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Oggi giornata mondiale delle vittime di COVID...

 Bergamo, un anno dopo le bare sui camion. “Abbiamo pagato, ma chi sbagliò allora continua a farlo oggi. Sistema lombardo resta inadeguato”

“Mio padre non me lo ridarà più nessuno, ma dobbiamo lottare per avere giustizia affinché questo non capiti più”. Salvatore Mazzola è un panettiere di Nembro, uno dei paesi più colpiti dalla prima ondata della pandemia. 188 morti su 11mila abitanti in soli quattro mesi, da febbraio a fine giugno. “Una tempesta che ci ha investito” ricorda il sindaco Claudio Cancelli che ogni sera registrava un messaggio vocale per rincuorare la popolazione. Il più duro è datato domenica 15 marzo e si chiudeva così: “La forza di ognuno sia la forza di tutti”. Pochi giorni più tardi, il 18 marzo, le immagini dei camion dell’esercito che trasportavano le bare fuori dalla città di Bergamo avrebbero fatto il giro del mondo facendo capire a tutti la gravità della situazione. Tanto che proprio il 18 marzo è la giornata nazionale per le vittime del Covid.

A un anno di distanza, le ferite dei familiari delle vittime non si sono rimarginate. “Ci siamo sentiti abbandonati” ricorda Mazzola, che quando è scoppiata la pandemia ha vissuto per 37 giorni nel suo negozio. Una brandina in mezzo ai sacchi di farina per non far mancare il pane al paese e per evitare di portare il virus in casa. Ma non sapeva che il Covid era già entrato in famiglia. “Mio padre Giuseppe si è ammalato a inizio marzo – racconta mentre inforna l’ultimo giro di pane – non lo abbiamo portato in Pronto Soccorso perché tutti dicevano di non farlo e abbiamo chiamato il numero dell’emergenza Covid. Ci hanno detto che il giorno dopo avrebbero valutato la situazione. Abbiamo trovato degli operatori impreparati: non ci hanno parlato di saturimetri o di monitorare la respirazione. E il giorno dopo non abbiamo più visto nessuno”.

Insieme ad altre 500 famiglie si sta battendo per far luce su quello che è successo in quei giorni nella Bergamasca. A seguirli c’è un team di legali del territorio. L’avvocato Consuelo Locati ne fa parte. “A un anno di distanza, proviamo rabbia perché le cose non sono ancora cambiate”. Anche lei ha perso il padre durante il la prima ondata. “Si poteva fare di più, ma non è stato fatto. Il problema è che chi non ha agito continua a non farlo perché sono le stesse figure istituzionali a dettare le regole. Qui in Lombardia abbiamo avuto cinque mesi per potenziare le Usca e per confermare i contratti ai medici saliti durante l’emergenza e invece i contratti non sono stati fatti”. La pandemia ha fatto emergere le fragilità del cosiddetto “modello lombardo”. “Sono venuti fuori tutti i limiti della legge 23 regionale: le Asst sono aziende ospedalieri e hanno una parte territoriale debole che non gestisce i medici di medicina generale gestiti da Ats” ricorda il presidente dell’Ordine dei medici di Bergamo Guido Marinoni – una volta c’erano i distretti che erano elementi di coordinamento territoriale importante e che tenevano i rapporti con i sindaci. Adesso non ci sono più e tutto si sfalda su un disegno provinciale debolissimo”. E poi c’è un problema di selezione della classe dirigente ospedaliera. “Non credo che l’affiliazione politica dei direttori debba essere un elemento di scelta: vorrei sapere che ho le migliori persone negli organigrammi e non mi interessa da che partito arrivano. Questo non va bene e l’abbiamo pagato” si chiede con amarezza il sindaco di Nembro Claudio Cancelli. “Avevamo l’immagine spesso propagandata a livello politico del miglior sistema sanitario non solo d’Italia ma del mondo, ma con il Covid ci siamo scoperti fragili soprattutto dal punto di vista della medicina territoriale” continua il primo cittadino del comune dove a febbraio le campane smisero di suonare per i troppi morti.

Un sentimento condiviso anche dai medici di base che hanno lottato “a mani nude” contro il virus durante la prima ondata. Nella provincia di Bergamo sei dottori sono morti e 150 si sono ammalati nella prima ondata. “Oggi abbiamo i dispositivi di protezione, ma sul territorio manca un sistema solido ed efficace” spiega la dottoressa Ritaines Munizza di Alzano Lombardo. “È cambiato troppo poco – le fa eco il dottor Mirko Tassinari di Bergamo – non abbiamo visto il potenziamento della medicina generale: se non ci vengono dati un amministrativo e un’infermiera finiremo a passare metà delle giornate a compilare moduli”. Ma quello che pesa di più è la mancanza di autocritica da parte delle istituzioni: “Non si ammettono gli errori, dovevano rinforzare le Ats e i medici sul territori, ma continuano a fare gli stessi errori – conclude il panettiere di Nembro – quanti morti ci vogliono ancora, continueremo a lottare e non ci fermeremo fino a quando non avremo giustizia”.

Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio

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