ADDIO A GIGI RIVA LEGGENDA DEL CALCIO ITALIANO
RICOVERATO PER UN MALORE IMPROVVISO

Tutto è nato il giorno precedente con un problema improvviso
in casa. Non sembrava niente di grave, ma Cagliari e la Sardegna erano in ansia
per le condizioni di Gigi Riva, capocannoniere della Nazionale e numero 11
dello storico scudetto del Cagliari del 1970.
Prima l'infarto, poi la corsa all'ospedale insieme ai figli
ed il ricovero nel reparto di Cardiologia del Brotzu di Cagliari, il luogo in
cui, alle ore 19:39 del 22 gennaio 2024, ha avuto il malore fatale, Gigi si è
spento da grande campione cui Lui era.
Rombo di tuono, così soprannominato, lo hanno amato tutti, abituati
da secoli ad essere guelfi o ghibellini, da anni di pallonate ad essere Mazzola
o Rivera, bianconeri o granata, Roma o Lazio, la voce diabolica della Callas o
quella angelica della Tebaldi, la Loren o la Lollo, l’aquila Coppi o il naso
Bartali, lui no: Luigi Riva detto Gigi, da Leggiuno, provincia di Varese,
Lombardia profonda, da non credere che non fosse sardo, Gigi Riva, se n’è
andato a 79 anni, colpito al cuore nella sua Cagliari. Lui, Gigi Riva in
quell’isola che, raccontano, aveva visto dall’alto la prima volta andando a
giocare a Siviglia con una Nazionale giovanile e aveva chiesto cosa fosse e
aveva detto “non ci vivrei”, invece proprio lì ha voluto vivere (e ieri morire)
e quella maglia azzurra da adolescente sarebbe stata la sua vera pelle che ogni
tifoso ha amato.
Coerenza e fedeltà,
lo hanno amato tutti
Sì, il Cagliari di quello scudetto che sapeva di miracolo
come appaiono certe imprese che appartengono a uomini è stato la consacrazione
di “Rombo di tuono” come lo aveva ribattezzato Gianni Brera, azzeccandoci mica
come l’Abatino Rivera che fu di quegli anni. Fu uno scudetto che piacque a
tutti, perché non l’aveva vinto il nemico della porta accanto. Ma è la maglia
azzurra, i 35 gol in 42 volte che sono il suo record, quei gol nei quali
scatenava la potenza e la rabbia, la grama infanzia e la nuova gloria, il
ragazzino che era stato al quale qualche campione negò l’autografo, e lui mai
ne negò uno e poi mai un selfie quando i gusti e i gadget cambiarono. E quando
cambiò il calcio. Riva non era di quei campioni che rincorrevano ai suoi tempi
il dollaro e di quelli che ai tempi nostri sono attratti dall’oro nero come le
gazze dall’oro vero.
Lui no. Lui non fece neppure, al cinema, quel Francesco
d’Assisi che gli propose Franco Zeffirelli, mica come adesso che te li ritrovi
in una sit-com, in una serie, in uno spot, in una clip. Lui, “Rombo di tuono”,
al massimo è stato il protagonista di un documentario di Riccardo Milani, che
ha il cielo nel titolo e fa ancora battere il cuore, come faceva Gigi quando
aveva il pallone a tiro, e che tiro! Ci si è pure spezzato le gambe più d’una
volta: qualche avversario gliela spezzò, qualche altro lo vide soltanto
crollare sull’erba, e l’urlo lo sentimmo tutti. Come tutti sentimmo quel “no”
che disse alla Juve, la Juve dell’Avvocato, la Juve di Boniperti, la “razza
padrona” di quei tempi. Eppure un ragazzo che aveva lasciato Leggiuno
allampanato e triste, seppe resistere e fece vincere l’amore per quel suo
calcio, per quella terra di Sardegna che non gli era spettata alla nascita ma
in cui si ritrovò, schivo, silenzioso, amatissimo e però lasciato alla sua
vita, quella terra e quella gente in cui si sentiva protetto e difeso, e lui,
che le difese era abituato a scardinarle, lì invece si rintanò. Felice.
Poi, quando carne e muscoli erano forse disperatamente
segnati, rimasto a Cagliari e al Cagliari fino alla retrocessione (lontani i
tempi con Manlio Scopigno), non rimase mai estraneo dall’azzurro che ne aveva
fatto il campione di tutti, perché questo è stato, l’Italia pallonara, cioè
l’Italia tutta, unita più di quanto non fosse riuscito nemmeno a un altro uomo
d’isola, Giuseppe Garibaldi.
Diventò dirigente dell’Italia, Riva, e furono mondiali di
continuo, talvolta perduti chissà perché (le notti magiche che furono
stregate), ma tal altra, invece, indimenticabili, una per tutte “il cielo sopra
Berlino”. Ha sempre parlato poco, Riva, che pure chissà quante ne aveva da
dire: spalancava la porta avversaria e tanto bastava, poi il resto era il suo
mondo. Raccontava d’aver passato una sera genovese con Fabrizio De André, un
altro sardo d’animo e di scelta, e che tacquero entrambi per un bel po’, forse
fumarono, poi parlarono chissà quanto senza smettere mai. De André gli regalò
una chitarra, Gigi una maglia. A noi tutti e due hanno regalato emozioni. Il
resto sono numeri, presenze, gol, trofei. Ma le emozioni non ne tengono conto.
Era un mancino: il piede buono dalla parte del cuore.
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