Mario Draghi:
biografia di un
incappucciato della finanza
E alla fine,
come da copione, l’“operazione Draghi”, a cui il sistema, nonché Draghi stesso,
lavorano alacremente da anni – i servizi fotografici su Draghi che fa la spesa
al supermercato, accarezza i cagnolini e vola in economica, ma anche lo stesso,
ormai celebre, articolo sul Financial Times in cui Draghi, novello keynesiano,
ha riabilitato il debito pubblico (quello “buono”, ça va sans dire) – è stata
portata in porto. Ed è subito gara tra i politici e commentatori nostrani ad
annunciare la seconda venuta di Cristo.
In questa
sede non mi soffermerò sulle manovre di palazzo che ci hanno portato a questo
punto. Mi limiterò a evidenziare come le principali responsabilità, a mio
avviso, siano da imputarsi non a Renzi, come vuole la vulgata, ma allo stesso
Conte, agli occhi di tutti la principale vittima di questa operazione. Se oggi,
infatti, Draghi – letteralmente l’incarnazione vivente del vincolo esterno –
può presentarsi come il salvatore della patria che può garantire l’arrivo e il
“buon uso” dei fantastiliardi dell’Europa, è precisamente perché Conte in
primis ha avallato fin dall’inizio la logica del vincolo esterno, presentando
il Recovery Fund come un generoso regalo di mamma Europa che lo scolaretto
Italia avrebbe dovuto fare di tutto per meritarsi e “spendere bene”, e anzi
senza i quali saremmo stati perduti. Insomma, Conte – sospinto da MoVimento
Cinque Stelle e PD – non ha fatto che alimentare l’idea dell’Italia come
nazione minus habens incapace di gestire sé stessa e perennemente bisognosa
dell’aiuto (e a volte della “rieducazione”) di qualche “provvidenziale” attore
esterno, per definizione più civilizzato e capace di noi.
Questa è
precisamente la narrazione che ha prodotto una classe dirigente completamente
subalterna all’Europa e strutturalmente incapace di difendere gli interessi del
paese, e che ci ha ridotti in quello “stato di minorità” che è proprio di chi
sente la necessità di affidare ad altri le decisioni circa le proprie priorità
e il proprio destino. Non sorprende che a farne le vittime, oltre ai comuni
cittadini, siano spesso proprio i politici italiani, dediti da anni ad
un’operazione di autodenigrazione di sé stessi e del loro paese. Se per mesi
hai ripetuto la fandonia secondo cui il Recovery Fund – nei fatti due spicci
concessi a debito in cambio di condizionalità peggiori del MES, come spiego nel
dettaglio qui – rappresenta «la più grande occasione nella storia del paese»,
c’è poco da sorprendersi che oggi il popolo acclami l’arrivo dei “competenti”
per gestire questa «opportunità storica». Che dire? Chi di vincolo esterno
ferisce di vincolo esterno perisce.
Ma veniamo
ora alla persona di Mario Draghi. Per capire veramente chi è l’uomo che oggi
viene acclamato da tutti come unico possibile salvatore della patria, e cosa è
lecito aspettarsi da lui, può essere utile fare una ripassata sul passato
dell’uomo.
Draghi ha
assunto la carica di nuovo presidente della BCE alla fine del 2011, dopo una
“brillante” carriera come amministratore delegato di Goldman Sachs (2002-2005),
governatore della Banca d’Italia (2005-2011) e direttore generale del Tesoro
italiano (1991-2001). È proprio nella veste di DG del Tesoro che Draghi negli
anni ‘90 Draghi si rese protagonista della stagione delle privatizzazioni
selvagge e della liquidazione a prezzi di saldo di buona parte dell’apparato
industriale e bancario pubblico italiano, pur essendo perfettamente consapevole
– come dichiarò nel suo intervento sul panfilo della regina Elisabetta, il
“Britannia”, in cui la crème de la crème della grande finanza internazionale si
incontrò per pianificare a tavolino il saccheggio dell’economia italiana – che
questo avrebbe «indebolito la capacità del governo di perseguire alcuni
obiettivi non di mercato, come la riduzione della disoccupazione e la
promozione dello sviluppo regionale». Tuttavia – come disse sempre Draghi –
quel processo era da considerarsi «inevitabile perché innescato dall’aumento
dell’integrazione europea».
Fu ancora
Draghi, poi, sempre nella veste di DG del Tesoro, a sovrintendere
all’emissione, da parte dello Stato italiano, di una montagna di titoli di
debito tra i più “tossici” e speculativi al mondo, i famigerati derivati di
Stato, finalizzati a mascherare la realtà entità del deficit pubblico italiano
per ottemperare ai criteri di Maastricht, che negli anni sono costati
all’Italia decine di miliardi (per chi voglia approfondire questa incredibile
vicenda, su cui proprio in questi giorni la magistratura ha riaperto le
indagini, ne ho scritto qui). Lo stesso pacco che poi Draghi avrebbe rifilato
alla Grecia negli anni ‘90 mentre stava alla Goldman Sachs.
Ora, volete
che dopo essersi prodigato in maniera così infaticabile per vent’anni a favore
degli interessi del grande capitale internazionale Draghi non fosse ripagato
come minimo con un bel ruolo da banchiere centrale? E infatti così è stato. Con
l’arrivo di Draghi alla BCE molti speravano che la banca centrale avrebbe
finalmente adottato un approccio più interventista. E così è stato, purtroppo
per tutti noi. Nell’agosto del 2011, pochi mesi prima che Draghi assumesse
ufficialmente la carica alla BCE e nel pieno della furia speculativa nei
confronti dei titoli italiani, lui e il suo predecessore Trichet inviarono al
governo italiano quella famosa “letterina” che poi sarebbe entrata nella
storia, in cui si intimavano al governo italiano «una profonda revisione della
pubblica amministrazione», compresa «la piena liberalizzazione dei servizi
pubblici locali», «privatizzazioni su larga scala», «la riduzione del costo dei
dipendenti pubblici, se necessario attraverso la riduzione dei salari», «la
riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale», «criteri più
rigorosi per le pensioni di anzianità» e persino «riforme costituzionali che
inaspriscano le regole fiscali». Tutto ciò, si sosteneva, era necessario per
«ripristinare la fiducia degli investitori».
Evidentemente,
però, Draghi deve aver ritenuto insufficienti gli sforzi del governo italiano,
e pochi mesi dopo – come ammesso persino da Mario Monti qualche tempo fa –
«decise di cessare gli acquisti di titoli di Stato italiani da parte della BCE»
per far schizzare in alto lo spread e costringere Berlusconi alle dimissioni,
spianando così la strada all’ascesa del governo “tecnico” di Monti. È difficile
immaginare uno scenario più inquietante di quello di una banca centrale
apparentemente “indipendente” e “apolitica” che ricorre al ricatto monetario
per estromettere dalla carica un governo eletto e imporre la propria agenda
politica. Tuttavia, questo è quanto ha fatto Draghi nel 2011 nei confronti dell’Italia
(per una ricostruzione approfondita di quell’episodio rimando a questo mio
articolo).
Non
contento, appena un mese dopo il suo colpo di Stato silenzioso in Italia,
Draghi lanciò l’idea di un “patto fiscale” (“fiscal compact”): «una revisione fondamentale
delle regole a cui le politiche di bilancio nazionali dovrebbero essere
soggette in modo da risultare credibili». Ciò comportò, nel marzo del 2012, la
firma da parte di tutti gli Stati membri dell’UE (con le uniche eccezioni di
Regno Unito e Repubblica Ceca) di una versione ancora più rigorosa del Patto di
stabilità e crescita istituito dal trattato di Maastricht: il cosiddetto Fiscal
Compact. Esatto, quest’ultimo è un’invenzione di Draghi. Cosa la firma di
questa trattato significasse per l’Europa lo spiegò lo stesso Draghi in
un’intervista al Wall Street Journal pochi mesi dopo: «Non c’è alternativa al
consolidamento fiscale, il modello sociale europeo appartiene già al passato».
Fu sempre
Draghi a coniare il concetto di “pilota automatico” in riferimento alle
politiche economiche dell’eurozona. In seguito alle elezioni italiane del 2013,
in cui il MoVimento 5 Stelle emerse come il primo partito del paese, Draghi
rassicurò tutti circa i timori che questo potesse portare l’Italia fuori dai binari
dell’austerità: «Gran parte dell’adeguamento fiscale che l’Italia ha intrapreso
continuerà con il pilota automatico». E infatti così è stato. Il messaggio di
Draghi era chiaro: grazie al nuovo regime di governance economica che egli
stesso aveva contribuito a costruire, i risultati delle elezioni non avrebbero
contato più nulla. Come avrebbe detto qualche anno più tardi il ministro delle
Finanze tedesco Wolfgang Schäuble: «Le elezioni non cambiano nulla. Ci sono
delle regole». Parole che oggi suonano inquietantemente profetiche.
È
precisamente questo processo di spoliticizzazione delle politiche economiche
che ha permesso a Draghi di pronunciare il suo famoso discorso che “ha salvato
l’euro” nell’estate del 2012. In quell’occasione, Draghi annunciò l’istituzione
del programma OMT (Outright Monetary Transactions), con il quale la BCE si
impegnava, se necessario, ad effettuare acquisti illimitati di titoli di Stato
sui mercati obbligazionari secondari «per preservare l’euro». L’implicazione
era che se i mercati avessero richiesto tassi di interesse eccessivamente alti,
la BCE sarebbe intervenuta, acquistando i titoli essa stessa. L’annuncio di
Draghi fu sufficiente a far scendere immediatamente i tassi di interesse nei
paesi interessati dalla crisi, a conferma del fatto che gli interessi sui
titoli di Stato sono determinati dalla politica monetaria della banca centrale,
non dalla “fiducia dei mercati”, come Draghi aveva ripetutamente affermato fino
a quel momento (e avrebbe continuato a ripetere negli anni successivi).
Tuttavia, se
da un lato questo ha aiutato i paesi in crisi (come l’Italia) ad evitare
l’insolvenza, ha fatto ben poco per sostenerli in termini di rilancio delle
loro economie: questo avrebbe richiesto politiche di stimolo fiscale (cioè deficit
più elevati), che era esattamente ciò che il nuovo quadro di governance fiscale
inaugurato da Draghi proibiva. L’accesso a un programma OMT, infatti, comporta
l’adesione da parte del paese in questione a un rigido programma di austerità
fiscale e alle famigerate “condizionalità” della troika (liberalizzazione del
mercato del lavoro, privatizzazione degli asset statali, compressione dei
salari ecc.), all’interno della cornice del Meccanismo europeo di stabilità
(MES). In breve, le varie innovazioni istituzionali introdotte da Mario Draghi
nel corso degli anni, che gli sono valsi così tanti elogi, non hanno
trasformato la BCE in un prestatore di ultima istanza, su cui i governi
nazionali possano fare affidamento sempre e comunque, ma l’hanno resa piuttosto
uno “spacciatore di ultima istanza”, con il potere di sfruttare le difficoltà
economiche dei paesi per ricattarli e costringerli a implementare politiche di
matrice neoliberista.
Questo è
diventato evidente nell’estate del 2015, quando, nel bel mezzo del negoziato
tra le autorità greche e la troika, la BCE ha deliberatamente destabilizzato
l’economia greca, interrompendo il supporto di liquidità alle banche greche,
per costringere il governo di SYRIZA ad accettare le dure misure di austerità
contenute nel nuovo memorandum, un episodio pressoché senza precedenti nella
storia. Tutti questi episodi dimostrano che è soprattutto merito di Draghi se
oggi possiamo dire che l’eurozona è l’unica area economica al mondo in cui non
è la banca centrale ad essere indipendente dai governi, ma sono i governi ad
essere dipendenti dalla banca centrale.
Veniamo ora
alla già celebra lettera di Draghi inviata al Financial Times. Mi dispiace
deludervi ma Draghi non è improvvisamente diventato un novello Keynes da un
giorno all’altro. Più banalmente sta invocando quella che è la strategia da
manuale del buon liberista: privatizzare i profitti in tempo di “pace”
(attraverso politiche di austerità a vantaggio del grande capitale ecc.) e
socializzare le perdite in tempo di “guerra”, attraverso un’espansione della
spesa pubblica – ovviamente a debito – per tenere a galla il grande capitale
(istituti finanziari in primis), esattamente come è accaduto nel 2007-2009.
Passata la bufera si potrà poi tornare allegramente a privatizzare i profitti
con ancora più veemenza di prima, adducendo proprio l’aumento del debito come
scusa per implementare politiche di austerità ancora più severe, esattamente
come è accaduto del decennio post-2007.
Il senso
dell’intervento di Draghi sta tutto qui: qualche carota oggi per poi tornare a
bastonare più forte domani. Ecco cosa possiamo aspettarci dal governo Draghi.
Tra l’altro il suo invito a «fare tutto il debito di cui c’è bisogno» è ancora
più inquietante nella misura in cui l’Italia, come gli altri paesi
dell’eurozona, si indebita in quella che di fatto è una valuta estera, il che
significa che un domani i cittadini italiani saranno chiamati a compiere
sacrifici immani per ripagare ogni singolo centesimo, non potendo contare su
una banca centrale pronta a monetizzare una parte del debito all’occorrenza.
Per
concludere, alla luce del “curriculum” del nostro, c’è solo da tremare alla
prospettiva di un eventuale governo guidato da Draghi. Il fatto che oggi non
solo l’establishment ma anche milioni di cittadini comuni ne acclamino la
venuta è l’ennesima dimostrazione di come ormai l’Italia sia vittima di una
sindrome di Stoccolma di massa. Che forse, a questo punto, potremmo semplicemente
ribattezzare sindrome d’Italia.

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