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Pillole anti Covid, come funzionano, i primi antivirali contro il virus...

Due pillole, il Molnupiravir, prodotto da Merck (MSD) e il Paxlovid di Pfizer

Non sono alternative ai vaccini, gli unici in grado di cambiare la traiettoria della pandemia

La premessa è d'obbligo: i vaccini contro Covid-19 stanno cambiando la traiettoria della pandemia. Nei vaccinati le probabilità di contagio, ricovero e decesso sono enormemente inferiori rispetto ai non vaccinati. Accanto però a questa straordinaria forma di prevenzione la ricerca è al lavoro sin da inizio pandemia nel tentativo di identificare molecole in grado di agire direttamente sul virus. A quasi due anni dall'origine di Sars-Cov-2 ora finalmente ci siamo. Tempi tecnici permettendo, a breve saranno disponibili i primi antivirali diretti contro il coronavirus: molnupiravir di Merck (MSD in Italia) e paxlovid di Pfizer, molecole che - stando a quanto comunicato dalle aziende in base ai clinical trial effettuati - ridurrebbero sensibilmente ricoveri e decessi se somministrate poco dopo l'inizio dei sintomi di Covid-19.

Sin dall'antichità l'uomo ha dovuto confrontarsi con malattie di origine virale. Se molte di queste oggi non fanno più paura lo si deve alla vaccinazione. Esistono però dei casi, come per HIV e il virus dell'epatite C, dove non esiste attualmente la possibilità di un vaccino efficace. Ed è proprio in questi casi che lo sviluppo di molecole dirette contro il virus ha cambiato la storia di queste malattie. Se oggi una persona sieropositiva ha la stessa aspettativa di vita di un individuo che non ha mai contratto HIV lo si deve allo sviluppo degli antiretrovirali. Un risultato incredibile se si pensa a quante morti ha causato l'Aids. Stesso discorso per quanto riguarda l'epatite C, infezione in grado di causare cirrosi e tumore del fegato. Oggi, grazie agli antivirali ad azione diretta, in sole 3 settimane è possibile eliminare definitivamente l'infezione.

Sin dai primi casi registrati nel nostro Paese ad inizio del 2020 è emerso chiaramente che curare le persone affette da Covid-19 era un'impresa. Di fronte ad un virus - e una malattia - completamente nuovo, la ricerca è andata per tentativi. Mentre da un lato si è cercato di controllare i sintomi attraverso l'utilizzo di antinfiammatori, dall'altro gli scienziati hanno tentato - nell'attesa di sviluppare nuovi farmaci - di testare "vecchi" antivirali nella speranza che funzionassero anche contro Sars-Cov-2. Purtroppo, tra tutte le molecole testate sino ad ora, nessuna si è dimostrata realmente efficace. Ora però lo scenario promette di cambiare radicalmente grazie a molnupiravir - già approvato in Inghilterra - e paxlovid. Non più terapie per ridurre il danno, bensì farmaci capaci di agire direttamente sul virus.

Come funziona molnupiravir?

Il primo ad essere approvato in via ufficiale nel Regno Unito è molnupiravir, l'antivirale di MSD e Ridgeback Biotherapeutics. Sviluppato inizialmente come antivirale contro il virus influenzale, da quando è “scoppiata” la pandemia la molecola è stata oggetto di sperimentazione negli individui positivi a Sars-Cov-2. Il farmaco in questione appartiene alla categoria degli analoghi nucleosidici, molecole simili per struttura ai “mattoni” con cui è costituito l'RNA virale. Molnupiravir, una volta entrato nella cellula infetta, viene utilizzato come “mattone” per la costruzione di nuove particelle virali. Ma l'incorporazione di questa molecola porta il virus ad accumulare errori che vanno a vanificarne la replicazione. Tradotto: il virus, pieno di errori di “copiatura” nel suo codice genetico, non può replicarsi e sopravvivere. Secondo i risultati ottenuti nel trial che ha portato all'approvazione, molnupiravir è stato in grado di ridurre del 50% le ospedalizzazioni (e il rischio di morte) nei pazienti con Covid-19 ad alto rischio di sviluppare malattia severa. Somministrato facilmente per via orale - si tratta di compresse - l'effetto si registra quando il farmaco viene assunto entro 5 giorni dall'insorgenza dei sintomi.

Come funziona paxlovid?

Diverso è il discorso di paxlovid, trattamento riproposto da Pfizer con alcune piccole modifiche nella struttura dopo una prima sperimentazione 19 anni fa contro il virus Sars. In questo caso il farmaco, assunto per via orale, appartiene alla categoria degli inibitori delle proteasi, una classe di molecole già in uso nel trattamento di HIV ed epatite C. Paxlovid, entrato nelle cellule, è in grado di inibire l'attività di un componente (la proteasi virale C3-like) che il virus utilizza per assemblare le proteine di cui è costituito. Venendo meno questa funzione il virus non è più in grado di edempiere alla sua funzione. Per funzionare al meglio però la cura prevede anche la somministrazione di un vecchio farmaco per HIV - ritonavir - che ha il compito di aumentare il tempo di durata d'azione di paxlovid. Secondo quanto dichiarato dall'azienda, l'utilizzo di questa combinazione entro 3 giorni dall'insorgenza dei sintomi è stato in grado di ridurre dell'89% il rischio di ospedalizzazione e morte. Una percentuale che si riduce all'85% quando l'assunzione avviene tra i 3 e i 5 giorni.

Risultati importanti, quelli ottenuti grazie all'utilizzo dei due antivirali, che non devono però indurre nell'errore che individuata una cura efficace non occorra più porre attenzione alla prevenzione del contagio tramite la vaccinazione. Quest'ultima riduce di molto le probabilità di infezione, ricovero e decesso. Non solo, se il virus circola meno, le probabilità di insorgenza di nuove varianti è minore. Ma al di là di questa caratteristica non trascurabile, l'utilizzo degli antivirali non è affatto privo di possibili controindicazioni, specialmente per quanto riguarda il meccanismo d'azione di molnupiravir. Al momento infatti sono state escluse dall'utilizzo le donne incinte e in allattamento. Non solo, nel trial clinico agli uomini è stato chiesto di evitare rapporti sessuali non protetti con le donne per una settimana dopo aver finito il ciclo di cure. Nell'attesa dei dati sulla sicurezza che verranno valutati da Ema e Fda, rimane infatti da chiarire l'eventuale capacità di indurre mutazioni. La storia di farmaci analoghi, come aciclovir, sembra tranquillizzare ma occorreranno osservazioni ulteriori per escludere qualsiasi problema. Ecco perché, pur essendo di fronte a delle molecole che se approvate saranno in grado di migliorare ulteriormente la situazione, una cura non rappresenta mai l'alternativa alla vaccinazione.

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