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La fine di Conte e il verdetto delle urne

Ore decisive per Giuseppe Conte 
e per quello che rimane del 4 marzo


Poco meno di tre anni che sembrano trenta. Chi ha distrutto l’Italia non solo non molla, ma vuole farla pagare a chi ha osato ribellarsi. Poveri illusi. Il verdetto finale spetterà ai cittadini che nelle urne valuteranno non solo quanto fatto da Conte e dal suo governo, ma anche come e perché è stato fatto fuori. Questa crisi scellerata si ritorcerà contro chi l’ha scatenata e contro chi la sta assecondando per bramosia di potere. Se Conte fosse stato un premier vecchio stampo ci sarebbe creata una fila sterminata di fantomatici costruttori. Soprattutto visto che grazie al taglio dei parlamentari in molti sono all’ultimo giro di giostra. Ed invece non saltano fuori. Avranno fatto i loro calcoli. Tipo che a causa della pandemia e la difficoltà di andare al voto sperano in una ammucchiata che gli permetterà d’intascarsi comunque il mega stipendio per altri due anni e nel frattempo d’intrallazzare per riposizionarsi a dovere. Oppure di mega stipendi se ne sono intascati talmente tanti che due anni in più o in meno non fanno differenza e prevale in loro il risentimento verso Conte e quello che rimane del 4 marzo a cui attribuiscono la responsabilità della fine della vecchia partitocrazia da cui provengono e quindi del loro tramonto. Il proprio ego prima di tutto. Quello che insospettisce in queste ore è il silenzio del renzismo dopo mesi logorroici di futili polemiche mezzo stampa. Qualcosa sta succedendo dietro le quinte. Il renzismo è del resto in un vicolo cieco. A destra non lo vogliono, il centro non esiste e se si andasse al voto quel poco che ne resta scomparirebbe per sempre. Sembra incredibile che parlamentari eletti nelle file del Pd e confluiti in Italia Defunta siano disposti a seguire il loro guru in un suicidio di massa. E questo in un momento così drammatico per il paese e per capricci politicamente o pretestuosi come il Mes oppure che Conte ha già risolto come la baggianata della delega ai servizi o le modifiche del Recovery. O i discepoli renziani sperano anche loro in qualche ammucchiata obbligata dalla situazione oppure sperano che Conte alla lunga si arrenda inginocchiandosi al loro cospetto col cappello in mano. Potranno così dichiararsi i vincitori dallo sconcio duello e sperare finalmente di schiodarsi dal loro granitico 2%. Il proprio ego prima di tutto. Vecchia politica allo stato puro. Durante tutta la crisi i discepoli renziani e il loro guru hanno attaccato Conte, Bonafede e tutto il Movimento, ma non il Pd a cui speravano di staccare altri pezzi. A conferma di come il vero movente di questa crisi scellerata sia sbarazzarsi di Conte e di quello che rimane del 4 marzo. Una tornata elettorale storica in cui i cittadini italiani hanno chiesto a gran voce un cambiamento radicale dopo decenni di degrado. Un cambiamento ovviamente indigesto alla vecchia politica del tutto incapace di ammettere le proprie colpe e i propri fallimenti. Il proprio ego prima di tutto. Conte al debutto si definì orgogliosamente populista ma nel senso buono del termine e cioè espressione di una politica al servizio del popolo e non più di se stessa e dei loro amichetti delle lobby. Una politica che si desse una ripulita e riportasse l’Italia in linea con le democrazie più avanzate. Quelle istanze di cambiamento sono state tradite pezzo per pezzo. Prima dalla Lega acciecata dai pieni poteri. Poi dai voltagabbana acciecati da se stessi. Poi dal renzismo acciecato di rivalse. Il proprio ego prima di tutto. Poveri illusi. Il verdetto finale spetterà ai cittadini che nelle urne valuteranno non solo quanto fatto da Giuseppe Conte e dal suo governo, ma anche come e perché è stato fatto fuori. Questa crisi scellerata si ritorcerà contro chi l’ha scatenata e contro chi la sta assecondando per bramosia di potere. I palazzi e gli intrighi possono rallentare il cambiamento, ma non lo possono fermare.

Tommaso Merlo (Attivista)

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