LA SHOAH, IL GIORNO DELLA MEMORIA
Istituito tredici anni fa, il Giorno
della Memoria si celebra il 27 gennaio perché in questa data le Forze Alleate
liberarono Auschwitz dai tedeschi. Al di là di quel cancello, oltre la scritta
«Arbeit macht frei» (Il lavoro rende liberi), apparve l’inferno. E il mondo
vide allora per la prima volta da vicino quel che era successo, conobbe lo
sterminio in tutta la sua realtà. Il Giorno della Memoria non è una
mobilitazione collettiva per una solidarietà ormai inutile. È piuttosto, un
atto di riconoscimento di questa storia: come se tutti, quest’oggi, ci
affacciassimo dei cancelli di Auschwitz, a riconoscervi il male che è stato.
Che cosa è, che cosa rappresenta
Auschwitz?
Auschwitz è il nome tedesco di
Oswiecin, una cittadina situata nel sud della Polonia. Qui, a partire dalla
metà del 1940, funzionò il più grande campo di sterminio di quella sofisticata
«macchina» tedesca denominata «soluzione finale del problema ebraico».
Auschwitz era una vera e propria metropoli della morte, composta da diversi
campi - come Birkenau e Monowitz - ed estesa per chilometri. C’erano camere a
gas e forni crematori, ma anche baracche dove i prigionieri lavoravano e
soffrivano prima di venire avviati alla morte. Gli ebrei arrivavano in treni
merci e, fatti scendere sulla cosiddetta «Judenrampe» (la rampa dei giudei)
subivano una immediata selezione, che li portava quasi tutti direttamente alle
«docce» (così i nazisti chiamavano le camere a gas). Solo ad Auschwitz sono
stati uccisi quasi un milione e mezzo di ebrei.
Con il termine Shoah che cosa si
definisce?
Shoah è una parola ebraica che
significa «catastrofe», e ha sostituito il termine «olocausto» usato in
precedenza per definire lo sterminio nazista, perché con il suo richiamo al
sacrificio biblico, esso dava implicitamente un senso a questo evento e alla
morte, invece insensata e incomprensibile, di sei milioni di persone. La Shoah
è il frutto di un progetto d’eliminazione di massa che non ha precedenti, né
paralleli: nel gennaio del 1942 la conferenza di Wansee approva il piano di
«soluzione finale» del cosiddetto problema ebraico, che prevede l’estinzione di
questo popolo dalla faccia della terra. Lo sterminio degli ebrei non ha una
motivazione territoriale, non è determinato da ragioni espansionistiche o da
una per quanto deviata strategia politica. È deciso sulla base del fatto che il
popolo ebraico non merita di vivere. È una forma di razzismo radicale che vuole
rendere il mondo «Judenfrei» («ripulito» dagli ebrei).
Quali sono gli antecedenti?
L’odio antisemita è un motivo
conduttore del nazismo. La Germania vara nel 1935 a Norimberga una legislazione
antiebraica che sancisce l’emarginazione. Tre anni dopo l’Italia approva
anch’essa un complesso e aberrante sistema di «difesa della razza»,
rinchiudendo gli ebrei entro un rigido sistema di esclusione e separazione dal
resto del paese. Ma questa terribile storia ha dei millenari precedenti. Prima
dell’Emancipazione, ottenuta in Europa nella seconda metà dell’Ottocento, gli
ebrei erano vissuti per millenni come una minoranza appena tollerata, non di
rado perseguitata e cacciata, e sempre relegata entro i ghetti. Tanto nel mondo
cristiano quanto sotto l’Islam. Visti con diffidenza e odio per la loro fede
tenace (e, dal punto di vista della maggioranza, sbagliata), hanno sempre
rappresentato il «diverso», la presenza estranea. Anche se da millenni vivono
qui e si sentono europei.
Perché la Shoah è un evento unico?
Dopo la Shoah è stato coniato il
termine «genocidio». Purtroppo il mondo ne ha conosciuti tanti, e ancora troppi
sono in corso sulla faccia della terra. Riconoscere delle differenze non
significa stabilire delle gerarchie nel dolore: come dice un adagio ebraico
«Chi uccide una vita, uccide il mondo intero». Ma mai, nella storia, s’è visto
progettare a tavolino, con totale freddezza e determinazione, lo sterminio di
un popolo. Studiando le possibili forme di eliminazione, le formule dei gas più
letali ed «efficaci», allestendo i ghetti nelle città occupate, costruendo i
campi, studiando una complessa logistica nei trasporti, e tanto altro. La
soluzione finale non è stata solo un atto di inaudita violenza, ma soprattutto
un progetto collettivo, un sistema di morte.
Perché ricordare e commemorare?
Il Giorno della Memoria non vuole
misconoscere gli altri genocidi di cui l’umanità è stata capace, né sostenere
un’assai poco ambita «superiorità» del dolore ebraico. Non è infatti, un
omaggio alle vittime, ma una presa di coscienza collettiva del fatto che l’uomo
è stato capace di questo. Non è la pietà per i morti ad animarlo, ma la
consapevolezza di quel che è accaduto. Che non deve più accadere, ma che in un
passato ancora molto vicino a noi, nella civile e illuminata Europa, milioni di
persone hanno permesso che accadesse.
ELENA LOEWENTHAL (La Stampa)
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