9 MAGGIO 1978 RITROVAMENTO DEL CORPO DI ALDO MORO

Oggi ricorre il 45° Anniversario del ritrovamento del corpo
di Aldo Moro, giustiziato ed abbandonato in una macchina a Roma dalle Brigate
Rosse, una giornata da ricordare e tramandare alle nuove generazioni, di
seguito i fatti:
"Lei deve comunicare alla famiglia che troveranno il
corpo dell'onorevole Aldo Moro in via Caetani, lì c'è una R4 rossa, i primi
numeri di targa sono N5".
Con queste parole il brigatista rosso Valerio Morucci, in
una telefonata passata alla storia datata nove maggio del 1978, annunciava
l'omicidio di Aldo Moro a un disperato Francesco Tritto, suo assistente
universitario.
In quella giornata grigia e ventosa, politici, poliziotti e
curiosi accorsero in via Caetani, testimoni del tragico epilogo di un sequestro
durato 55 giorni. Moro era stato ucciso poche ore prima, colpito nel petto dai
proiettili sparati dagli assassini.
Da tre giorni il Paese intero aspettava, dopo il lugubre
comunicato numero nove diffuso dalle Br il 6 maggio: "Concludiamo la
battaglia, eseguendo la sentenza a cui Moro è stato condannato".
Il 9 maggio il cadavere di Moro fu ritrovato adagiato nel
bagagliaio della R4 rossa usata dai brigatisti per l'ultimo viaggio del
presidente. La macchina era parcheggiata in via Caetani, a metà strada tra
Piazza del Gesù, dove si trovava la sede della Democrazia, e via delle Botteghe
Oscure, dov'era il quartier generale del Pci: i due partiti del compromesso
storico che le Br avevano deciso di combattere imbracciando il mitra.
Aveva il vestito grigio a righe e la cravatta che indossava
il giorno del suo rapimento in via Fani, il 16 marzo 1978, dove i cinque uomini
della sua scorta morirono crivellati dai colpi delle mitragliette Skorpion.
La moglie e i figli rifiutarono i funerali di Stato e
seppellirono Aldo Moro in forma privata nel cimitero di Torrita Tiberina. Lo
Stato volle comunque una cerimonia solenne, che fu celebrata da Paolo VI a San
Giovanni. La bara di fronte all'altare era vuota.
Questo il racconto del
Comandante Antonio Cornacchia che lo ritrovò per primo:
Il 9 maggio 1978, alle 13.20 circa, il comandante Antonio
Cornacchia – nome in codice Airone 1 – ricevette una telefonata via radio dalla
centrale operativa dei Carabinieri di Roma, che gli comunicava la presenza di
una macchina sospetta parcheggiata a via Caetani. Cornacchia fu l’uomo che per
primo vide il corpo di Aldo Moro.
Oggi Cornacchia ha 86 anni. Nella sua carriera nell’Arma, ha
arrestato il criminale Renato Vallanzasca e, dopo aver comandato il Nucleo
investigativo dei Carabinieri di Roma, ha lavorato nei servizi segreti. Di lui
la stampa dice che aveva la tessera 871 della P2, circostanza che lui
smentisce, dicendo di aver svolto anche delle perquisizioni nei confronti di
Licio Gelli.
Negli anni Cornacchia ha ricevuto diverse intimidazioni. Il
27 luglio 1978 gettarono delle bombe a mano nel suo ufficio e il suo collega
Antonio Varisco fu ucciso dalle Brigate Rosse il 13 luglio 1979 sul lungotevere
Arnaldo da Brescia, ai piedi della stele che ricorda Giacomo Matteotti.
Come ogni mattina Cornacchia doveva incontrarlo a Piazza del
Popolo, dove erano soliti prendere il caffè. “Quel giorno arrivai con 20 minuti
di ritardo”, dice. “Quando arrestammo uno dei responsabili ci disse che quella
mattina avrei dovuto essere io il loro bersaglio, ma non mi ero presentato e
quindi uccisero lui”.
Il giorno del
ritrovamento:
Dal mattino del 16 marzo, giorno del rapimento di Moro, il
Nucleo investigativo dei Carabinieri di Roma, stava cercando di scoprire “la
prigione del popolo”, il covo in cui le Brigate Rosse tenevano nascosto il
politico democristiano.
Era stato sempre Cornacchia, insieme ai suoi uomini, a
indagare insieme alla Digos di Roma sulla strage di via Fani, durante la quale
furono uccisi gli uomini della scorta dell’onorevole Moro, e l’onorevole fu
rapito dalle Brigate Rosse.
“Lì fui fortunato”, racconta Cornacchia. “Dopo due ore potei
delineare l’identikit dei due uomini in divisa che spararono e uccisero i due
carabinieri, Leonardi e Ricci, che erano a bordo dell’auto con l’onorevole
Moro”.
Dopo 55 giorni, durante i quali la polizia giudiziaria si
trova, secondo Cornacchia, in uno stato di completo “disorientamento”, con
parentesi che lui stesso definisce “discutibili” nell’operato dell’ente (si
veda più avanti, ndr) il 9 maggio 1978 il comandante riceve quella telefonata.
La chiamata via radio dalla centrale operativa dei
Carabinieri di Roma andò più o meno così:
“Portarsi immediatamente a via Caetani, c’è una Renault 4
sospetta. Il numero di targa comincia con Roma N5”.
“Vado subito, sono nei paraggi”.
“La mattina del nove maggio, erano circa le 13.20, io mi
trovavo a piazza Ippolito Nievo, lungo viale Trastevere”, ricorda Cornacchia.
“Ricevetti una telefonata del mio collega, il colonnello De Donno, che dalla
centrale operativa dei Carabinieri di Roma mi diceva di portarmi in via
Caetani. Pochi minuti prima aveva ricevuto dalla Questura di Roma la
segnalazione di una macchina sospetta. Mi indicò anche una parte della targa:
Roma N5”, racconta l’ex generale.
“Impiegai sei o sette minuti ad arrivare in via Caetani”,
prosegue Cornacchia. “Dopo aver oltrepassato il ponte Garibaldi, via Arenula,
Largo Argentina e via delle Botteghe oscure, la seconda strada sulla destra è
via Caetani. Raggiunsi la strada prima delle 13.30. Localizzai l’auto e diedi
un’occhiata all’interno, l’abitacolo era tutto libero. Era una Renault 4 rossa
amaranto. Notai nel portabagagli
posteriore, dal lunotto, che c’era un plaid che copriva qualcosa di voluminoso,
ma naturalmente non potevo sapere cosa fosse”.
Cornacchia racconta che a quel punto telefonò via radio alla
centrale, e diede altre indicazioni sulla macchina, completando il numero di
targa. Il suo collega gli disse: “Non toccarla, attendi che arrivino gli
artificieri”.
Nell’attesa, il comandante chiese notizie sull’automobile ai
funzionari della Biblioteca vicina. Da quanto era parcheggiata lì? “Seppi che
uno dei funzionari della biblioteca era solito parcheggiare la macchina lì. E
quella mattina aveva trovato il posto occupato. Per cui potei stabilire l’ora
esatta in cui la macchina fu parcheggiata lì: alle 8 meno cinque del mattino”.
Ma qui sorge un enigma che l’ex carabiniere non riesce
ancora a spiegarsi: la telefonata con cui il brigatista Valerio Morucci,
utilizzando il nome del sedicente “dottor Nicolai”, comunicava al professor
Tritto, assistente di Aldo Moro, la presenza della Renault 4 con a bordo il
cadavere di Moro, avvenne alle 12.20. Come mai la segnalazione a Cornacchia
arriva un’ora dopo? “Non credo che il mio collega ebbe la telefonata molto
prima delle 13.20. È più di un’ora”
Nonostante la richiesta del suo collega, Cornacchia non
aspettò l’arrivo degli artificieri, ma aprì il bagagliaio dell’automobile con
un piede di porco che aveva con sé. Quando TPI chiede all’ex generale come mai
andava in giro con un piede di porco in macchina, lui risponde: “La stampa ci
aveva da tempo accusato di essere stati superficiali nelle “visite” che avevamo
fatto a via Gradoli (il covo delle Brigate Rosse, ndr). Noi avevamo il mandato
per fare dei controlli, ma non avevamo l’ordine di sfondare le porte nel caso
in cui non aprisse nessuno. Allora dopo queste critiche, andando contro la
legge iniziai a portarmi dietro questo rudimentale piede di porco”, sostiene
Cornacchia, che comunque dice di non essere stato presente il giorno dei controlli
al covo delle Br.
Una volta aperto il bagagliaio della macchina e scostato il
plaid, Cornacchia vide il corpo di Aldo Moro. “Quello che mi colpì più di tutto
era la lingua tra i denti, con tracce di sangue”, dice. “Che indicava che la
morte era stata lenta e dolorosa. Notai anche tracce di sangue tra l’indice e
il medio di una mano, come se l’onorevole Moro avesse tentato di difendersi con
la mano dai proiettili”.
Qualche minuto dopo, mentre Cornacchia sta comunicando con
la centrale attraverso l’autoradio, arrivò sul posto l’onorevole Gian Carlo
Pajetta, del Partito comunista italiano, insieme alla sua compagna Miriam
Mafai. Chiesero se si trattasse del corpo di Moro, e Cornacchia confermò.
“Vuole vederlo?”, chiese il carabiniere a Pajetta. “No, preferisco ricordarlo
per come ero solito incontrarlo”, rispose il politico. La giornalista Miriam
Mafai invece volle vederlo, e poi scrisse un articolo sul ritrovamento del
cadavere.
Cinque minuti dopo che Pajetta si era allontanato, arrivò
l’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Cornacchia alzò ancora una
volta il plaid. Il ministro si fede il segno della croce, bisbigliò qualche
parola e poi disse: “Cornacchia, sa dove andrò adesso?”. Lui risposte: “No”.
“Andrò a dare le dimissioni, perché abbiamo fallito”.
Intorno all’automobile intanto si era formata una calca,
racconta Cornacchia, che poi ha seguito il feretro e nel pomeriggio assistette
anche all’autopsia del cadavere.
Quando Cornacchia parla di “parentesi discutibili” durante
le indagini, fa riferimento a casi in cui sarebbe stata apertamente violata la
legge pur di riuscire a liberare Aldo Moro, almeno in una prima fase delle
indagini.
“In quel momento io non dissi nulla perché avrei avuto
conseguenze immediate, ma poi ho scritto tutto”, sostiene Cornacchia, che in
seguito ha scritto il libro Airone 1. Retroscena di un’epoca pubblicato con
Editoriale Sometti nel 2016.
“Allora l’onorevole Nicola Lettieri era responsabile
dell’Unità di crisi. Dopo il rapimento Moro insisteva con noi della polizia
giudiziaria chiedendoci di fare l’impossibile”, racconta Cornacchia. “E siccome
questa espressione la ripeté per ben tre volte, a un certo punto gli chiesi:
onorevole, lei cosa intende dire? Andare al di là del lecito? Se necessario
anche, rispose lui. Penso che sia noi carabinieri sia quelli della Digos lo
abbiano fatto. Io l’ho fatto in prima persona”.
Cornacchia rivela di essersi avvalso di un “aiutante di
polizia giudiziaria”: in altre parole un latitante della ‘ndrangheta, che gli
pose alcune condizioni in cambio di una sua collaborazione.
Per prima cosa gli chiese di avere prima il consenso del suo
capo-cosca, che Cornacchia riuscì ad ottenere. Poi, secondo il racconto dell’ex
generale, gli chiese addirittura di incontrare il presidente della Repubblica
Giovanni Leone, e Cornacchia sostiene di essere riuscito ad organizzare
l’incontro in quanto Leone era stato suo docente universitario a Napoli.
Ottenuto il presunto placet del Capo dello Stato, il latitante
chiese di contattare il capo della mafia siciliana, cosa che Cornacchia
dichiara di essere riuscito a fare.
“Io l’ho fatto avvicinare al capo della mafia”, dice, “il
quale a un certo punto chiese però a questo ‘ndranghetista di non interessarsi,
offrendogli anche dei soldi. ‘Sappia che ai politici non interessa che Moro
venga liberato’, gli disse. E io non ho più potuto usufruire dell’appoggio di
quest’uomo che si era dichiarato disponibile. Quando cominciò a consolidarsi la
linea della fermezza, il potere politico avvertì quindi la mafia”.
Cornacchia non rivela il nome del capomafia con cui si
sarebbe messo in contatto, ma sostiene che non si trattasse di Stefano Bontate.
“Bontate fu contattato da Andreotti, all’incirca a metà
aprile”, sostiene Cornacchia. “E il capomafia si dichiarò disponibile. Poi,
siccome Bontate aveva litigato con Totò Riina, Andreotti si rivolse
direttamente a quest’ultimo”.
“La camorra invece si è rifiutata”, aggiunge Cornacchia.
“Cutolo disse di no perché il suo luogotenente Enzo Casillo, di cui si fidava,
gli disse che i politici non volevano che loro si interessassero”.
Ma come avvenivano questi contatti? “Avevamo gente che ci
accompagnavano a destra e a sinistra”, spiega Cornacchia. “Quindi loro (i
brigatisti, ndr) sapevano tutto, tutto. Si sa che questa prigione del popolo,
in via Montalcini 8, guarda caso era circondata da appartamenti di proprietà
dei componenti della Banda della Magliana. Per cui Mario Moretti era
tranquillissimo, Prospero Gallinari era tranquillissimo. Quando si avvicinavano
i carabinieri o la polizia, davano l’allarme”.
Cornacchia cita anche un presunto ruolo dell’organizzazione
segreta chiamata Noto Servizio o Anello, una sorta di servizio segreto
parallelo alle dipendenze della Presidenze del Consiglio. A suo dire questa
organizzazione sarebbe riuscita a localizzare il covo in cui si trovava Aldo Moro,
ma poi fu bloccata proprio da Palazzo Chigi.
Tre giorni prima del ritrovamento del corpo di Aldo Moro, la
sera del 6 maggio, Cornacchia racconta di essersi recato insieme a due
intermediari a Castel Gandolfo, residenza estiva del papa.
“Ebbi modo di constatare che il papa Paolo VI era riuscito a
raccogliere 10 miliardi di lire di riscatto e il Vaticano aveva preso contatto
con le Brigate Rosse, che avevano accettato la trattativa”, dice Cornacchia.
“Ma quella sera ci fu una telefonata al segretario particolare del papa che
fece saltare tutto all’ultimo momento. Io penso di sapere chi è stato, ma sono
supposizioni. A chiamare era stato un componente della loggia di Cristo Re in
Paradiso, anche se non ho mai saputo chi fosse. Da quella sera iniziai a pensare
che tutto sarebbe volto al peggio”.
L’OPERATO DEI
CARABINIERI E I LEGAMI DELLE BR CON LA ‘NDRANGHETA
“Negli anni successivi si è parlato poco del nostro modo di
agire”, dice Cornacchia “Alla Commissione parlamentare mi hanno chiesto se mi
rendevo conto di aver commesso dei reati, perché non avevo l’autorizzazione per
fare quello che ho fatto, se mi rendevo conto di essere un deviato, perché poi
sono stato anche ai Servizi segreti. Tutti si aspettavano che mi giustificassi.
Invece ho detto, sì, ho commesso i reati. Ma ormai sono tutti prescritti”.
“Quanto ai servizi, una volta arrivato lì mi sono reso conto
di dover fare un doppio giuramento”, sostiene Cornacchia. “Ai servizi e a chi
ha vinto la guerra”, aggiunge, riferendosi alla Cia, che a suo dire ha fatto
delle imposizioni al Sismi (i servizi segreti italiani), anche se non specifica
di quali imposizioni si tratta.
Già prima del rapimento di Moro, Cornacchia segnalò in
alcuni rapporti i presunti legami tra le Brigate Rosse e la ‘ndrangheta, ma quella
pista non fu mai approfondita dagli inquirenti.
Quando gli viene chiesto il motivo di questo mancato
approfondimento, Cornacchia risponde: “Chi non ha effettuato segnalazioni erano
i servizi segreti. Dai servizi segreti in quei 55 giorni non abbiamo mai avuto
una notizia, almeno io come comandante del nucleo operativo”.
Sul motivo di questo silenzio l’ex generale ha una sua
teoria. “I servizi segreti erano alle dipendenze dei politici. Di noi, della
polizia giudiziaria, non si sarebbero potuti servire, dovevamo dar conto alla
Procura della Repubblica”, dice. “E i politici a un certo punto cambiarono
idea, decisero di interrompere la trattativa per liberare Moro. Il motivo? È
una mia supposizione: Moro pensava che svelando certi segreti inerenti la politica
e il governo si sarebbe potuto salvare. Ma quando ha cominciato a toccare i
tasti personali, ecco il risultato”.
Enzo Scasciamacchia
Coll.re Giornalistico
(Freelance)/Scrittore
Il Comandante

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