anche da un medaglione votivo ripescato nel 1855 nella Senna, conservato al
Museo Cluny di Parigi: su di esso sono raffigurati la Sindone (nella
tradizionale posizione orizzontale con l'immagine frontale a sinistra), le armi
degli Charny e quelle dei Vergy, il casato di sua moglie Giovanna.
Alcune notizie su questo periodo ci vengono dal cosiddetto
"memoriale d'Arcis", una lettera indirizzata nel 1389 da Pietro
d'Arcis, vescovo di Troyes, all'antipapa Clemente VII (che era riconosciuto in
quel momento in Francia come papa legittimo) per protestare contro l'ostensione
organizzata in quell'anno da Goffredo II, figlio di Goffredo. D'Arcis scrive
che la Sindone era stata esposta una prima volta circa trentaquattro anni
prima, quindi nel 1355 (alcuni storici propendono invece per la data del 1357,
dopo la morte di Goffredo, ucciso in battaglia a Poitiers il 19 settembre 1356),
attirando in loco molti fedeli e donazioni, fatto che aveva portato il suo
predecessore, Enrico di Poitiers, ad indagare sui fatti. I teologi consultati
da Enrico di Poitiers, aggiunge, avevano assicurato che non poteva esistere una
Sindone con l'immagine di Gesù, perché i Vangeli ne avrebbero sicuramente
parlato, e inoltre durante le indagini un pittore aveva confessato di
averla dipinta; ma d'Arcis non ne indica il nome. Secondo
quanto riportato da d'Arcis, il suo predecessore aveva quindi aperto un
procedimento contro il decano di Lirey per via di sospetti sull'autenticità del
telo, ma come conseguenza questo era stato nascosto, perché non potesse essere
sequestrato ed esaminato. Sempre secondo il memoriale, sarebbe stato il decano
della collegiata di Lirey, al tempo Robert de Caillac, che aveva effettuato la
prima ostensione, ad essersi procurato il telo.
Sul memoriale d'Arcis sono però stati sollevati dubbi,
soprattutto da fonte autenticista. Non si conoscono altre conferme che Enrico
di Poitiers abbia effettivamente aperto un'inchiesta e in una sua lettera a
Goffredo di Charny del 1356 non fa alcun cenno alla Sindone. Alcuni storici
suggeriscono che Pietro d'Arcis volesse far dichiarare falsa la Sindone, nuovamente
esposta all'adorazione dopo alcuni decenni, perché essa attirava i pellegrini a
Lirey, facendo così calare le entrate della cattedrale di Troyes, in quanto
proprio nel 1389 il tetto di quest'ultima era crollato e la sua ricostruzione
richiedeva certamente molto denaro; questo tuttavia non spiegherebbe l'assenza
di ostensioni da parte dei Charny nei decenni precedenti.
Goffredo II invia a sua volta un memoriale di segno
contrario e nel 1390 l'antipapa Clemente VII decreta una soluzione di compromesso,
emanando 4 bolle: da una parte è autorizzata l'esposizione della Sindone a
patto che si dichiari che si trattava di una pictura seu tabula, cioè un
dipinto («si dica ad alta voce, per far cessare ogni frode, che la suddetta
raffigurazione o rappresentazione non è il vero Sudario del Nostro Signore Gesù
Cristo, ma una pittura o tavola fatta a imitazione del Sudario»); dall'altra, a
Pietro d'Arcis è chiesto di cessare le critiche contro il telo.
Nei decenni successivi scoppia una disputa per il possesso
della Sindone. All'incirca nel 1415 il conte Umberto de la Roche, marito di
Margherita di Charny, figlia di Goffredo II, prende in consegna il lenzuolo per
metterlo al sicuro in occasione della guerra tra la Borgogna e la Francia.
Margherita si rifiuta poi di restituirlo alla collegiata di Lirey, reclamandone
la proprietà. I canonici la denunciano, ma la causa si protrae per molti anni e
Margherita comincia a organizzare una serie di ostensioni nei viaggi in giro
per l'Europa; intanto Umberto muore nel 1448. Nel 1449 a Chimay, in Belgio,
dopo una di queste ostensioni il vescovo locale ordina un'inchiesta, a seguito
della quale Margherita deve mostrare le bolle papali in cui il telo viene
definito una raffigurazione; come conseguenza l'ostensione viene interrotta e
lei viene espulsa dalla città. Negli anni successivi continua a rifiutare di
restituire la Sindone finché, nel 1453, la vende ai duchi di Savoia.
Successivamente, nel 1457, a causa di questi suoi comportamenti, viene
scomunicata.
Chambéry
I Savoia conservano la Sindone nella loro capitale,
Chambéry, dove nel 1502 fanno costruire una cappella apposita; nel 1506
ottengono da Giulio II l'autorizzazione al culto pubblico della Sindone con messa
e ufficio proprio.
La notte tra il 3 e il 4 dicembre 1532 la cappella in cui la
Sindone è custodita va a fuoco e il lenzuolo rischia di essere distrutto; un
consigliere del duca, due frati del vicino convento e alcuni fabbri forzano i
cancelli e si precipitano all'interno, riuscendo a portare in salvo il
reliquiario d'argento, che era già avvolto dalle fiamme. Alcune gocce d'argento
fuso erano però cadute sul lenzuolo, bruciandolo in più punti.
La Sindone è affidata alle suore clarisse di Chambéry, che
la riparano, applicando dei rappezzi alle bruciature più grandi e cucendo il
lenzuolo su una tela di rinforzo. Nel frattempo, poiché si è diffusa la voce
che la Sindone sia andata distrutta o rubata, si tiene un'inchiesta ufficiale
che, ascoltate le testimonianze di coloro che hanno visto il lenzuolo prima e
dopo l'incendio, certifica che si tratta dell'originale. La Sindone viene di
nuovo esposta pubblicamente nel 1534.
Nel 1535 il Ducato di Savoia entra in guerra: il duca Carlo
III deve lasciare Chambéry e porta con sé la Sindone. Negli anni successivi il
lenzuolo soggiorna a Torino, Vercelli e Nizza; soltanto nel 1560 Emanuele
Filiberto, successore di Carlo III, può riportare la Sindone a Chambéry, dove
rimane per diciotto anni.
Torino
Dopo aver trasferito la capitale del ducato da Chambéry a
Torino nel 1563, nel 1578 il duca Emanuele Filiberto decide di portarvi anche
la Sindone. L'occasione si presenta quando l'arcivescovo di Milano, san Carlo
Borromeo, fa sapere che intende sciogliere il voto, da lui fatto durante
l'epidemia di peste degli anni precedenti, di recarsi in pellegrinaggio a piedi
a visitare la Sindone. Emanuele Filiberto ordina di trasferire la tela a Torino
per abbreviargli il cammino, che san Carlo percorre in cinque giorni.
La Sindone, però, non viene più riportata a Chambéry: da
allora resterà sempre a Torino, salvo brevi spostamenti. Nel 1694 viene
collocata nella nuova cappella appositamente costruita, edificata tra il duomo
e il palazzo reale dall'architetto Guarino Guarini; successivamente la Sindone
viene trasferita e custodita nella cattedrale di Torino, nell’ultima cappella
della navata sinistra, sotto la tribuna reale.
Nel 1706 Torino è assediata dai francesi e la Sindone viene
portata per breve tempo a Genova; dopo questo episodio non si muoverà più per
oltre duecento anni, rimanendo a Torino anche durante il periodo dell'invasione
napoleonica. Solo nel 1939, nell'imminenza della Seconda guerra mondiale, viene
nascosta nel santuario di Montevergine in Campania, dove rimane fino al 1946;
questo è a tutt'oggi il suo ultimo viaggio.
In occasione dell'ostensione pubblica del 1898, l'avvocato
torinese Secondo Pia, appassionato di fotografia, ottiene dal re Umberto I il
permesso di fotografare la Sindone. Superate alcune difficoltà tecniche, il Pia
esegue due fotografie e al momento dello sviluppo si accorge che l'immagine
della Sindone sul negativo fotografico appare "al positivo", vale a
dire che l'immagine stessa è in realtà un negativo. La notizia fa discutere e
accende l'interesse degli scienziati sulla Sindone, dando inizio a un'epoca di
studi che fino a oggi non si è conclusa.
Non manca chi accusa il Pia di avere manipolato le lastre,
ma nel 1931 viene eseguita una nuova serie di fotografie, affidata a Giuseppe
Enrie[8]. Per evitare polemiche, tutte le operazioni vengono svolte in presenza
di testimoni e certificate da un notaio. Le fotografie di Enrie confermano la
scoperta del Pia e dimostrano che non vi era stata alcuna manipolazione.
Nel 1959 viene fondato il Centro Internazionale di
Sindonologia, con lo scopo di promuovere studi e ricerche sulla Sindone di
Torino.
Nel 1973 vengono effettuati i primi studi scientifici
diretti, a opera di una commissione nominata dal cardinale Michele Pellegrino.
Una campagna di studi più approfondita si svolge nel 1978, quando la Sindone
viene messa per cinque giorni a disposizione di due gruppi di studiosi, uno
statunitense (lo STURP) e uno italiano.
Nel 1983 muore Umberto II di Savoia, ultimo re d'Italia: nel
suo testamento egli lascia la Sindone in eredità al Papa. Giovanni Paolo II
stabilisce che essa rimanga a Torino e nomina l'arcivescovo della città suo
custode.
Nel 1988 tre laboratori internazionali eseguono l'esame del
carbonio 14: la Sindone viene datata agli anni 1260-1390, ma il risultato viene
contestato da numerosi sindonologi.
Nella notte tra l'11 e il 12 aprile 1997 un incendio
scoppiato nella cappella della Sacra Sindone, o cappella del Guarini, mette di
nuovo in pericolo la Sindone. La Sindone, tuttavia, non viene direttamente
interessata dall'incendio poiché il 24 febbraio 1993, per consentire i lavori
di restauro della cappella, era stata provvisoriamente trasferita (unitamente
alla teca che la custodiva) al centro del coro della cattedrale, dietro
all'altare maggiore, protetta da una struttura di cristallo antiproiettile e
antisfondamento appositamente costruita.
Nel 2002 la Sindone viene sottoposta a un intervento di
restauro conservativo: vengono rimossi i lembi di tessuto bruciato
nell'incendio del 1532 e i rattoppi applicati dalle suore di Chambéry; anche il
telo di sostegno (la "tela d'Olanda") applicato nel 1534 viene
sostituito. Il lenzuolo inoltre viene stirato meccanicamente per eliminare le
pieghe e ripulito dalla polvere.
Nel 2009 la proprietà della Sindone è stata messa in
discussione: secondo il costituzionalista Francesco Margiotta Broglio, con
l'entrata in vigore della Costituzione repubblicana (1º gennaio 1948) la Sindone
è diventata proprietà dello Stato italiano in base alla XIII disposizione,
comma 3, e il legato testamentario di Umberto II è di conseguenza nullo. Si
potrebbe assumere che la Santa Sede abbia ormai acquisito la proprietà della
Sindone per usucapione, essendo trascorso il termine di legge senza che lo
Stato italiano ne abbia rivendicato la proprietà; tuttavia, essendo la
Costituzione una fonte del diritto di rango superiore alle disposizioni di
legge ordinaria disciplinanti la proprietà, la questione rimane controversa e
di non facile soluzione. Sulla questione è stata presentata un'interrogazione
parlamentare.
Per l'ostensione del 2010, iniziata il 10 aprile e terminata
il 23 maggio, oltre 1 700 000 pellegrini hanno prenotato la visita alla Sindone
presso il duomo di Torino.
Un'altra ostensione si è svolta dal 18 aprile al 24 giugno
2015. Il periodo è stato più lungo (67 giorni) rispetto a quello di altre
esposizioni del Telo, sia per la visita del papa Francesco (avvenuta il 21 giugno),
sia per la concomitanza con le celebrazioni del giubileo salesiano (200 anni
dalla nascita di don Bosco).
Ipotetica storia
antecedente il 1353
Parte di coloro che considerano la Sindone più antica del
1353 prova anche a tracciarne la storia nei secoli precedenti.
Tra i fautori dell'autenticità del lino quale il lenzuolo
funebre di Gesù, risalente alla Terra di Israele del I secolo, non manca chi
sostiene l'ipotesi secondo cui la Sindone di Torino sarebbe da identificare con
il mandylion o "Immagine di Edessa", un'icona di Gesù molto venerata
dai cristiani d'Oriente scomparsa nel 1204 (questo spiegherebbe l'assenza di
documenti che si riferiscano alla Sindone in tale periodo). In questo caso,
occorrerebbe ipotizzare che il telo di Edessa, che è descritto come un
fazzoletto, fosse esposto solo ripiegato più volte e in modo tale da mostrare
unicamente l'immagine del volto.
Il lenzuolo
La Sindone è un lenzuolo di lino di colore giallo ocra,
avente forma rettangolare di dimensioni di circa 441 cm x 111 cm. In
corrispondenza di uno dei lati lunghi, il telo risulta tagliato e ricucito per
tutta la lunghezza a otto centimetri dal margine.
Il lenzuolo è tessuto a mano con trama a spina di pesce e
con rapporto ordito-trama di 3:1.
Il lenzuolo è cucito su un telo di supporto, pure di lino,
delle stesse dimensioni: il supporto originale, applicato nel 1534, è stato
sostituito nel 2002 con un telo simile più recente.
Le bruciature più vistose sono state causate dall'incendio
scoppiato il 4 dicembre 1532 nella Sainte Chapelle di Chambéry, in cui la
Sindone rischiò di essere distrutta. Un oggetto rovente (delle gocce d'argento
fuso, oppure una parte del reliquiario) aprì nel lenzuolo numerosi fori di
forma approssimativamente triangolare, disposti simmetricamente ai lati
dell'immagine in quanto il lenzuolo era conservato ripiegato più volte su sé
stesso. Nel 1534 le suore clarisse di Chambéry ripararono i danni cucendo sui
fori delle pezze di tessuto e impunturando la Sindone su un telo di supporto
della stessa grandezza. Nel 2002, in un intervento di restauro conservativo,
tutti i rappezzi sono stati rimossi e il telo di supporto originale è stato
sostituito con un altro più recente.
Altre bruciature, più piccole, formano quattro gruppi di
fori approssimativamente circolari o lineari. Il colorito delle bruciature
varia in ragione delle temperature alle quali furono esposti le parti di
tessuti[24]. In questo caso la Sindone doveva essere piegata in quattro (una
volta nel senso della lunghezza e una nel senso della larghezza). Un'ipotesi
per la loro formazione è che la Sindone venisse esposta vicino a delle torce
accese. Non si conosce l'evento che li produsse ma fu certamente anteriore al
1516, poiché compaiono in una copia della Sindone dipinta in tale data e
conservata a Lierre.
L'immagine
Il lenzuolo riporta due immagini molto tenui che ritraggono
un corpo umano nudo, a grandezza naturale, una di fronte (immagine frontale) e
l'altra di schiena (immagine dorsale); sono allineate testa contro testa,
separate da uno spazio che non reca tracce corporee. Sono di colore più scuro
di quello del telo.
L'immagine appare essere la proiezione verticale della
figura dell'Uomo della Sindone: le proporzioni del corpo sono infatti quelle
che si osservano guardando una persona direttamente o in fotografia, mentre
l'immagine ottenuta stendendo un lenzuolo a contatto col corpo dovrebbe
apparire distorta, ad esempio il viso dovrebbe apparire molto più largo.
Il corpo raffigurato appare quello di un maschio adulto, con
la barba e i capelli lunghi.
L'immagine è poco visibile a occhio nudo e può essere
percepita solo a una certa distanza (uno-due metri, mentre avvicinandosi sembra
scomparire). Come scoprì Secondo Pia nel 1898, l'immagine è "al
negativo", cioè i chiaroscuri sono invertiti rispetto a quelli naturali:
infatti essa appare come "positiva" sul negativo fotografico
acquisito in luce visibile. Si noti però che l'immagine appare come
"positiva" su un positivo fotografico acquisito nell'infrarosso (8-14
micrometri).
Il restauro del 2002
Nel 2002 la Sindone è stata sottoposta a un intervento di
restauro conservativo: sono stati rimossi i lembi di tessuto bruciato
nell'incendio del 1532 e i rattoppi applicati dalle suore di Chambéry; anche il
telo di sostegno (la "tela d'Olanda") applicato nel 1534 è stato
sostituito. Il lenzuolo inoltre è stato stirato meccanicamente per eliminare le
pieghe e ripulito dalla polvere; a seguito della stiratura le dimensioni della
Sindone sono aumentate di circa 5 cm in lunghezza e 2 cm in larghezza.
Le modalità del restauro sono state criticate da diversi studiosi.
Essi hanno criticato il fatto che non si sia colta l'occasione per eseguire
nuovi esami: in particolare si sarebbe potuto ripetere il test del Carbonio 14
sui lembi di tessuto carbonizzato in modo da chiarire una volta per tutte i
dubbi posti dagli autenticisti sull'esame del 1988.
Inoltre gli interventi eseguiti, in particolare la pulizia
del lenzuolo eseguita con un aspiratore, hanno probabilmente alterato o rimosso
dalla Sindone materiale che avrebbe potuto essere esaminato per fornire utili
indicazioni.
Studi scientifici
Secondo alcuni studiosi la Sindone è tra gli oggetti più
studiati e dibattuti della storia dell'uomo. Se la datazione emersa dall'esame
del C14 è generalmente accettata dalla comunità scientifica, nessuna ipotesi
formulata sulla formazione dell'immagine sul tessuto è invece ritenuta
soddisfacente e condivisa dagli studiosi.
Esame del carbonio 14
Il più celebre e importante esame compiuto sul telo, per la
grande risonanza che ha avuto sui mezzi d'informazione, è la datazione eseguita
nel 1988 con la tecnica radiometrica del carbonio 14. Secondo il risultato
dell'esame, eseguito separatamente da tre laboratori (Tucson, Oxford e Zurigo)
su un campione di tessuto prelevato appositamente, il lenzuolo va datato
nell'intervallo di tempo compreso tra il 1260 e il 1390. Questa datazione
corrisponde al periodo in cui si ha la prima documentazione storica che si
riferisca con certezza alla Sindone di Torino (1353).
La correttezza dell'esame del Carbonio 14 effettuato,
riconosciuta valida dalla comunità scientifica, è criticata o messa in dubbio
dagli "autenticisti" sostenitori di un'origine più antica, che si
appoggiano ad altre osservazioni, presentate su riviste con decisamente minor
fattore di impatto nella valutazione accademica, sostenendo che vi sarebbe la
possibilità che il telo sia più antico e originario del Medio Oriente.
Esami sulle presunte
tracce ematiche
I primi esami sulle presunte macchie di sangue furono
condotti nel 1973 da G. Frache, E. Mari Rizzati ed E. Mari, membri della
commissione scientifica nominata dal cardinale Pellegrino, su due fili di
tessuto sindonico. I risultati furono negativi anche se Frache, Mari Rizzati e
Mari precisarono che "la risposta negativa fornita dalle analisi condotte
non ci permette di dare un giudizio assoluto dell'esclusione della natura
ematica del materiale esaminato".
Ulteriori esami microscopici effettuati da Guido Filogamo e
Alberto Zina non rilevarono la presenza di globuli rossi o di altri corpuscoli
del sangue. Sia Frache sia Filogamo trovarono dei granuli di materiale
colorante.
Nel 1978 l'arcivescovo di Torino Ballestrero consentì allo
STURP (Shroud of Turin Research Project) di analizzare la sindone. Furono
premute strisce adesive sulla sindone per asportare delle particelle e furono
prelevati alcuni fili. Nel 1980 Walter McCrone, microscopista consulente dello
STURP, presentò due lavori allo STURP: sulla base di osservazioni microscopiche
e analisi chimiche, egli annunciò di avere trovate tracce di ocra rossa,
cinabro (solfuro di mercurio, un colorante rosso molto diffuso nel Medioevo) e
alizarina (un pigmento rosato di origine vegetale, al giorno d'oggi prodotto
sinteticamente). Secondo McCrone, le risultanze del suo studio proverebbero che
la sindone è un dipinto. I due lavori furono tuttavia respinti dallo STURP, che
espulse McCrone e incaricò due propri membri (John Heller e Alan Adler) di
compiere nuove analisi.
Heller e Adler, contrariamente a McCrone, avrebbero rilevato
con vari test chimici e fisici la presenza di emoglobina (analoghi risultati
avrebbe raggiunto anche Pellicori), albumina e bilirubina e osservarono che le
macchie di sangue si sciolgono completamente in una miscela di enzimi
proteolitici, il che indicherebbe che siano composte interamente da sostanze
proteiche, e non da pigmenti minerali o vegetali. Inoltre trovarono che gli
aloni intorno alle macchie di sangue sarebbero composti da siero. Heller e
Adler, pur ritrovando analoghe sostanze di quelle rinvenute da McCrone (ossido
di ferro, proteine, pigmenti) arrivarono a conclusioni opposte, attribuendo la
presenza di pigmenti a contaminazioni successive.
La conclusione dello STURP fu che le "macchie di
sangue" sono costituite interamente da sangue. Le particelle di ossido di
ferro, che McCrone identificò come ocra rossa, possono anche essere residui del
ferro presente nel sangue. Secondo Heller e Adler la spiegazione corretta
sarebbe quest'ultima, in quanto l'ocra rossa non sarebbe costituita da ossido
di ferro puro, ma conterrebbe normalmente rilevanti quantità di impurità come
manganese, nickel e cobalto oltre che mercurio. I campioni sindonici, secondo
Heller, non contengono quantità misurabili di nessuno di tali elementi, mentre
contengono numerosi elementi (sodio, magnesio, alluminio, silicio, fosforo,
zolfo, potassio, calcio, ferro) presenti nel sangue.
Gli studi di Heller e Adler sono stati criticati sotto
diversi aspetti:
Luigi Garlaschelli obietta che Heller e Adler per le loro
ricerche fecero uso del test delle porfirine, che tuttavia non è un test
specifico del sangue e darebbe risultati positivi anche su un vegetale. Anche
nessuno degli ulteriori test utilizzati è specifico per il sangue.
John Fischer, un esperto di analisi forense, nel 1983,
durante la conferenza dell'International Association for Identification,
presentò la sua ricerca tesa a mostrare che risultati simili a quelli di Heller
e Adler si potrebbero ottenere come falsi positivi da tracce di pittura a
tempera. Analoghe asserzioni fa Steven Schafersman.
Nel 1982 la presenza di sangue fu rilevata anche da Baima
Bollone, Jorio e Massaro, i quali, usando test immunologici, identificarono il
sangue come umano di gruppo AB. Il loro test fu ripetuto (esclusa
l'identificazione del gruppo sanguigno) dallo STURP, che ne confermò il
risultato.
Luigi Garlaschelli nota in merito che i test immunologici
sarebbero tanto sensibili da rendere difficile discriminare tra campione e
inquinamenti. Più specificamente Vittorio Pesce Delfino nota che gli esami
istochimici di Baima Bollone evidenziarono solo tracce di ferro, che Bollone
attribuì a emoglobina. Nota Delfino che il ferro non indica univocamente
l'emoglobina e che l'ossido di ferro, ad esempio, è stato trovato nell'ocra
rossa che è stata riscontrata sulla tela.
Nel 2008 analisi eseguite per spettrometria Raman su polvere
raccolta nel 1978 tra la Sindone e la tela d'Olanda posta sul retro hanno
rilevato la possibile presenza di pigmenti, in accordo con le osservazioni di
McCrone, e di emoglobina. Le analisi furono svolte da Giulia Moscardi, che
tuttavia ritiene che i pigmenti siano da attribuire a contaminazioni successive
e ritiene che l'ossido di ferro presente sia il risultato della degradazione
dell'emoglobina.
Secondo lo STURP e Baima Bollone, le ipotetiche macchie di
sangue si sarebbero formate per contatto diretto con l'uomo avvolto nel
lenzuolo. Garlaschelli fa notare tuttavia che il sangue, se ancora fluido,
avrebbe dovuto lasciare delle macchie informi e che risulta fisicamente
impossibile che il sangue di un corpo in quella posizione scorra sulla
superficie esterna della capigliatura.
Secondo uno studio del 2018, almeno la metà delle macchie di
sangue sulla Sindone potrebbero essere false: nessuna posizione del corpo le
giustificherebbe». L'analisi delle tracce ematiche visibili in corrispondenza
del lato anteriore del torace (le ferite della lancia) sono compatibili col
sanguinamento di un individuo in posizione eretta, mentre sono totalmente
irrealistiche le macchie sul lato opposto, attribuite al sanguinamento delle
medesime ferite, ma a morte già avvenuta e in posizione supina.
Esame del tessuto
La forma della Sindone è approssimativamente rettangolare.
Prima del restauro del 2002 le dimensioni erano 437,7 cm il lato in basso
(considerando la posizione ostensiva con la figura frontale a sinistra e
dorsale a destra), 434 cm il lato alto, 112,5 cm a sinistra e 113 a destra. In
seguito al restauro del 2002, durante il quale è stato rimosso il telo di
supporto sul quale era cucita, la distensione del telo ha prodotto un leggero
aumento delle dimensioni: lato basso 441,5 cm, alto 442, sinistra 113, destra
113,7. Lo spessore del tessuto è di circa 0,34 millimetri. Il peso, valutato
approssimativamente, è di 2,450 kg.
Il tessuto della Sindone è stato esaminato da Virgilio
Timossi, Silvio Curto (allora direttore del Museo egizio di Torino) e altri.
Esso è di lino filato a mano: le fibre presentano infatti irregolarità tipiche
della lavorazione manuale. I fili del tessuto hanno uno spessore di circa 250
millesimi di millimetro e sono composti da una settantina di fibrille del
diametro di 10-20 millesimi di millimetro. La filatura delle fibrille della
Sindone è in senso orario, o "a Z".
Da un punto di vista archeologico le sindoni giudaiche del I
secolo conosciute sono diverse da quella di Torino per tessuto, tessitura,
torcitura del filo e disposizione intorno al corpo.
Una sindone ritrovata ad Akeldamà (analizzata al carbonio
14, e datata 50 a.C./70 d.C.) mostra molte differenze rispetto a quella di
Torino: le braccia distese ai lati; collo, polsi e caviglie fermati con
appositi
bendaggi. Il tessuto era di lana, la struttura 1:1 (la
sindone di Torino è a spina di pesce 3:1), la trama è a S (quella di Torino è a
Z).
Altre sindoni risalenti allo stesso periodo confermano la
presenza di trame più semplici di quella di Torino, la pluralità di bendaggi e
la filatura a S, ponendo seri dubbi sull'appartenenza della Sindone di Torino
alla produzione sindonica dell'epoca di area ebraica.
L'immagine della sindone manca di deformazioni tipiche
dell'immagine che si può formare nel contatto tra un corpo e una tela. La
deformazione che si dovrebbe avere è quella di un'immagine molto dilatata.
Questo dovrebbe accadere in particolare per il volto: si tratta del noto
effetto “Maschera di Agamennone”. Il volto dell'uomo sindonico invece non presenta
questa dilatazione, il che è scientificamente spiegabile solo con l'ipotesi che
a lasciare l'impronta sia stato un bassorilievo poco aggettante. Si nota
inoltre che l'immagine dorsale, essendo quella su cui premeva il peso del corpo
dovrebbe avere maggiore intensità rispetto a quella frontale ma così non è.
Finora tra i reperti pervenutici non è stato rinvenuto un
esemplare di tessuto del I secolo d.C. completamente compatibile con la
Sindone, vale a dire un lenzuolo di lino intessuto a "spina di pesce"
con un rapporto ordito-trama di 3:1. Invece se ne conosce uno di epoca
medievale intessuto con intreccio identico a quello sindonico: è custodito al
Victoria and Albert Museum di Londra e risale al XIV secolo, epoca che coincide
con la datazione della Sindone effettuata tramite l'esame del Carbonio 14. Sono
anche stati ritrovati nell'area mediorientale alcuni sudari, o parti
deteriorate di questi, risalenti all'incirca al periodo in cui dovrebbe essere
vissuto Gesù, sia di lino sia di lana, con rapporti di ordito-trama di 1:1 o
2:2, tutti però caratterizzati da una filatura a "S" e dalla presenza
di differenti teli e di corde (un metodo di fasciatura descritto anche nel
vangelo di Giovanni).
Shimon Gibson, archeologo israeliano scopritore della
sindone di Akeldamà, ha rinvenuto nel sepolcro una sindone per ricoprire il
corpo e un panno separato, una sorta di "fazzoletto", per ricoprire
solo il volto (usanza che permetteva a una persona data erroneamente per morta
di non soffocare e di poter avvertire chi era nelle vicinanze urlando). Per la
difformità rispetto a questo rinvenimento, in aggiunta alla fiducia sul
risultato della datazione al C14, Gibson ritiene che la Sindone di Torino non
sia autentica: «una sindone composta da un solo telo non pare rientrasse nella
pratica comune all'epoca di Gesù».
Esame medico-legale
Secondo l'anatomopatologo Baima Bollone, la figura impressa
corrisponde a quella di un corpo crocifisso irrigidito dal rigor mortis: «La
struttura somatica è fissata in una posizione del tutto innaturale [...] gli
arti superiori sono flessi a circa 100° il destro e 90° il sinistro in
corrispondenza delle spalle [...] il lenzuolo fu teso a ponte sul cadavere
irrigidito nell'atteggiamento di lieve flessione del capo, [...], e anche delle
ginocchia, intuitivamente assunto sulla croce [...] la marcata rigidità dei
muscoli mimici e del collo, questa seconda comprovata dalla posizione del capo
permanentemente flesso verso il torace, nonché dalle grandi masse muscolari del
petto e delle cosce mostra che l'uomo della sindone era in stato di rigidità
cadaverica».
Secondo il chimico Garlaschelli, la posizione del corpo non
appare in linea con ciò che avviene in un cadavere e le mani sono sovrapposte
sul pube, ma in un morto ciò non è possibile, poiché la posizione richiede che
i muscoli siano in tensione oppure che le mani siano legate (ma sulla sindone
non c'è traccia di legacci), mentre «le braccia rilassate di un cadavere
ricadrebbero più giù e le mani si congiungerebbero solo sullo stomaco». Il
rigor mortis (tesi ad esempio sostenuta da Bollone) non giustifica la posizione
poiché se i muscoli di un cadavere vengono forzati, questi si rilassano.
Presunti segni dei
chiodi
Pierre Barbet afferma di avere verificato, con esperimenti
su cadaveri e su arti amputati, che in effetti la crocifissione nel palmo della
mano non è possibile, perché sotto il peso del corpo i tessuti molli della mano
si lacerano: il crocifisso finirebbe presto per cadere dalla
croce. Afferma quindi che il chiodo fu infisso nel polso, cosicché il corpo è
trattenuto in posizione dallo scheletro e dai legamenti, che possono reggere
agevolmente il peso.
Secondo Barbet, i chiodi furono infissi nello spazio di
Destot, una piccola apertura tra quattro ossicini del polso (semilunare,
piramidale, capitato e uncinato). Egli ha osservato inoltre che un chiodo
infisso in questa posizione lede il nervo mediano: questa lesione provoca al
crocifisso un dolore acuto (si tratta dello stesso nervo interessato dalla
sindrome del tunnel carpale) e causa la flessione del pollice. Infatti i
pollici dell'Uomo della Sindone non sono visibili.
Quasi tutti gli studiosi seguono l'opinione di Barbet, con
un'eccezione degna di nota: Frederick Zugibe ritiene invece che i chiodi siano
stati infissi alla base del palmo. Anche qui vi è un passaggio tra le ossa del carpo
e del metacarpo che permetterebbe al chiodo di trapassare l'arto senza produrre
fratture e di uscire nella posizione che si osserva sulla Sindone.
Questi studiosi ritengono che la posizione dei chiodi nei
polsi sia un indizio a supporto dell'autenticità della Sindone.
Riguardo alle tecniche di crocefissione del periodo tuttavia
si conosce poco: il primo rinvenuto tra gli unici due corpi con segni di
crocefissione è quello di Yehohanan ben Hagkol, le cui ossa sono state
ritrovate nel quartiere Giv'at at HaMivtar a Gerusalemme Est. In base alle
ricostruzioni effettuate partendo dai resti ritrovati, risalenti al I secolo,
le mani erano presumibilmente legate e i piedi inchiodati, con i due calcagni
trapassati da chiodi di ferro del diametro di 1 cm della lunghezza di circa
11,5 cm (caratteristiche del chiodo ritrovato nel calcagno destro, erroneamente
stimato in un primo tempo in 17–18 cm di lunghezza) e la posizione dei piedi
era ai lati della croce.
Presunti segni di
flagello
Sulla Sindone si vedono circa 120 segni distribuiti lungo il
corpo che, secondo gli autenticisti, sarebbero stati causati dal flagrum, il
flagello romano. Si nota tuttavia che da nessuno di questi segni si vedono
tracce o rivoli di sangue come ci si aspetterebbe. Inoltre, gli ipotetici segni
del flagello risulterebbero essere disposti in maniera particolarmente
simmetrica e regolare su tutta l'immagine, evento improbabile in una
flagellazione reale, e compatibile invece con una rappresentazione pittorica.
La presunta corona di
spine
In corrispondenza del cuoio capelluto si notano numerose
impronte puntiformi e tondeggianti dall'aspetto di ferite da punta, da cui si
dipartono diverse colature di sangue. Gli autenticisti le identificano con le
ferite prodotte dalla corona di spine che, secondo i Vangeli, fu posta sul capo
di Gesù. Non si hanno notizie storiche di altri casi di coronazione di spine
(gli esegeti in genere presumono che si sia trattato di una trovata
estemporanea dei soldati per deridere Gesù "re dei Giudei"), per cui
non si conosce come questa corona avrebbe potuto essere composta.
Secondo alcuni studiosi e critici le colature del sangue
sarebbero irrealistiche, dato che il sangue colando avrebbe impastato i
capelli, dando vita a macchie più indistinte. Una possibile risposta a questa
obiezione è stata data da Frederick Zugibe, secondo il quale l'Uomo della
Sindone fu lavato prima di essere avvolto nel lenzuolo: in questo modo il
sangue colato durante la permanenza sulla croce sarebbe stato rimosso e sulla
Sindone si sarebbe impressa soltanto l'impronta delle ferite inumidite dal
lavaggio.
Monete sugli occhi
Dettaglio delle mani. Non c'è accordo tra gli studiosi sulla
posizione precisa della ferita; secondo alcuni sarebbe nello spazio tra ulna e
radio appena retrostante il polso, come in una crocifissione romana. Alcuni
sostenitori dell'autenticità della sindone affermano di aver osservato in
corrispondenza degli occhi due piccoli oggetti, da essi identificati come
monete, poste sul cadavere per tenere chiuse le palpebre; hanno anche proposto
dei tentativi di identificazione delle monete con coniazioni risalenti ai primi
anni 30 del I secolo.
Esaminando le foto del telo scattate nel 1931, il gesuita
Francis Filas e Alan e Mary Whanger affermano di avere notato sugli occhi
dell'Uomo della Sindone le impronte di due piccoli oggetti tondeggianti, che
essi hanno identificato come monete coniate da Ponzio Pilato negli anni 29-32;
tali monete sarebbero state poste sugli occhi del cadavere, presumibilmente per
tenere chiuse le palpebre. Sull'occhio destro questi studiosi riconoscono un
bastone ricurvo chiamato lituus, tipico delle monete di Pilato, e le quattro
lettere UCAI; l'iscrizione sulle monete autentiche recita ΤΙΒΕΡΙΟΥ ΚΑΙΣΑΡΟΣ
("Tiberio Cesare" in greco), ma Filas ha affermato di aver trovato
degli esemplari con la variante ΤΙΟU CΑΙ[ΣΑΡΟΣ], le cui lettere centrali
corrispondono a quelle leggibili sulla Sindone; tale identificazione è stata
però contestata, in quanto la moneta portata ad esempio da Filas ha il bordo
consunto e i resti delle lettere sul bordo sono interpretabili con la legenda
consueta. Alan Whanger (professore di psichiatria alla Duke University di
Durham, Carolina del Nord) ha confrontato l'immagine della Sindone con quella
di una moneta procurata da Filas e avrebbe trovato che corrispondono in modo
talmente preciso che egli ipotizza che le due monete siano state coniate sullo
stesso stampo. Sull'occhio sinistro invece vi sarebbero le lettere ARO e delle
spighe. In questo caso si tratterebbe di una moneta coniata in onore di Livia,
madre di Tiberio. Recentemente, Pier Luigi Baima Bollone e Nello Balossino
hanno dichiarato di ritenere di aver identificato un'altra moneta (anche questa
in onore di Livia) sul sopracciglio sinistro.
Tuttavia si fa notare come queste scoperte di monete fanno
leva sulle foto del 1931, e non su quelle - a più alta definizione - scattate
in anni più recenti. Inoltre la definizione minima dell'immagine della Sindone
è di mezzo centimetro, per cui non sarebbe possibile identificare particolari
così piccoli; le "monete" sarebbero quindi solo frutto di illusioni
ottiche da parte degli osservatori che vedrebbero quello che si aspettano di
vedere (pareidolia).
Altri hanno poi suggerito che si tratti di immagini spurie
generate da irregolarità delle lastre fotografiche, o delle successive copie di
queste, mentre sulla Sindone esse non sarebbero in realtà presenti, affermando
che nelle fotografie più recenti e di migliore qualità e definizione, ad
esempio quelle scattate nel 1978, esse non sono visibili.
I Whanger rispondono che a loro dire le immagini delle
monete sarebbero presenti sulle foto di Pia del 1898, sia su quelle di Enrie
del 1931, e sia anche sulle foto del 1978, anche se in queste ultime le lettere
appaiono leggermente distorte; affermano anche che, a loro dire, durante
l'ostensione televisiva del 1973, a causa del modo in cui la Sindone è stata
dispiegata, il tessuto sarebbe stato sottoposto a una tensione nella regione dell'occhio
destro, che secondo loro avrebbe leggermente tirato o ruotato alcuni fili.
Pierluigi Baima Bollone ha invece ammesso che la moneta da lui identificata sul
sopracciglio nella foto del 1931 non compare nelle fotografie recenti, neanche
in quelle da lui scattate.
È stato anche contestato che tra gli ebrei del tempo vi
fosse l'usanza di porre delle monete sugli occhi o oggetti pagani all'interno
di tombe: secondo Levy Rahmani (direttore dell'Autorità Israeliana per le
Antichità) le poche volte (alcune decine di volte su tremila tombe indagate) in
cui si è trovata una monetina nella bocca del defunto (e non sugli occhi) si
trattava della ripresa di un uso ellenistico, quello dell'obolo pagato a
Caronte.
Alan Whanger sostiene però che alcune monete sono state
rinvenute anche all'interno del cranio del defunto, e che per un cadavere
sdraiato in posizione supina, una moneta può cadere all'interno del cranio
soltanto se era posta su un occhio: in questo caso infatti, a seguito della decomposizione
dei tessuti molli dell'occhio e del cervello, per effetto della gravità la
moneta naturalmente cadrebbe attraverso la fessura in fondo alla cavità
orbitale. Una moneta posta in bocca, invece, si trova a lato del cranio e non
al di sopra di esso, per cui, secondo Whanger, è impossibile che vi cada dentro.
Whanger inoltre fa notare che, secondo le usanze del tempo, i cadaveri venivano
lasciati nei sepolcri soltanto per un anno, dopodiché le ossa venivano raccolte
e trasferite in un ossario, e il sepolcro veniva riutilizzato per seppellirvi
altri defunti; secondo Whanger le monete, usate per chiudere le palpebre, a
quel punto non servivano più, e a suo dire sarebbero state recuperate, oppure
perse durante il trasferimento.
Luigi Gonella (fisico del Politecnico di Torino e consulente
scientifico del cardinale Ballestrero) afferma che "Quella della Sindone è
un'immagine il cui dettaglio più piccolo, macchie di sangue escluse, è di mezzo
centimetro. Come le labbra. Appare quindi molto, molto incongruente che
esistano dei dettagli dell'ordine di decimi di millimetro come le lettere sulle
monete. Ma si sa: a forza di ingrandire, si finisce a vedere anche quello che
non c'è".
Altri oggetti
Alan e Mary Whanger sostengono di aver identificato anche
immagini di fiori e di numerosi oggetti ai lati dell'immagine corporea. Si
tratta di immagini molto deboli, visibili generalmente solo in fotografie
specificatamente trattate per aumentare il contrasto; tuttavia Avinoam Danin
dichiara di aver osservato direttamente alcuni dei fiori sulla Sindone durante
l'ostensione del 1998.
Danin, botanico israeliano, ha dichiarato che avrebbe
identificato 28 specie diverse: secondo i suoi studi, l'unico luogo in cui esse
sono presenti tutte insieme sarebbe una ristretta area tra Gerusalemme e
Gerico. Molte di queste specie corrispondono inoltre a quelle dei pollini
identificati da Max Frei . Tuttavia la stessa indagine palinografica di Frei è
molto controversa e altri scienziati del ramo ne negano radicalmente
l'attendibilità e i risultati finali, e questi studi di Danin non sono stati
pubblicati su riviste scientifiche.
Per quanto riguarda gli altri oggetti, gli Whanger affermano
di riconoscere tutti i tradizionali "Strumenti della Passione": i
chiodi, una lancia, una spugna, e inoltre una corda, un paio di pinze, e altro
ancora. Essi ritengono che tutti questi oggetti siano stati posti nel sepolcro
con Gesù perché macchiati del suo sangue: le usanze ebraiche, tuttora valide,
prevedono infatti che il sangue del defunto, per quanto possibile, venga
sepolto insieme con lui. I fiori invece sarebbero stati usati per coprire con i
loro profumi l'odore della decomposizione.
I Whanger hanno riscontrato che gli Strumenti della Passione
sono dipinti su numerose raffigurazioni della Crocefissione soprattutto nel
periodo successivo al 1350, quando la Sindone fu esposta a Lirey, e hanno
spesso la stessa configurazione delle immagini sulla Sindone. Essi ipotizzano
che, a causa del progressivo lento ingiallimento del lino (probabilmente
accelerato dall'incendio del 1532), a quel tempo l'immagine sindonica fosse più
chiaramente visibile di oggi, e questi oggetti siano stati osservati su di essa
e ricopiati dai pittori.
I loro ritrovamenti sono però visti con scetticismo, anche
da diversi sindonologi favorevoli all'autenticità. Valga ad esempio l'ironico
commento di Ray Rogers: «Molti osservatori guardano l'immagine per così tanto
tempo che cominciano a vedere delle cose che altri non vedono.»
È da notare poi che alcuni dei particolari al limite della
definizione dell'immagine della Sindone (circa 5 mm) sono interpretati in
maniera differente da studiosi differenti, per cui anche chi afferma di
individuare sull'immagine possibili scritte o piccoli oggetti (come le
succitate monete) non ne dà sempre un'interpretazione univoca.
L'immagine posteriore
Nel restauro del 2002, durante la sostituzione della tela di
rinforzo su cui la Sindone è cucita, si è colta l'occasione per fotografare
l'altra faccia del lenzuolo, normalmente nascosta da tale tela. Le fotografie
hanno rivelato che anche sul retro della Sindone è presente un'immagine, ma
molto più debole e confusa di quella sul dritto.
In particolare sul retro della Sindone è visibile l'immagine
del volto e probabilmente delle mani, ma non è visibile un'immagine in
corrispondenza dell'impronta dorsale dell'Uomo. Dato che almeno in
corrispondenza del volto esiste un'immagine superficiale sul lato visibile
della Sindone e contemporaneamente esiste un'immagine superficiale sul retro,
si deve parlare di "doppia superficialità" dell'immagine corporea.
La statura
Fin dai secoli passati si è tentato di misurare, attraverso
la Sindone, la statura di Gesù. I Savoia usavano donare agli ospiti dei nastri
la cui lunghezza corrispondeva all'altezza dell'Uomo della Sindone, misurata in
183 cm. Esattamente la stessa altezza è indicata dallo storico bizantino
Niceforo Callisto nel XIV secolo: questo viene considerato da fonti
autenticiste un indizio a sostegno dell'ipotesi che la Sindone di Torino sia la
stessa che si conservava a Costantinopoli fino al 1204.
Le misurazioni moderne hanno dato risultati lievemente
differenti: l'altezza dell'immagine sindonica, dal tallone alla sommità del
capo, è di 184 cm secondo G. Judica Cordiglia, di 188 cm secondo Luigi Gedda. A
questi valori gli studiosi sottraggono 3 cm, poiché il corpo umano, disteso
orizzontalmente, si allunga leggermente a causa della distensione della colonna
vertebrale. Inoltre l'altezza va ulteriormente diminuita per compensare
possibili avvolgimenti o pieghe del lenzuolo sul corpo, ma vi sono diversi
pareri sull'entità di questa seconda correzione: per esempio Giulio Ricci,
intorno al 1940, spinto forse dall'intenzione di far rientrare l'Uomo della Sindone
nei presunti canoni della "razza ebraica", la stimava addirittura in
24 cm, ottenendo una statura di 163 cm. La maggior parte degli studiosi che si
sono occupati di questo problema ritiene esagerata questa correzione: essi
calcolano la statura dell'Uomo della Sindone tra i 178 e i 185 cm.
Esame palinologico
Nel 1973 il criminologo svizzero Max Frei Sulzer, ex
direttore della polizia scientifica di Zurigo, con dei nastri adesivi ha
prelevato dalla superficie della Sindone dei campioni di polvere e pollini, che
poi ha studiato al microscopio elettronico. Nel 1976 ha pubblicato i risultati
delle sue analisi. Frei non disse mai il numero totale di pollini trovati, ma
si limitò a elencarne 60 diversi tipi (tra queste 21 specie tipiche della
Palestina, 6 dell'Anatolia, 1 specie tipica di Costantinopoli). Frei ne ha
dedotto che la Sindone ha soggiornato sia in Palestina sia in Turchia, oltre
che in Francia e Italia, il che quindi concorderebbe con la ipotetica
ricostruzione proposta per la storia della Sindone anteriore al XIV secolo.
Il lavoro di Frei è stato criticato pesantemente da diversi
studiosi perché non tiene conto delle contaminazioni possibili (ad esempio
quelle dovute al contatto con i pellegrini). Nel corso dei secoli infatti il
telo è stato toccato da migliaia di mani, inoltre non c'è possibilità di
determinare la specie di una pianta dal polline, salvo rari casi. Di regola il
polline permette solo di determinare i gruppi di specie o il genere o la
famiglia.
Una revisione del lavoro di Frei fu svolta da Baruch, che
identificò tre sole specie (tra queste l'Gundelia tournefortii), mentre per gli
altri pollini fu possibile identificare solo il genere. Anche le conclusioni di
Baruch furono contestate. V.M. Bryant nel 2000 osservò infatti che tali conclusioni
non erano accettabili poiché: Baruch usò un microscopio ottico e non uno
elettronico; i pollini intrisi di colla sono difficilmente analizzabili;
l'identificazione dell'unico polline era comunque errata per diametro e
ornamentazione osservati.
Nonostante la messa in dubbio degli studi di Frei, questi
sono stati ripresi nel 1997-1998 da alcuni sostenitori dell'autenticità della
sindone (come Danin e altri), che all'epoca hanno ipotizzato di localizzare il
presunto sito di provenienza della Sindone in una zona molto ristretta nei
pressi di Gerusalemme. Tutto questo sebbene ci siano ulteriori ragioni che
facciano ritenere inattendibili le conclusioni di Frei:
l'identificazione dei vari tipi di pollini non è di per sé
indicativa se non fa anche riferimento al cosiddetto spettro pollinico cioè i
valori percentuali di ogni tipo di polline presente nel materiale in esame.
Gaetano Ciccone afferma che Frei non avrebbe misurato lo spettro pollinico, ma
che avrebbe stilato un semplice elenco di pollini chiamandolo impropriamente
spettro pollinico.
i pollini non possono resistere centinaia di anni in un
ambiente aerobico. Se il polline viene esposto all'aria in poco tempo viene
distrutto poiché l'ossigeno corrode la sporopollenina lasciando il polline in
balia dell'azione distruttiva di funghi e batteri. Marta Mariotti Lippi, provò
sperimentalmente a misurare la conservazione dei pollini: dopo due mesi la
perdita di polline sui tessuti testati era stata del 77%.
Lo stesso Danin, ricostruendo però più recentemente (2010)
l'intera questione delle analisi microscopiche più avanzate sui pollini di
Frei, esclude la possibilità che gli stessi possano venire usati da soli per
definire un'area geografica di provenienza, sottolineando inoltre come in tal
senso sia inutile la mera osservazione della frequenza di piante spinose.
In particolare, le più recenti analisi di Litt, effettuate
con microscopia ottica avanzata e microscopia confocale basata su laser, hanno
dimostrato l'impossibilità di definire i pollini perfino a livello di genere, e
quindi tanto più a livello di specie; Litt va persino oltre le conclusioni di
Baruch, ed esclude anche, con elevata probabilità, che i pollini siano
ascrivibili a Gundelia.
Datazione chimica
Raymond Rogers ha proposto un metodo chimico di datazione
della Sindone basato sulla misura della vanillina presente nel tessuto. Secondo
Rogers la vanillina, presente nella lignina della cellulosa del lino e che si
consuma spontaneamente a un ritmo molto lento col passare del tempo, avrebbe
dovuto essere presente nel tessuto della Sindone se questo fosse medievale
(così come era presente nella tela d'Olanda), mentre la sua assenza
indicherebbe un'età maggiore.
In base a una stima preliminare pubblicata da Rogers nel
2005, la datazione della Sindone sarebbe compresa all'incirca tra il 1000 a.C.
e il 700 d.C. Rogers usa l'Equazione di Arrhenius per stimare il tempo
necessario perché si perda il 95% della vanillina, ottenendo 1319 anni
considerando una temperatura costante di 25 °C, 1845 anni a una temperatura di
23 °C e 3095 anni a una temperatura di 20 °C, considerando queste temperature
delle stime ragionevoli della temperature con cui la Sindone è stata
conservata.
Diversi studiosi hanno fatto notare che la vanillina si
consuma molto più velocemente con l'aumentare della temperatura e suggerito
alcuni scenari per cui i 25 °C / 23 °C / 20 °C costanti ipotizzati da Rogers
nella sua stima sarebbero un'approssimazione troppo imprecisa:
Un incremento di soli 5 °C rispetto ai 25 °C ipotizzati da
Rogers, portando la temperatura a 30 °C, porterebbe il tempo necessario a
consumare il 95% della vanillina a soli 579 anni. Tuttavia è inverosimile che
la Sindone sia stata conservata per sei secoli a una temperatura costante di 30
°C o dei 25 °C ipotizzati da Rogers, giorno e notte, estate e inverno e la
temperatura media annua a Torino è inferiore ai 15 °C.
L'esposizione del telo al calore prodotto dalle torce
durante le ostensioni avrebbe potuto produrre un decadimento accelerato della
vanillina. Tuttavia sommando la durata di tutte le ostensioni documentate si
arriva soltanto a pochi mesi: anche considerando un intero anno, perché questo
effetto da solo abbia consumato il 95% della vanillina la Sindone avrebbe dovuto
essere riscaldata a oltre 75 °C, una temperatura eccessiva.
Le alte temperature a cui è stata esposta la Sindone (circa
200º) durante l'incendio del 1532 avrebbe consumato molto rapidamente la
vanillina: ad esempio con una temperatura di 200 °C si sarebbe consumata in
meno di 7 minuti. Rogers nel suo articolo ritiene tuttavia che l'incendio del
1532 potrebbe
non avere avuto grossi effetti sul contenuto di vanillina
poiché il lino ha una conducibilità termica molto bassa e le parti del lenzuolo
lontane dalle bruciature potrebbero non aver raggiunto temperature così alte.
Rimarrebbe poi da spiegare come mai nei campioni usati per
l'esame del Carbonio 14 la vanillina, secondo Rogers, non si sarebbe consumata.
Lo studio di Rogers viene definito "molto povero"
e carente dal punto di vista metodologico sotto tre aspetti.
Appropriatezza del metodo usato per verificare i residui di
vanillina nei fili di lino: sono stati usati test qualitativi per determinare
risultati quantitativi;
Appropriatezza di controlli: nella ricerca Rogers non ha
usato campioni di controllo;
Riproducibilità degli esperimenti: le analisi di Rogers sono
state eseguite una sola volta e mancano, quindi, i controlli dovuti per
calcolare un "margine d'errore" nella datazione.
Stima soggettiva delle probabilità
Assumendo come ipotesi che la Sindone sia un reperto
effettivamente correlato a un uomo vissuto in Palestina nel I secolo d.C.,
alcuni studiosi hanno effettuato stime sulla probabilità che quell'uomo non
corrispondesse a Gesù Cristo in base alle caratteristiche del telo stesso.
Ovviamente il discorso non è valido senza l'ipotesi di base, perché un presunto
falsario avrebbe potuto creare ad arte quelle caratteristiche, partendo dalle
descrizioni presenti nella letteratura e nell'iconografia.
Nel 1902 Yves Delage, professore di anatomia comparata alla
Sorbona, presentò all'Académie des Sciences una relazione in cui, esaminando i
fatti allora noti sul lenzuolo e sulle caratteristiche fisiche e anatomiche
dell'immagine, valutava soggettivamente che la probabilità che la Sindone non
fosse il lenzuolo funebre di Gesù era, a suo parere, inferiore a uno su 10
miliardi.
Negli anni settanta Bruno Barberis, docente dell'Università
di Torino e attuale direttore del Centro Internazionale di Sindonologia, espresse
una simile stima soggettiva, basandosi su nuovi fattori. La probabilità da lui
soggettivamente ipotizzata è di 1 su 200 miliardi; valutazioni soggettive
simili sono state ipotizzate anche dal matematico e sindonologo Tino Zeuli,
Professore emerito dell'Università di Torino.
È opportuno chiarire che queste stime ipotetiche sono solo
pareri soggettivi basati su ragionamenti analogici, e non calcoli scientifici,
statistici o matematici nel senso tecnico del termine.
Riproduzioni
sperimentali
Ipotesi sulla formazione dell'immagine della Sindone.
Diversi studiosi hanno lavorato sulla riproduzione di
manufatti con alcune caratteristiche proprie della Sindone, utilizzando vari
metodi per poter spiegare quale sia stato il processo di formazione
dell'immagine.
Il prof. Giovanni Tamburelli, grazie al lavoro del team
dell'ing. Giovanni Garibotto dello CSELT, produsse nel 1978 delle immagini
tridimensionali della Sindone ad una risoluzione superiore a quelle di John Jackson
ed Eric Jumper (United States Air Force Academy) dello stesso anno. Un secondo
risultato del team fu la rimozione visuale del "sangue" dalle
immagini.
Joe Nickell ha "dipinto" un'immagine senza usare
pennelli, stendendo un lenzuolo sul corpo di un uomo sdraiato e strofinandolo
con un pigmento liquido a base di ocra rossa.
Rodante, Moroni e Delfino-Pesce hanno utilizzato il metodo
del bassorilievo riscaldato.
Nicholas Allen ha usato la tecnica fotografica.
Di Lazzaro, Baldacchini, Murra, Santoni, Nichelatti e Fanti,
utilizzando un laser a eccimeri, hanno ipotizzato che "un brevissimo e
intenso lampo di radiazione VUV direzionale può colorare un tessuto di lino in
modo da riprodurre molte delle caratteristiche dell'immagine corporea della
Sindone di Torino", e quindi, secondo la loro opinione, l'immagine della
Sindone sarebbe stata generata da una radiazione emessa dal corpo umano avvolto
in essa.
Luigi Garlaschelli ha usato un metodo derivato da quello di
Nickell, aggiungendo a un pigmento una soluzione di acido solforico che ha
reagito chimicamente con le fibre del tessuto creando l'immagine, mentre il
pigmento è stato poi eliminato sottoponendo il telo a invecchiamento
artificiale e successivo lavaggio.
La posizione della
Chiesa
L'autenticità della Sindone - vale a dire se essa sia o no
il lenzuolo funebre di Gesù - è stata a lungo dibattuta: vi sono state dispute
al riguardo già nel XIV secolo. Le discussioni sono riprese alla fine del XIX
secolo, quando la prima fotografia della Sindone ha rivelato le particolari
caratteristiche dell'immagine e ha suscitato l'interesse degli studiosi.
La Chiesa cattolica in passato si è espressa ufficialmente
sulla questione dell'autenticità, dapprima in senso negativo. Nel 1389 il vescovo
di Troyes inviò un memoriale al Papa, dichiarando che il telo era stato
"artificiosamente dipinto in modo ingegnoso" e che "fu provato
anche dall'artefice che lo aveva dipinto che esso era fatto per opera umana,
non miracolosamente prodotto" (il vescovo, però, non indicò mai il nome
del presunto artefice). Nel 1390 antipapa Clemente VII, che si trovava ad
Avignone, emanò di conseguenza quattro bolle, con le quali permetteva
l'ostensione, ma ordinava di "dire ad alta voce, per far cessare ogni frode,
che la suddetta raffigurazione o rappresentazione non è il vero Sudario del
Nostro Signore Gesù Cristo, ma una pittura o tavola fatta a raffigurazione o
imitazione del Sudario".
Successivamente il giudizio è stato ribaltato in senso
positivo. Nel 1506 Giulio II autorizzò il culto pubblico della Sindone con
messa e ufficio proprio.
Dal XX secolo la Chiesa cattolica ha scelto di non
esprimersi ufficialmente sulla questione dell'autenticità, che peraltro non è
argomento fondamentale di fede, lasciando alla scienza il compito di esaminare
le prove a favore e contro, ma ne autorizza il culto come icona della Passione
di Gesù. Diversi pontefici moderni, da papa Pio XI a papa Giovanni Paolo II,
hanno inoltre espresso il loro personale convincimento a favore
dell'autenticità.
Le chiese protestanti considerano invece la venerazione
della Sindone, e delle reliquie in genere, una manifestazione di religiosità
popolare di origine pagana estranea al messaggio evangelico.
In merito alle ricerche rese note nel luglio del 2018
l'arcivescovo torinese Cesare Nosiglia, custode pontificio della Sindone, ha
affermato che «la scienza deve fare la sua strada purché sia onesta e senza
pregiudizi».
La sindonologia
Nel tempo si sono costituiti comitati per lo studio della
Sindone con lo scopo di provarne la autenticità. Tale posizione definita
autenticista è stata oggetto di critiche.
Per Andrea Nicolotti:
«La storia della sindonologia può essere intesa come la
storia di una conciliazione forzata fra scienza e fede, o come il trionfo di un
pregiudizio ammantato di scienza. Sempre più, con il passare dei decenni, la
sindonologia ha assunto tutte le caratteristiche tipiche delle pseudoscienze.»
Per Gian Marco
Rinaldi:
«Fra tutte le pseudoscienze, la sindonologia è quella che
gode del maggiore favore nei media. Va fatto un elogio ai sindonologi che sanno
vendere il loro prodotto. La chiave del loro successo sta nell'equivoco in cui
i media cadono troppo facilmente quando presentano la sindonologia come se
fosse una "scienza". In realtà sarebbe perfino generoso chiamarla una
pseudoscienza. È una parodia della scienza.»
Il Sudario di Oviedo
La Sindone è stata comparata con il presunto sudario di Gesù
conservato nella cattedrale di Oviedo, nelle Asturie in Spagna. Questo è un
telo molto più piccolo della Sindone (circa 84x53 cm), che non presenta alcuna immagine,
ma solo macchie di sangue. È stato ipotizzato da chi sostiene l'autenticità sia
della Sindone sia del telo di Torino, che questo sudario sia stato posto sul
capo di Gesù durante la deposizione dalla croce, e poi rimosso prima di
avvolgere il corpo nella Sindone, avendo quindi il tempo di macchiarsi di
sangue, ma non quello per subire lo stesso processo di formazione dell'immagine
della Sindone, qualunque questo sia stato. Il sudario sarebbe stato conservato
a Gerusalemme fino al 614, poi trasportato in Spagna attraverso il Nordafrica;
custodito prima a Toledo, venne trasportato a Oviedo tra l'812 e l'842. La
datazione con il Metodo del carbonio-14 ha datato il Sudario come risalente al
680 circa, data compatibile con le prime testimonianze storiche documentate
dell'esistenza del Sudario in Europa.
Il Mandylion
Il Mandylion o "Immagine di Edessa" era un telo
conservato dapprima a Edessa (oggi Urfa, in Turchia) almeno dal 544, poi dal
944 a Costantinopoli. Le fonti lo descrivono come un fazzoletto che recava
impressa in modo miracoloso l'immagine del viso di Gesù. Nel 944, dopo che
Edessa era stata occupata dai musulmani, i bizantini trasferirono il mandylion
a Costantinopoli. Qui rimase fino al 1204, quando la città venne saccheggiata
dai crociati, molte reliquie vennero trafugate e del sacro fazzoletto si
persero le tracce. Alcuni, tra cui Ian Wilson, ritengono che il Mandylion fosse
la Sindone piegata in otto e chiusa in un reliquiario, in modo da lasciare
visibile solo l'immagine del viso. Questa tesi è stata contestata da altri
studiosi tra cui lo storico Charles Freeman, secondo cui non ci sono evidenze
storiche che permettano di identificare la Sindone con l'immagine di Edessa.
Il velo della
Veronica
Una leggenda sostiene che una donna, di nome Veronica,
asciugò il volto di Gesù con un panno durante la sua salita al Calvario; sul
panno si impresse miracolosamente l'immagine del volto. Questo racconto è
talmente noto che l'incontro di Gesù con la Veronica è una delle tradizionali
stazioni della Via Crucis. Fino al 1600 circa si conservava a Roma il presunto
velo della Veronica; ne fanno menzione anche Dante nella Divina Commedia
(Paradiso XXXI, 103-108) e Petrarca nei Rerum vulgarium fragmenta (Componimento
XVI, vv. 9-11).
La Sindone di
Besançon
A Besançon, in Francia, a circa 200 km da Lirey, si trovava
un'altra Sindone; sembra che vi fosse giunta nel 1208. Era più piccola della
Sindone di Torino (1,3 x 2,6 m) e mostrava solo l'immagine anteriore. Era
oggetto di un'intensa venerazione, meta di pellegrinaggio ed era ritenuta
miracolosa. La Sindone di Besançon scomparve in un incendio nel 1349, ma nel
1377 i canonici della cattedrale annunciarono di averla ritrovata intatta in un
armadio. Nel 1794 andò definitivamente distrutta durante la Rivoluzione
francese. Alcuni storici ipotizzano che questa, e non quella di Torino, fosse
la Sindone che veniva esposta a Costantinopoli fino al 1204. Altri ipotizzano invece
che la Sindone scomparsa nell'incendio del 1349 fosse quella di Torino (l'incendio
in cui venne data inizialmente per distrutta precede di pochissimi anni la
comparsa di quest'ultima a Lirey) e che quella "ritrovata" nel 1377
fosse una copia; altri ancora ipotizzano che proprio la Sindone di Torino fosse
una copia effettuata per sfruttare la fama di quella della vicina Besançon e
attirare quindi a Lirey i pellegrini, dubbi che, dopo la prima ostensione del
1357, portarono il vescovo di Troyes,
Enrico di Poitiers, a chiedere, senza successo, di esaminare
il telo di Lirey, che venne tenuto nascosto fino al 1389.
Copie della Sindone
Sono note circa 50 copie della Sindone, eseguite da vari
pittori in diverse epoche. Una tra le più note, realizzata nel 1516 e
conservata a Lier in Belgio, è attribuita ad Albrecht Dürer, ma questa
attribuzione è controversa.
La storia della copia spagnola della Sindone inizia nel 1594
quando fu commissionata da Carlo Emanuele I di Savoia per donarla poi al
suocero Filippo II di Spagna. Si narra che l'artista commissionato si fosse
recato nella Collegiata di Torino e che avesse dovuto dipingere a capo raso e
in ginocchio per rispetto.
Una copia recente è nel Real Santuario del Santísimo Cristo
de La Laguna a Tenerife (Spagna). Questa replica è stata realizzata con le
tecniche più avanzate del XXI secolo, per cui è attualmente considerato la più
simile all'originale.
L'ultima copia della Sindone, la "quarta", è
conservata nella Collegiata di Santa Maria Assunta di Ripalimosani, in Molise.
Quattro anni più tardi l'opera passò nelle mani di Monsignor Riccardo,
Arcivescovo di Bari, per volere dello stesso Savoia. Alla morte del Monsignore,
la Sindone passò nelle mani di varie famiglie nobili, e tornò nella Collegiata
di Ripalimosani soltanto nel 1807, dopo l'abolizione del regime feudale. La
locale copia della Sindone iniziò ad essere venerata pubblicamente nel 1898 per
volere di don Nicola Minadeo in occasione dell'esposizione per celebrare le
nozze di Vittorio Emanuele III.
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