SBARCO DI MARSALA: fu di proposito "visto" in ritardo dalla marina duosiciliana,
i cui capi erano già passati ai piemontesi, e fu protetto dalla flotta inglese,
che con le sue evoluzioni impedì ogni eventuale offesa. Tra i famosi
"mille", che lo stesso Garibaldi il giorno 5 dicembre 1861 a Torino
li definì "Tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra ; e
tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e
del delitto", sbarcarono in Sicilia, francesi, svizzeri, inglesi, indiani,
polacchi, russi e soprattutto ungheresi, tanto che fu costituita una legione
ungherese utilizzata per le repressioni più feroci. Al seguito di questa vera e
propria feccia umana, sbarcarono altri 22.000 soldati piemontesi appositamente
dichiarati "congedati o disertori".
CALATAFIMI:
contrariamente a quanto viene detto nei libri di storia, il Garibaldi fu messo
in fuga il giorno 15 maggio dal maggiore Sforza, comandante dell’8° cacciatori,
con sole quattro compagnie. Mentre inseguiva le orde del Garibaldi, lo Sforza
ricevette dal generale Landi l’ordine incomprensibile di ritirarsi. Il
comportamento del Landi risultò comprensibilissimo quando si scoprì che aveva
ricevuto dagli emissari garibaldini una fede di credito di quattordicimila
ducati come prezzo del suo tradimento. Landi qualche mese più tardi morì di un
colpo apoplettico quando si accorse che la fede di credito era falsa: aveva
infatti un valore di soli 14 ducati.
PALERMO: il
Garibaldi, il 27 maggio, si rifugiò in Palermo praticamente indisturbato dai
16.000 soldati duosiciliani che il generale Lanza aveva dato ordine di tenere
chiusi nelle fortezze. Il filibustiere così poté saccheggiare al Banco delle
Due Sicilie cinque milioni di ducati ed installarsi nel palazzo Pretorio,
designandolo a suo quartier generale. In Palermo i garibaldini si abbandonarono
a violenze e saccheggi di ogni genere. A tarda sera del 28 arrivarono, però, le
fedeli truppe duosiciliane comandate dal generale svizzero Von Meckel. Queste
truppe, che erano quelle trattenute dal generale Landi, dopo essersi
organizzate, all’alba del 30 attaccarono i garibaldini, sfondando con i cannoni
Porta di Termini ed eliminando via via tutte le barricate che incontravano.
L’irruenza del comandante svizzero fu tale che arrivò rapidamente alla piazza della
Fieravecchia. Nel mentre si accingeva ad assaltare anche il quartiere S. Anna,
vicino al palazzo di Garibaldi, che praticamente non aveva più vie di scampo,
arrivarono i capitani di Stato Maggiore Michele Bellucci e Domenico Nicoletti
con l’ordine del Lanza di sospendere i combattimenti perché ... era stato fatto
un armistizio, che in realtà non era mai stato chiesto.
L’8 giugno tutte le truppe
duosiciliane, composte da oltre 24.000 uomini, lasciarono Palermo per
imbarcarsi, tra lo stupore e la paura della popolazione che non riusciva a
capire come un esercito così numeroso si fosse potuto arrendere senza quasi
neanche avere combattuto. La rabbia dei soldati la interpretò un caporale
dell’8° di linea che, al passaggio del Lanza a cavallo, uscì dalle file e gli
gridò "Eccelle, o’ vvi quante simme. E ce n’aimma’í accussí ?". Ed il
Lanza gli rispose : "Va via, ubriaco". Lanza, appena giunse a Napoli,
fu confinato ad Ischia per essere processato.
I garibaldini nella loro avanzata in
Sicilia compirono efferati delitti. Esemplare e notissimo è quello di Bronte,
dove "l’eroe" Nino Bixio fece fucilare quasi un centinaio di
contadini che, proprio in nome del Garibaldi, avevano osato occupare alcune
terre di proprietà inglese.
MILAZZO: Il
giorno 20 luglio vi fu una cruenta battaglia a Milazzo, dove 2000 dei nostri
valorosissimi soldati, condotti dal colonnello Bosco, sgominarono circa 10.000
garibaldini. Lo stesso Garibaldi accerchiato dagli ussari duosiciliani rischiò
di morire. La battaglia terminò per il mancato invio dei rinforzi da parte del
generale Clary e i nostri furono costretti a ritirarsi nel forte per il numero
preponderante degli assalitori. Nello scontro i soldati duosiciliani, ebbero
solo 120 caduti, mentre i garibaldini ne ebbero 780. Eroici, e da ricordare,
furono i valorosi comportamenti del Tenente di artiglieria Gabriele, del
Tenente dei cacciatori a cavallo Faraone e del Capitano Giuliano, che morí
durante un assalto.
Episodi di tradimento si ebbero anche
in Calabria, dove nel paese di Filetto lo sdegno dei soldati arrivò tanto al
colmo che fucilarono il generale Briganti, che il giorno prima, senza nemmeno
combattere, aveva dato ordine alle sue truppe di ritirarsi.
NAPOLI: Il
giorno 9 settembre arrivarono a Napoli i garibaldini. Mai si vide uno spettacolo
più disgustoso. Quell’accozzaglia era formata da gente bieca, sudicia,
famelica, disordinata, di razze diverse, ignorante e senza religione.
Occuparono all’inizio Pizzo falcone, poi nei giorni seguenti si sparsero per la
città, tutto depredando, saccheggiando ogni casa. Furono violentate le donne e
assassinato chi si opponeva. Furono lordati i monumenti, violati i monasteri,
profanate le chiese. Il giorno 11 il Garibaldi con un decreto abolì l’ordine
dei Gesuiti e ne fece confiscare tutti i beni. Furono incarcerati tutti quei
nobili, sacerdoti, civili e militari che non volevano aderire al Piemonte,
mentre furono liberati tutti i delinquenti comuni. Il Palazzo Reale fu
spogliato di tutto quanto conteneva. Gli arredi e gli oggetti più preziosi
furono inviati a Torino nella Reggia dei Savoia. Il filibustiere con un decreto
confiscò il capitale personale e tutti beni privati del Re dal Banco delle Due
Sicilie, che fu rapinato di tutti i suoi depositi. Napoli in tutta la sua
storia non ebbe mai a subire un così grande oltraggio, eppure nessun libro di
storia "patria" ne ha mai minimamente accennato.
CAPUA, VOLTURNO, GARIGLIANO, GAETA: eliminati i generali traditori i soldati duosiciliani
dimostrarono il loro valore in numerosi episodi. La vittoriosa battaglia sul
Volturno non fu sfruttata solo per l’inesperienza dei nostri comandanti
militari. In seguito, la vile aggressione piemontese alle spalle costrinse il
nostro esercito alla ritirata nella fortezza di Gaeta, dove il giovane Re
Francesco II e la Regina Maria Sofia, di soli 19 anni, diventata poi famosa con
l’appellativo di "eroina di Gaeta", si coprirono di gloria in una
resistenza durata circa 6 mesi. Gaeta non poté mai essere espugnata dai
piemontesi, ma solo bombardata. Con la resa di Gaeta (13.2.61), di Messina (14
marzo) e di Civitella del Tronto (20 marzo), il Regno delle Due Sicilie cessò
di esistere. I Piemontesi non rispettarono i patti di capitolazione e i soldati
duosiciliani in parte furono fucilati, altri vennero deportati in campi di concentramento
in Piemonte. Di questi soldati, morti
per la loro Patria, oggi non c’è nemmeno un segno che li ricordi e non
meritavano l’oblio cui li ha condannati la leggenda risorgimentale.
PLEBISCITO: Il
giorno 21 ottobre 1860 vi fu a Napoli e in tutte le provincie del Regno la
farsa del Plebiscito. A Napoli, davanti al porticato della Chiesa di S.
Francesco di Paola, proprio di fronte al Palazzo Reale, erano state poste, su
di un palco alla vista di tutti, due urne: una per il Sí ed una per il NO. Si
votava davanti ad una schiera minacciosa di garibaldini, guardie nazionali e
soldati piemontesi. Il giorno prima erano stati affissi sui muri dei cartelli
sui quali era dichiarato "Nemico della Patria" chi si astenesse o
votasse per il NO. Votarono per primi i camorristi, poi i garibaldini, che
erano per la maggior parte stranieri, e i soldati piemontesi. Qualcuno dei
civili che aveva tentato di votare per il NO fu bastonato, qualche altro, come
a Montecalvario, fu assassinato. Poiché non venivano registrati quelli che
votavano per il Sí, la maggior parte andò a votare in tutti e dodici comizi
elettorali costituiti in Napoli. Allo stesso modo si procedette in tutto il
Regno, dove si votò solo nei centri presidiati dai militari con ogni genere di
violenze ed assassini.

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