LA LIBERAZIONE DI AUSCHWITZ
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Nell’estate del 1944, l’offensiva sovietica portò l’esercito
fino alla Vistola, a circa 200 chilometri dal campo di concentramento di
Auschwitz e all’inizio del 1945 ebbe inizio l’Operazione Vistola-Oder,
l’offensiva dell’Armata Rossa per muovere verso il cuore della Germania. A quel
punto, i vertici nazisti si resero conto della necessità di procedere con lo
smantellamento del lager. Le forze sovietiche entrarono nel campo di Majdanek,
vicino a Lublino, Polonia, nel luglio del 1944. Nell’estate del 1944, l’Armata
Rossa conquistò anche le zone in cui si trovavano i campi di sterminio di
Belzec, Sobibor e Treblinka. Nel novembre del 1944, due mesi prima della
liberazione, il ministro dell’interno nazista Heinrich Himmler ordinò di
distruggere le camere a gas di Birkenau rimaste ancora in funzione (ma non
quelle di Auschwitz) e il 17 gennaio del 1945 ad Auschwitz venne fatto l’ultimo
appello generale dei prigionieri.
Le SS cominciarono a evacuare il campo a metà gennaio 1945.
Migliaia di prigionieri furono uccisi mentre altri, circa 60 mila, furono
costretti a un’evacuazione forzata e a prendere parte a quelle che sarebbero
poi divenute famose come “marce della morte”. Le marce procedevano in due
diverse direzioni: verso nord-ovest, fino a Gliwice, per 55 chilometri lungo i
quali venivano raccolti anche i prigionieri dei sottocampi dell’Alta Slesia
Orientale (Bismarckhuette, Althammer e Hindenburg); e verso ovest, per circa 60
chilometri, in direzione di Wodzislaw. Durante il cammino, le SS spararono a
chiunque cedesse e non fosse più in grado di proseguire: è stato calcolato che
circa 15 mila prigionieri siano morti durante queste marce. Chi sopravviveva
veniva invece caricato su treni merci e portato nei campi di concentramento in
Germania.
Il 27 gennaio quando verso mezzogiorno le prime truppe
sovietiche del generale Kurockin entrarono ad Auschwitz trovarono circa 7 mila
prigionieri che erano stati lasciati nel campo. Molti erano bambini e una
cinquantina di loro aveva meno di otto anni (erano sopravvissuti perché erano
stati usati come cavie per la ricerca medica). I sovietici trovarono anche
cumuli di vestiti e tonnellate di capelli pronti per essere venduti. E poi occhiali,
valigie, utensili da cucina e scarpe: il museo di Auschwitz, tra le altre cose,
possiede più di 100 mila paia di scarpe.
L’arrivo dei soldati russi è stato descritto da Primo Levi
nel primo capitolo di La Tregua, intitolato “Il disgelo”. Levi si trovava nel
lager di Monowitz:
La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il
mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Fummo Charles ed io i primi a scorgerla:
stavamo trasportando alla fossa comune il corpo di Sòmogyi, il primo dei morti
fra i nostri compagni di camera. Rovesciammo la barella sulla neve corrotta,
ché la fossa era ormai piena, ed altra sepoltura non si dava: Charles si tolse
il berretto, a salutare i vivi e i morti.
Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano
guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il
campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole
brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri
scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi.
A noi parevano mirabilmente corporei e reali, sospesi (la
strada era più alta del campo) sui loro enormi cavalli, fra il grigio della
neve e il grigio del cielo, immobili sotto le folate di vento umido minaccioso
di disgelo.
Ci pareva, e così era, che il nulla pieno di morte in cui da
dieci giorni ci aggiravamo come astri spenti avesse trovato un suo centro
solido, un nucleo di condensazione: quattro uomini armati, ma non armati contro
di noi; quattro messaggeri di pace, dai visi rozzi e puerili sotto i pesanti
caschi di pelo.
Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre
che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva
i loro occhi allo scenario funereo.
(…) Charles ed io sostammo in piedi presso la buca ricolma
di membra livide, mentre altri abbattevano il reticolato; poi rientrammo con la
barella vuota, a portare la notizia ai compagni. Per tutto il resto della
giornata non avvenne nulla, cosa che non ci sorprese, ed a cui eravamo da molto
tempo avvezzi.
(…) Il mattino ci portò i primi segni di libertà. Giunsero
(evidentemente precettati dai russi) una ventina di civili polacchi, uomini e
donne, che non pochissimo entusiasmo si diedero ad armeggiare per mettere
ordine e pulizia fra le baracche e sgomberare i cadaveri. Verso mezzogiorno
arrivò un bambino spaurito, che trascinava una mucca per la cavezza; ci fece
capire che era per noi, e che la mandavano i russi, indi abbandonò la bestia e
fuggì come un baleno. Non saprei dire come, il povero animale venne macellato
in pochi minuti, sventrato, squartato, e le sue spoglie si dispersero per tutti
i recessi del campo dove si annidavano i superstiti.
A partire dal giorno successivo, vedemmo aggirarsi per il
campo altre ragazze polacche, pallide di pietà e di ribrezzo: ripulivano i
malati e ne curavano alla meglio le piaghe. Accesero anche in mezzo al campo un
enorme fuoco, che alimentavano con i rottami delle baracche sfondate, e sul
quale cucinavano la zuppa in recipienti di fortuna. Finalmente, al terzo
giorno, si vide entrare in campo un carretto a quattro ruote, guidato
festosamente da Yankel, uno Häftling: era un giovane ebreo russo, forse l’unico
russo fra i superstiti, ed in quanto tale si era trovato naturalmente a
rivestire la funzione di interprete e di ufficiale di collegamento coi comandi
sovietici. Tra sonori schiocchi di frusta, annunziò che aveva incarico di
portare al Lager centrale di Auschwitz, ormai trasformato in un gigantesco
lazzaretto, tutti i vivi fra noi, a piccoli gruppi di trenta o quaranta al
giorno, e a cominciare dai malati più gravi.
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