M5s, le nuove espulsioni devono passare da un voto online della base? Queste le norme previste da, Statuto e regolamento del Movimento
I regolamenti M5s alla
Camera e al Senato prevedono che se l'espulsione è chiesta dal capo politico
non serve passare da Rousseau. Proprio come ha fatto Vito Crimi dopo il No di
36 parlamentari M5s al governo Draghi. In tanti però contestano il suo potere,
visto che lo Statuto è stato appena cambiato e al posto del capo politico deve
essere eletto il nuovo Comitato direttivo a 5. La palla ora passa ai probiviri,
ma solo Grillo può indire una consultazione in Rete
“Ratificare
l’espulsione dal Movimento 5 stelle con un voto online degli iscritti”. Il
primo a chiederlo è stato il presidente della Commissione antimafia Nicola
Morra, tra i parlamentari M5s che non hanno votato la fiducia al governo Draghi
e che per questo sono stati cacciati dai rispettivi gruppi in Parlamento.
L’idea piace anche a Raffaella Andreola, una dei membri del collegio dei
probiviri. Ieri i suoi colleghi hanno fatto partire l’iter disciplinare contro
i dissidenti, ma lei ha votato No. Alessandro Di Battista è certo che gran
parte della base sarebbe contraria, mentre Barbara Lezzi ha spiegato a In
mezz’ora in più su Rai3 che ha intenzione di resistere “in tutti i luoghi e in
tutte le sedi” pur di rimanere nel Movimento. “Cercherò la mediazione fino
all’ultimo”, ha spiegato, “non voglio creare altri gruppi parlamentari, come
altri, e voglio rispondere secondo lo Statuto a tutte le eccezioni che mi
verranno poste”. Per arrivare a una votazione su Rousseau, però, ci sono
diversi ostacoli formali.
Il nodo dei regolamenti e del capo
politico – Il primo
riguarda i regolamenti di cui si è dotato il Movimento alla Camera e al Senato.
L’articolo sui procedimenti disciplinari è il numero 21, in cui si legge che
ogni espulsione dal gruppo parlamentare “dovrà essere ratificata da una
votazione on line sul portale del MoVimento 5 Stelle tra tutti gli iscritti, a
maggioranza dei votanti”. È proprio questa la regola a cui si appellano Nicola
Morra e altri dissidenti. Ci sono però due circostanze in cui non bisogna
passare dagli attivisti: sono la cacciata dal gruppo di chi cambia casacca,
passando ad un altro partito, e i casi eccezionali indicati “dal Capo Politico
del ‘MoVimento 5 Stelle'”. È quello che è accaduto nei giorni scorsi: il
reggente Vito Crimi – capo politico dei pentastellati dopo le dimissioni di
Luigi Di Maio del gennaio 2020 – ha chiesto ai capigruppo di Montecitorio e
Palazzo Madama di espellere i 21 deputati e 15 i senatori che hanno votato No
al governo Draghi. Ma in tanti, da Morra a Barbara Lezzi, contestano la sua
autorità: il 17 febbraio gli iscritti su Rousseau hanno abolito il ruolo di
capo politico in favore di un comitato a 5 e la piattaforma ha annunciato che
“da oggi termina la reggenza di Vito Crimi”. Un annuncio però che
l’associazione, presieduta da Davide Casaleggio, non era titolata a fare. Tanto
che in serata è poi arrivata la replica di Beppe Grillo che ha confermato il
ruolo del capo politico fino all’elezione dei cinque membri. Carica a cui Lezzi
ha ribadito di volersi candidare.
Cosa dice lo Statuto – I 36 parlamentari dissidenti,
quindi, in teoria sono fuori dai gruppi. Il dossier ora però deve passare dal
collegio dei probiviri, l’organo autonomo M5s formato dalla ministra Fabiana
Dadone, dal consigliere regionale del Veneto Jacopo Berti e da Raffaella
Andreola, per ratificare l’espulsione anche dal Movimento. E qui entrano in
gioco le regole previste dallo Statuto ufficiale. All’articolo 11 si legge che
gli eletti in Parlamento sono sanzionabili con “richiamo, sospensione o
espulsione” se vengono accertate violazioni dei doveri, tra cui il “mancato
rispetto delle decisioni assunte dall’assemblea degli iscritti con le votazioni
in rete“. Proprio come in questo caso: la base ha detto Sì a larga maggioranza
al governo Draghi, ma in 36 non hanno votato la fiducia. Avviato formalmente
l’iter disciplinare, i dissidenti hanno 10 giorni di tempo per inviare “memorie
scritte ed eventuale documentazione a sostegno delle proprie ragioni”. Entro
tre mesi, poi, i probiviri possono chiedere ulteriori chiarimenti, archiviare
il procedimento o disporre la sanzione. A quel punto, è possibile fare ricorso
al Comitato di garanzia, “il quale si deve esprimere, con provvedimento non
impugnabile, entro 10 giorni dalla ricezione del reclamo”. L’ultima parola
spetta però al Garante, cioè a Beppe Grillo. È solo lui che “può indire una
consultazione in Rete per sottoporre agli iscritti la proposta di annullamento
o riforma” di eventuali sanzioni. In caso contrario, i dissidenti rischiano di
dover dire definitivamente addio al Movimento.
Il Fatto Quotidiano di Marco
Travaglio

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