LA TRISTE STORIA DI UNA LAVORATRICE PRECARIA TIS DA 14 ANNI

Il suo nome è Tina, lavoratrice precaria di Ferrandina, che
rientra nel progetto regionale Tis. "Non abbiamo diritti, né ferie, quando
è morto il mio angelo non ho avuto neanche il tempo di elaborare il lutto"
“Mamma non mi abbandonare, mi disse mio figlio, ma fu
l’ultima volta che gli parlai. Quella sera era in un letto di ospedale”. Dopo
due settimane il giovane Alessio, a soli 19 anni, spirò, in terapia intensiva,
all’ospedale San Carlo di Potenza per le conseguenze di una endocardite che non
gli lasciò scampo. Era novembre 2020. E la madre, Tina, lavoratrice Tis
(tirocini di inclusione sociale) vive col rimpianto di non essergli stata
vicino in quelle ultime settimane di vita.
“Una mattina mi chiamarono dal San Carlo per chiedermi il
consenso per una tracheotomia che si era resa necessaria, e mentre mi
chiamavano, io lavoravo, perché non puoi lasciare, non hai permessi, non hai
nulla”. Un dolore “indescrivibile” il suo, reso ancora più atroce da
un’occupazione, quella coi Tis, che non conosce permessi, ferie, malattie,
infortuni. “Ci pagano a giornate, ore, firme quotidiane, e per ogni giornata
che saltiamo, va tutto a sottrarsi alla paga da fame che riceviamo”.
Tina cura il verde pubblico in una villa comunale di
Ferrandina e segue il percorso dei Tirocini regionali da ormai 14 anni. “Dovevamo
partire con dei tutor e con una formazione per inserirci nel mondo del
lavoro – spiega – ma ciò non è mai
accaduto”. È una sorte che condivide con altri 1800 lavoratori atipici lucani,
tra Tis e Rmi (reddito minimo di inserimento) che si battono per essere
‘stabilizzati’ dalla Regione e che hanno allestito da un mese dei gazebo
proprio davanti al Palazzo regionale, a Potenza, per far sentire la propria
voce. “Da quando sono entrata in questo percorso ho solo e sempre lavorato, non
ho mai avuto un tutor e le cose sono rimaste sempre così”. La paga è di “580
euro al mese per noi del Tis – chiarisce
– e non c’è mai una data fissa in cui ti pagano. Siamo quasi a fine marzo e
ancora dobbiamo ricevere la mensilità di febbraio”.
Ma sono i diritti a mancare, vergognosamente. “Anche dopo
aver subito la perdita del mio povero angelo, non ho avuto neanche il tempo di
elaborare, dovevo andare al lavoro per non perdere giornate e non vedermi
decurtare la paga. Ho altri 3 figli da crescere e sono una madre sola”.
Zero diritti, quindi, paga a giornata e “tanto rammarico per
non aver potuto assistere mio figlio prima che se ne andasse. Certo, se avessi
saputo…”. Ma Tina si fa forza per non far mancare nulla agli altri figli di cui
uno ancora piccolo. “Quando è nata l’ultima bimba la portavo col passeggino
nella villetta che pulisco. Veniva con me, anche pochi giorni dopo il parto
dovevo lavorare se volevo mangiare, non avevo diritti”. E “quante rinunce”,
sottolinea. Alcune volte “anche per comprare un paio di scarpe ai ragazzi, dico
loro che se ne parla il mese prossimo. Pensate che sia bello per un genitore
non poter accontentare un figlio?” Ma intanto “il lavoro chiama e ogni giorno
non lavorato è un paio di scarpe in meno, anzi un pezzo di pane in meno”. Già, perché
anche per mangiare non è semplice “…ma lasciamo perdere. Alcune volte si
ricorre anche ai pacchi della Caritas, sennò come fai. Vorrei cambiare lavoro,
ma chi mi prende. Ci sono problemi coi giovani qui in Basilicata, figuriamoci
per chi ha passato i 50”.
Ma il cruccio più grande resta quello di non essersi potuta
fermare neanche dopo la dolorosa perdita del suo “angelo”. Infine si rivolge ai
vertici regionali e all’assessore
Galella: “Ma a voi sembra normale un lavoro del genere, e se fosse un
vostro familiare a operare nelle nostre condizioni, non fareste lo stesso nulla
per cambiare le cose?”.
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