LA STATUA DI SANT´EUFEMIA (DEL MANTEGNA) DI IRSINA (MT)
UNICA AL MONDO

Un tesoro venuto da lontano…
La statua di Sant’Eufemia scolpita da Andrea Mantegna,
patrimonio di inestimabile valore, è custodita nella Cattedrale di Irsina.
Essa è una rarissima testimonianza dell’attività scultorea
dell’artista rinascimentale, di cui parlano le fonti. La fierezza e la dolcezza
del suo sguardo danno la sensazione che il blocco in pietra di Nanto con cui è
stata realizzata si muova e prenda vita.
La scultura di Sant’Eufemia di Irsina rappresenta la
perfetta sintesi tra le novità rinascimentali e la compostezza classica che
coesistono nell’arte del Mantegna.
Sant’Eufemia, la Grande Martire, nata da una famiglia
cristiana a Calcedonia in Asia Minore, morì nel 303 martirizzata perché decisa
a non rinunciare alla sua fede cristiana, durante l’ultima persecuzione
dell’imperatore Diocleziano.
L’imponente statua a tutto tondo, scolpita e dipinta intorno
al 1453 da Andrea Mantegna, alta m 1,72, del peso di q. 3,50 è in pietra di
Nanto, località presso i monti Berici, in Veneto.
L’attribuzione dell’opera all’artista rinascimentale è stata
avanzata per la prima volta, nel 1996, da Clara Gelao, direttrice della
Pinacoteca di Bari, e confermata con un ampio studio del 2003. La studiosa ha
riconosciuto nella scultura forti caratteri mantegneschi nell’accuratissimo
panneggio e nella costruzione del volto classicheggiante, rapportabili alle
tele del grande artista.
Il confronto con la Santa Giustina del polittico di San Luca
(ora a Brera), dipinto negli stessi anni, che mostra la Santa del tutto simile
sia nell’impostazione che nei panneggi alla scultura lucana, ha aiutato la
Gelao nell’attribuzione.
L’intuizione della studiosa ha trovato conferma nel poemetto
in latino Vita Divae Euphemiae Virginis et Martyris di Pasquale Verrone,
arcidiacono della Cattedrale di Montepeloso, edito a Napoli nel 1592. Lo
scritto, ritrovato dal sacerdote Nicolino Di Pasquale e ripubblicato nel 1989,
ha fornito preziose informazioni sulla donazione di Roberto De Mabilia.
La scultura fu ricollocata nel ‘700 nella bellissima
cappella a lei intitolata, accanto all’altare maggiore, in fondo alla navata
destra, rivestita di pregiatissimi marmi policromi, in una nicchia di marmo
grigio che la distingue dallo sfondo multicolore.
In seguito alla sistemazione del XVIII secolo, la statua fu
ridipinta nelle vesti e fu scalpellata nella parte superiore del capo, per
consentire l’appoggio di una corona di argento, attualmente rimossa.
Rimasta nella nicchia dell’altare fino allo spostamento
avvenuto nel 2006, quando è stata protagonista a Mantova della mostra per il V
centenario della morte di Andrea Mantegna, oggi troneggia al centro della
stessa cappella su un basamento ligneo, dove può essere ammirata in tutta la
sua interezza.
La martire è raffigurata in piedi, come una statua classica,
con la gamba destra lievemente avanzata, avvolta in un abito di color verde
salvia e presenta sui polsi rossi una quadrettatura dorata; il vestito è
accostato in vita e viene in parte celato dal bellissimo manto dorato, con un
elegante panneggio dal quale si dipanano tre simmetriche e lisce pieghe che
poggiano sul basamento, lasciando intravedere i piedi e le calzature finemente
scolpite. Uno sguardo più attento merita la clamide dorata che, partendo dal
collo della Santa fino a stringersi in vita, cade morbidamente sul corpo,
lasciando intuire l’anatomia, e si annoda elegantemente sul fianco sinistro.
Sul manto, sopra il petto, è ancora ben visibile una fessura che doveva
contenere una spada, forse d’argento, ormai perduta, simbolo di uno dei tanti
martiri subiti.
La mano sinistra regge il modellino della città di
Montepeloso, di cui si distinguono le mura di cinta e i tre colli su cui è
poggiata; la mano destra, invece, è inserita nelle fauci del leone che le è
accanto, causa del martirio della giovane Santa.
Il volto è lievemente ruotato verso destra e accenna un
tenue e misterioso sorriso, lo sguardo è attento e le labbra dischiuse, che
fanno appena intravedere i denti, dando l’impressione che la Santa sia in
procinto di parlare, le conferiscono una estrema naturalezza.
La parte posteriore è scolpita con una cura e una minuzia di
particolari straordinari.
I capelli scendono morbidamente sulle spalle con estrema
leggerezza. Il leone, fiero e imponente nella parte anteriore, si fa mansueto
dietro, con la coda tra le zampe, come il più docile degli animali domestici.
È noto anche l’interesse del museo del Louvre che ha
mostrato interesse verso la scultura di Santa Eufemia del Mantegna, tanto da
ospitarla in occasione della mostra del 2008 in onore del genio rinascimentale.
ANDREA MANTEGNA
(ISOLA DI CARTURO, 1431 – MANTOVA, 13 SETTEMBRE 1506)
è stato un pittore, incisore e miniaturista italiano,
cittadino della Repubblica di Venezia.
Si formò nella bottega padovana dello Squarcione, dove
maturò il gusto per la citazione archeologica; venne a contatto con le novità
dei toscani di passaggio in città quali Filippo Lippi, Paolo Uccello, Andrea
del Castagno e, soprattutto, Donatello, dai quali imparò una precisa applicazione
della prospettiva. Mantegna si distinse infatti per la perfetta impaginazione
spaziale, il gusto per il disegno nettamente delineato e per la forma
monumentale delle figure.
Il contatto con le opere di Piero della Francesca, avvenuto
a Ferrara, marcò ancora di più i suoi risultati sullo studio prospettico tanto
da raggiungere livelli "illusionistici", che saranno tipici di tutta
la pittura nord-italiana. Sempre a Ferrara, poté conoscere il patetismo delle
opere di Rogier van der Weyden rintracciabile nella sua pittura devozionale;
attraverso la conoscenza delle opere di Giovanni Bellini, di cui sposò la
sorella Nicolosia, le forme dei suoi personaggi si addolcirono, senza perdere
monumentalità, e vennero inserite in scenografie più ariose. Costante in tutta
la sua produzione fu il dialogo con la statuaria, sia coeva sia classica.
Mantegna fu il primo grande "classicista" della pittura. La sua arte
può essere definita un rilevante esempio di classicismo archeologico.
Andrea Mantegna nacque nel 1431 da Biagio, falegname. Luogo
di nascita è Isola di Carturo (oggi denominata Isola Mantegna, frazione di
Piazzola sul Brenta), un borgo nei pressi di Padova, ma che all'epoca era sotto
il contado vicentino. Le poche notizie sulle sue origini lo definiscono
"d'umilissima stirpe". Da giovanissimo si sa che Andrea fece il guardiano
di bestiame nella campagna attorno al suo paese.
San Marco (1448)
Giovanissimo, già nel 1441 è citato nei documenti padovani
come apprendista e figlio adottivo dello Squarcione; verso il 1442 si iscrive
alla fraglia padovana dei pittori, con l'appellativo di "fiiulo"
(figlio) di Squarcione. Il trasferimento venne sicuramente facilitato dalla
presenza in città di Tommaso Mantegna, fratello maggiore di Andrea, che aveva
fatto una discreta fortuna come sarto, e abitava nella contrada Santa Lucia,
dove visse anche Andrea[10]. Successivamente il pittore iniziò ad abitare
presso la bottega di Squarcione, lavorando esclusivamente per il padre
adottivo, che con l'espediente dell'"affiliazione" era solito
garantirsi una manodopera fedele e a basso costo.
Secondo i contratti stipulati da Squarcione con i suoi
allievi, nella sua bottega si impegnava a insegnare: costruzione prospettica,
presentazione di modelli, composizione di personaggi e oggetti,
proporzionamento della figura umana, e altro. Probabilmente il suo metodo
d'insegnamento consisteva nel far copiare frammenti antichi, disegni e quadri
di varie parti d'Italia soprattutto toscani e romani, raccolti nella sua
collezione, come dice il Vasari nella vita del Mantegna: «lo esercitò assai [a
Mantegna] in cose di gesso formate da statue antiche, et in quadri di pitture,
che in tela si fece venire di diversi luoghi, e particolarmente di Toscana e di
Roma». Di questa collezione non si sa niente, ma si può presumere che ne
facessero parte medaglie, statuette, iscrizioni antiche, calchi in gesso e
qualche pezzo di statue forse direttamente dalla Grecia (dove il maestro si era
forse recato di persona negli anni venti), tutte opere frammentarie che
venivano prese singolarmente per il loro vigore, decontestualizzandole e
riaccostandole arbitrariamente.
A Padova Mantegna trovò inoltre un vivace clima umanistico e
poté ricevere un'educazione classica, che arricchì con l'osservazione diretta
di opere classiche, delle opere padovane di Donatello (in città dal 1443 al
1453) e la pratica del disegno con influssi fiorentini (tratto deciso e sicuro)
e tedeschi (tendenza alla rappresentazione scultorea). La sensibilità verso il
mondo classico e il gusto antiquario divennero presto una delle componenti
fondamentali del suo linguaggio artistico, che si portò dietro durante tutta la
carriera.
L'indipendenza
La permanenza di Mantegna presso la bottega dello Squarcione
durò sei anni. Nel 1448 si liberò definitivamente della tutela del padre
adottivo, intentando anche una causa contro di lui, per avere un risarcimento
in denaro per le opere eseguite per conto del maestro.
In quello stesso anno si dedicò a una prima opera
indipendente: la pala, andata distrutta nel XVII secolo, destinata all'altare
maggiore della chiesa di Santa Sofia. Si trattava di una Madonna col Bambino in
sacra conversazione tra santi, probabilmente ispirata all'altare della basilica
del Santo di Donatello. Di quei primi anni ci è pervenuto un San Marco, firmato
e datato 1448, e un San Girolamo, del quale restano anche alcuni studi su
carta.
Sempre del 1448 è la firma del contratto da parte del
fratello Tommaso Mantegna, quale tutore di Andrea ancora "minorenne",
per la decorazione della cappella della famiglia Ovetari nella chiesa degli
Eremitani a Padova. L'opera, in parte distrutta durante la seconda guerra
mondiale, era affidata a un team eterogeneo di pittori, dove gradualmente
spiccò la personalità di Mantegna, capace anche di affinare la propria tecnica.
Iniziò, poi, a dipingere degli spicchi del catino absidale, dove lasciò tre
figure di santi, ispirati a quelli di Andrea del Castagno nella chiesa
veneziana di San Zaccaria. In seguito si dedicò probabilmente alla lunetta
della parete sinistra, con la Vocazione dei santi Giacomo e Giovanni e la
Predica di san Giacomo, completati entro il 1450, per poi passare al registro
mediano. Nella lunetta la prospettiva mostrava ancora qualche incertezza,
mentre nelle due scene sottostanti essa appare invece ormai ben dominata. Il
punto di vista, centrale nel registro superiore, è più abbassato nelle scene
sottostanti e unifica lo spazio dei due episodi, con il punto di fuga di
entrambe le scene impostato sul pilastrino centrale dipinto. Aumentano nelle
scene successive gli elementi tratti dall'antico, come il maestoso arco
trionfale che occupa due terzi del Giudizio, a cui vanno aggiunti medaglioni,
pilastri, rilievi figurati e iscrizioni in lettere capitali, derivati
probabilmente dall'esempio degli album di disegni di Jacopo Bellini, il padre
di Gentile e Giovanni. Le armature, i costumi e le architetture classiche, a
differenza dei pittori "squarcioneschi", non erano semplici
decorazioni di sapore erudito, ma concorrevano a fornire una vera e propria
ricostruzione storica degli eventi. L'intenzione di ricreare la monumentalità
del mondo antico arriva a dare alle figure umane una certa rigidità, che le
faceva apparire come statue.
San Giacomo va al martirio. Cappella Ovetari nella chiesa
degli Eremitani dopo il restauro ultimato in questi ultimi anni.
Nel 1449 sorsero i primi contrasti tra Mantegna e Nicolò
Pizzolo, con il primo citato in giudizio dal secondo a causa delle continue
interferenze nell'esecuzione della pala della cappella. Ciò comportò una
redistribuzione da parte dei committenti del lavoro tra gli artisti.
Probabilmente per questi contrasti Mantegna sospese il suo lavoro e visitò
Ferrara. In ogni caso il cantiere si arrestò nel 1451 per mancanza di fondi.
A Ferrara
L'impegno nella cappella Ovetari non impediva al pittore di
accettare anche altri incarichi, così nel maggio 1449, approfittando di una
fase di stallo, si recò a Ferrara, al servizio di Leonello d'Este.
Qui realizzò un'opera perduta consistente in un doppio
ritratto, magari un dittico, raffigurante da un lato Leonello e dall'altro il
suo camerlengo Folco di Villafora. Non è certo quanto tempo il pittore si
trattenne alla corte ferrarese, comunque è indiscusso che qui ebbe modo di
vedere i dipinti di Piero della Francesca e dei fiamminghi che il duca
collezionava. Forse incontrò lo stesso Rogier van der Weyden, che lo stesso
anno si trovava in Italia, fermandosi anche nella corte estense.
Nel 1450-1451 Mantegna tornò a Ferrara, al servizio di Borso
d'Este, per il quale dipinse un'Adorazione dei pastori, dove si coglie già una
maggiore attenzione alla resa naturalistica della realtà derivata dall'esempio
fiammingo.
Il 21 luglio 1452 Mantegna terminò a Padova la lunetta per
il portale maggiore della basilica del Santo con il Monogramma di Cristo tra i
santi Antonio di Padova e Bernardino, oggi conservata al Museo antoniano. In
quest'opera sperimentò per la prima volta gli scorci da sotto in su che applicò
poi nei restanti affreschi agli Eremitani.
I lavori alla cappella Ovetari furono ripresi nel novembre
1453 e conclusi nel 1457. In questa seconda fase fu protagonista solo Mantegna,
anche per la morte di Nicolò Pizzolo (1453), che completò le Storie di san
Giacomo, affrescò la parete centrale con l'Assunzione della Vergine e infine si
dedicò al completamento del registro inferiore delle Storie di san Cristoforo,
iniziate da Bono da Ferrara e da Ansuino da Forlì, dove realizzò due scene
unificate: il Martirio e trasporto del corpo decapitato di san Cristoforo, le
più ambiziose dell'intero ciclo. Discusso risulta il rapporto con Ansuino, che,
se per alcuni sarebbe stato influenzato dal Mantegna, per altri ne sarebbe
stato piuttosto un precursore.
Nel 1457 Imperatrice Ovetari intentò una causa contro
Mantegna poiché nell'affresco dell'Assunzione aveva dipinto solo otto apostoli
invece di dodici. Vennero chiamati a dare un parere i pittori Pietro da Milano
e Giovanni Storlato che giustificarono la scelta di Mantegna per la mancanza di
spazio.
Più sciolto rispetto alle Storie di san Giacomo appare
l'episodio del Martirio di san Cristoforo, immediatamente successivo, dove le
architetture hanno già acquistato quel tratto illusionistico che fu una delle
caratteristiche base di tutta la produzione di Mantegna. Nella parete sembra
infatti aprirsi una loggia, dove è ambientata la scena di martirio, con
un'impostazione più ariosa ed edifici tratti non solo dal mondo classico. Le
figure, tratte anche dall'osservazione quotidiana, sono più sciolte e
psicologicamente individuate, con forme più morbide, che suggeriscono
l'influenza della pittura veneziana, in particolare di Giovanni Bellini, del
quale dopotutto Mantegna sposò la sorella Nicolosia nel 1454.
Durante i nove anni del lavoro alla Cappella Ovetari si andò
delineando lo stile inconfondibile di Mantegna, rendendolo immediatamente
celebre e facendone uno degli artisti più apprezzati della sua epoca.
Nonostante l'impegno agli Eremitani, in quegli anni Mantegna sottintese anche
ad altre commissioni, anche di notevole impegno.
Del 1453-1454 è il Polittico di San Luca per la cappella di
San Luca nella basilica di Santa Giustina a Padova, ora alla pinacoteca di
Brera. Il polittico è composto da dodici scomparti organizzati su due registri.
Nella pala si trovano fusi elementi arcaici, come il fondo
oro e le diverse proporzioni tra le figure, ed elementi innovativi, come
l'unificazione spaziale prospettica nel gradino in marmi policromi che fa da
base ai santi del registro inferiore e la veduta scorciata dal basso dei
personaggi del registro superiore, estremamente solidi e monumentali, che con
la cornice originale (perduta) dovevano dare l'idea di affacciarsi da una
loggia ad arcate, posta in alto rispetto al punto di vista dello spettatore. Le
figure hanno contorni nitidi, evidenziati dalla brillantezza quasi metallica
dei colori.
Sempre del 1454 è la tavola con Sant'Eufemia al museo di
Capodimonte di Napoli. Il dipinto ha un'impostazione simile all'Assunzione
della Vergine alla cappella Ovetari, con la santa di monumentale figura, data
dalla visione scorciata dal basso, e inquadrata in un arco di saldo rigore
prospettico, con festoni di derivazione squarcionesca.
Al 1455-1460 viene poi fatto risalire il Bambino benedicente
di Washington.
Pala di San Zeno
La Pala di San Zeno per il coro della chiesa di San Zeno a
Verona venne commissionata da Gregorio Correr, abate della chiesa, nel 1456 e
realizzata tra il 1457 e 1459. Si tratta della prima pala pienamente
rinascimentale dipinta in Italia settentrionale, da dove nacque una feconda
scuola di pittori veronesi: uno fra i numerosi pregevoli esempi fu Girolamo dai
Libri.
La cornice solo in apparenza divide la pala in un trittico:
in realtà la cornice reale viene infatti illusivamente continuata dal portico,
delimitato da colonne, in cui è racchiusa la Sacra Conversazione; Mantegna fece
anche aprire una finestra nella chiesa che illuminava la pala da destra in modo
da far coincidere l'illuminazione reale con quella dipinta. Le architetture
hanno infatti acquistato quel tratto illusionistico che fu una delle
caratteristiche base di tutta la produzione di Mantegna. Il punto di vista
ribassato intensifica la monumentalità delle figure e accresce il
coinvolgimento dello spettatore, che viene chiamato in causa anche dallo
sguardo diretto di san Pietro. Le figure, con pose tratte anche
dall'osservazione quotidiana, sono più sciolte e psicologicamente individuate,
con forme più morbide, che suggeriscono l'influenza della pittura veneziana, in
particolare di Giovanni Bellini. Nel disegno prospettico della sacra
conversazione il punto di fuga è alla base del pannello centrale, tra i due
angioli musicanti.
Della predella fanno parte le tre scene con Orazione
nell'orto e Resurrezione (conservate a Tours) e Crocifissione (conservata al
Louvre).
La Presentazione al
Tempio di Giovanni Bellini
Fin dagli esordi nella bottega di Squarcione, Mantegna ebbe
ripetuti contatti con la bottega veneziana di Jacopo Bellini, tra gli ultimi
esponenti della cultura tardogotica che proprio in quegli anni andava
perseguendo un aggiornamento in senso rinascimentale iniziando a usare la
prospettiva e che condivideva con Andrea il gusto per la citazione
archeologica.
Valutando le grandi potenzialità del giovane padovano, il
Bellini maturò la decisione di dargli in sposa la sua unica figlia Nicolosia
nel 1453. Da allora i rapporti tra Mantegna e i pittori veneziani si fecero più
stretti, in particolar modo con il cognato coetaneo Giovanni Bellini. Il
dialogo tra i due, particolarmente intenso durante gli anni cinquanta, si
esplicò nell'ammirazione e nel desiderio di emulazione del Bellini, che imparò
dal cognato la lezione di Donatello e ripropose spesso opere derivate dalle sue
(come l'Orazione nell'orto o la Presentazione al Tempio). Lo stesso Mantegna
mutuò dal Bellini una maggiore scioltezza e individuazione psicologica per i
personaggi, oltre a una più fluida fusione di colore e luce.
Quando Giovanni raggiunse la piena consapevolezza delle sue
doti artistiche, le influenze di Mantegna si stemperarono gradualmente (così
come quelle del padre e del fratello Gentile).
Verso Mantova
Al 1456 risale la prima lettera di Ludovico Gonzaga che
richiedeva Andrea come pittore di corte, dopo la partenza di Pisanello, forse
il precedente incaricato. Il Gonzaga era il tipico principe umanista e
condottiero, educato nell'infanzia da Vittorino da Feltre, che lo aveva
avvicinato alla storia romana, alla poesia, alla matematica e all'astrologia.
Non stupisce perciò l'insistenza del marchese nel richiedere i servigi di
Mantegna, che all'epoca era l'artista che maggiormente cercava di far rivivere
il mondo classico nelle sue opere. Il programma di rinnovamento promosso dal
Gonzaga aveva una portata più ampia e coinvolse in quegli stessi anni anche
altri artisti, quali Leon Battista Alberti e Luca Fancelli.
Nel 1457 il marchese invitò ufficialmente Andrea a
trasferirsi a Mantova e il pittore si dichiarò interessato, anche se gli
impegni già presi a Padova (come la Pala di San Zeno e altre opere) fecero
rimandare di altri tre anni la sua partenza. Probabilmente c'erano anche
ragioni personali nel ritardo: egli doveva ben sapere che trasferendosi a corte
la sua vita di uomo e di artista sarebbe cambiata radicalmente, garantendogli
sì una tranquillità economica e una stabilità notevoli, ma privandolo anche
della sua libertà e allontanandolo da quel vivace ambiente dei nobili e degli
umanisti padovani, nel quale era così apprezzato.
Tra il 1457 e il 1459 eseguì il San Sebastiano, ora
conservato a Vienna, che Roberto Longhi, sottolineando la raffinata
calligrafia, datava al 1470 circa.
Nel 1458 Mantegna e alcuni aiuti risultavano intenti ad
affrescare le residenze ducali di Cavriana e di Goito, a cui seguirono alcuni
anni dopo un ciclo omerico nel palazzo di Revere (1463-1464). Di questi cicli non
resta niente. Alcuni ne hanno ravvisato un'eco nelle incisioni del maestro o
della sua cerchia, come i due Baccanali (Baccanale con sileno a Chatsworth,
collezioni del duca di Devonshire e Chatsworth, e Baccanale con un tino a New
York, Metropolitan Museum of Art) e la Zuffa di dei marini, sempre a
Chatsworth.
Nel 1460 Mantegna si trasferì con tutta la famiglia a
Mantova come pittore ufficiale di corte, ma anche come consigliere artistico e
curatore delle raccolte d'arte. Qui ottenne uno stipendio fisso, un alloggio e
l'onore di uno stemma araldico con il motto "par un désir", vivendo
alla corte dei Gonzaga fino alla morte.
Tra le prime opere a cui l'artista mise mano ci fu una serie
di ritratti, produzione tipica dei pittori di corte, commissionati sia dal
marchese sia da una serie di nobili e potenti in stretto rapporto con la corte.
Spiccano il Ritratto del cardinale Ludovico Trevisan (1459-1460) e il Ritratto
di Francesco Gonzaga (1461 circa).
Morte della Vergine
Il primo incarico ufficiale che Ludovico III Gonzaga affidò
a Mantegna, prima ancora del suo trasferimento definitivo, fu quello di
decorare la cappella del castello di San Giorgio. Si trattava della cappella
privata nel castello trecentesco che il marchese aveva eletto a sua residenza e
che oggi è un'ala di Palazzo Ducale. I lavori architettonici alla cappella
erano iniziati nel 1459, nell'ambito di un progetto autocelebrativo per il
concilio di Mantova (27 maggio 1459-19 gennaio 1460), ed erano stati compiuti
secondo una consulenza del Mantegna stesso, come risulta da una lettera del
marchese al Mantegna, datata 4 maggio 1459. Il piccolo ambiente, rifatto e
ridecorato nel XVI secolo quando le sue decorazioni erano ormai disperse, era
coperto da una cupoletta con lanterna, dove si aprivano alcune finestre.
Per quanto riguarda la decorazione pittorica, Mantegna
dipinse una tavola raffigurante la Morte della Vergine, ora al Prado, che aveva
una forma allungata, dotata originariamente di una parte superiore, segata in
epoca imprecisata, del quale è stata riconosciuta come facente parte della
cuspide la tavoletta di Cristo con l'animula della Madonna (Ferrara, Pinacoteca
nazionale). Di grande illusionismo è la presenza della veduta dipinta del lago
del Mincio e del ponte di San Giorgio, che realmente era visibile dalle
finestre del castello, e che Mantegna inserì in seguito anche nella Camera
degli Sposi.
Sempre della stessa decorazione fanno forse parte le tre
tavole del Trittico degli Uffizi (Ascensione, Adorazione dei Magi e
Circoncisione), associate arbitrariamente in un'unica opera nel XIX secolo.
Potrebbe però trattarsi anche di un'opera realizzata tra il 1466 e il 1467
durante due soggiorni a Firenze. Inoltre rimandano forse al quel progetto
decorativo le tre incisioni con la Deposizione dalla croce, la Deposizione nel
sepolcro e la Discesa al Limbo.
Il 23 e 24 settembre del 1464 Andrea Mantegna, il pittore
Samuele da Tradate, Felice Feliciano, copista e antiquario, e Giovanni
Marcanova, ingegnere idraulico, compirono una gita in barca sul lago di Garda.
Si trattava di una vera e propria spedizione archeologica alla ricerca di
epigrafi antiche, che ben documenta la passione per il collezionismo di
antichità di Mantegna e del gruppo di umanisti a lui vicino. Essi cercarono
anche di emulare ritualmente il mondo classico: coronati di ghirlande di mirto
ed edera, cantarono accompagnati dal liuto e invocarono la memoria di Marco
Aurelio, che era rappresentato dall'imperator Samuele, mentre Andrea e Giovanni
erano i consules. Alla fine della gita visitarono il tempio della Beata Vergine
a Garda, a cui resero grazie.
Nel 1465 Mantegna iniziò una delle sue imprese decorative
più complesse, alla quale è legata la sua fama. Si tratta della cosiddetta
Camera degli Sposi, chiamata nei resoconti dell'epoca "Camera Picta",
cioè "camera dipinta", terminata nel 1474. L'ambiente di dimensioni
medio-piccole occupa il primo piano della torre nord-orientale del castello di
San Giorgio e aveva la duplice funzione di sala delle udienze (dove il marchese
trattava affari pubblici) e camera da letto di rappresentanza, dove Ludovico si
riuniva coi familiari.
Mantegna studiò una decorazione ad affresco che investiva
tutte le pareti e le volte del soffitto, adeguandosi ai limiti architettonici dell'ambiente,
ma al tempo stesso sfondando illusionisticamente le pareti con la pittura, che
crea uno spazio dilatato ben oltre i limiti fisici della stanza. Motivo di
raccordo tra le scene sulle pareti è il finto zoccolo marmoreo che gira
tutt'intorno nella fascia inferiore, sul quale poggiano i pilastri che
suddividono le scene. Alcuni tendaggi di broccato affrescati svelano le scene
principali, che sembrano svolgersi oltre un loggiato. La volta è affrescata
come se fosse sferoidale e presenta centralmente un oculo, da cui si sporgono
fanciulle, putti, un pavone e un vaso, stagliati sul cielo azzurro.
Il tema generale è una straordinaria celebrazione
politico-dinastica dell'intera famiglia Gonzaga, con l'occasione della
celebrazione dell'elezione a cardinale di Francesco Gonzaga. Sulla parete nord
è ritratto il momento in cui Ludovico riceve la notizia dell'elezione: grande è
l'attenzione ai particolari, alla verosimiglianza, all'esaltazione del lusso
della corte. Sulla parete ovest è rappresentato l'incontro, avvenuto nei pressi
della città di Bozzolo, tra il marchese e il figlio cardinale; la scena ha una
certa fissità, determinata dalla staticità dei personaggi ritratti di profilo o
di tre quarti per enfatizzare l'importanza del momento; sullo sfondo è presente
una Roma idealizzata, come augurio per il cardinale.
Come premio per l'esecuzione dell'opera, Ludovico Gonzaga
nel 1476 donò al maestro il terreno sul quale egli edificò la propria casa,
conosciuta ancora oggi come Casa del Mantegna.
Un importante ciclo di affreschi attribuiti a Mantegna è
stato rinvenuto durante il restauro della Casa del mercato.
Viaggi in Toscana
Durante i lunghi lavori alla Camera degli Sposi, condotti
con particolare lentezza, come ha dimostrato anche il restauro del 1984-1987,
Mantegna lavorò forse anche ad altre opere, ma la loro consistenza e
individuazione è particolarmente difficoltosa, per la mancanza di
documentazione. Si sa che nel 1466 Mantegna fu a Firenze e a Siena e che nel
1467 tornò di nuovo in Toscana. L'unica opera riferita a questi viaggi è forse
il Ritratto di Carlo de' Medici, che alcuni però ipotizzano risalente al
Concilio di Mantova.
Nel giugno 1478 il marchese Ludovico scompariva e gli
succedeva il figlio Federico, che avrebbe regnato per sei anni. Mantegna,
sebbene spesso angustiato da ristrettezze economiche, era ben consapevole del
rango di rilievo che occupava a corte ed era desideroso di un riconoscimento
pubblico della sua fama, ricercando con caparbietà un titolo. Nel 1469
l'imperatore Federico III si trovava a Ferrara, dove Mantegna si recò
personalmente per essere insignito come conte palatino. Non è chiaro se ottenne
o meno quello che desiderava, perché usò tale titolo solo dopo il soggiorno
romano.
Le gratificazioni maggiori però le ottenne dai marchesi suoi
benefattori. Nel 1484 ottenne il prestigioso titolo di cavaliere.
A pochi anni dopo l'impresa di Mantova risale forse la
decorazione della residenza marchionale di Bondanello (forse nel 1478), dove
vennero affrescate due sale, completamente perdute con la distruzione
dell'edificio nel XVIII secolo. Indizi archiviali hanno fatto pensare che
potesse essere legata a questa impresa l'incisione con la Zuffa di dei marini.
In questo periodo l'attività di Mantegna fu densa di
incombenze derivanti dal servizio di corte (miniature, arazzi, oreficerie e
cassoni, che spesso erano creati su suo disegno), a cui vanno aggiunte le
decorazioni derivanti dalla smania edilizia dei Gonzaga, dove il maestro doveva
sorvegliare numerose maestranze. Tra i pochi dipinti pervenutici di questo
periodo, alcuni collocano il celebre Cristo morto (Milano, Pinacoteca di
Brera), le cui datazioni proposte oscillano però nel complesso tra la fine del periodo
padovano e il 1501 e poi, quindi un periodo amplissimo. L'intelaiatura
prospettica del corpo di Cristo visto in un ripido scorcio è celebre, anche per
l'illusione che il redentore "segua" lo spettatore in ogni
spostamento, secondo un criterio illusivo che è affine a quello dell'Oculo
nella Camera degli Sposi e che eclissa quasi, con il suo carattere
strabiliante, gli altri valori espressivi dell'opera.
Nel 1480 circa realizzò il San Sebastiano, ora conservato al
Louvre, in occasione probabilmente del matrimonio, svoltosi l'anno successivo,
tra Chiara Gonzaga e Gilberto di Borbone-Montpensier e destinato alla chiesa
d'Aigueperse en Auvergne, dove arrivò nel 1481.
Un esempio di come Mantegna fosse stimato e richiesto dai
grandi del suo tempo è testimoniato dai rapporti con Lorenzo il Magnifico,
signore de facto di Firenze. Nel 1481 Andrea gli mandò un dipinto e nel 1483
Lorenzo visitò il suo studio, ammirandone le opere, ma anche la personale
collezione di busti e oggetti antichi.
Il marchesato di Federico Gonzaga fu relativamente breve e a
lui successe il figlio diciottenne Francesco, al potere fino al 1519. Il
giovane erede, a differenza dei suoi predecessori, non aveva tra i suoi primari
interessi l'arte e la letteratura, preferendo piuttosto portare avanti la
tradizione militare della famiglia, diventando un noto condottiero. Tra i suoi
passatempi preferiti c'erano le giostre e i tornei, oltre che la tenuta di
scuderie celebri per i suoi cavalli.
Francesco fu comunque tutt'altro che estraneo al
mecenatismo, continuando l'opera dei suoi predecessori in quanto a creazione di
nuove architetture e realizzazioni di grandi cicli decorativi, anche se
maggiore era il legame di queste commissioni con le sue imprese militari, tanto
che il poeta ferrarese Ercole Strozzi lo definì il "nuovo Cesare".
In questo clima venne avviata da Mantegna la realizzazione
dei Trionfi, una delle opere più celebrate del tempo, che occupò l'artista dal
1485 circa fino alla morte.
L'ambizioso progetto dei Trionfi di Cesare, nove tele
monumentali che ricreavano la pittura trionfale dell'Antica Roma, oggi
conservate nel Palazzo Reale di Hampton Court a Londra, venne iniziato verso il
1485, ancora in lavorazione nel 1492, reso pubblico in parte nel 1501 e
concluso entro il 1505. Di un decimo "Trionfo" denominato i Senatori
esiste solo una stampa derivata dal cartone preparatorio. Ispirandosi a fonti
antiche e moderne e alle rare raffigurazioni su sarcofagi e rilievi vari,
Mantegna ricreò la processione trionfale, che in origine doveva apparire,
tramite apposite cornici, come un'unica lunga scena che veniva vista come
attraverso un loggiato. Il risultato fu un'eroica esaltazione di un mondo
perduto, con una solennità non minore di quella della Camera degli Sposi, ma
più mossa, avvincente e attuale.
Dopo la morte del maestro, Francesco II destinò le tele a
una lunga galleria del palazzo San Sebastiano, che si era appena fatto
costruire, usando probabilmente una serie di pilastrini intagliati e dorati per
incorniciarle, dei quali restano alcuni esemplari a palazzo Ducale. Il ciclo divenne
subito uno dei tesori più ammirati della città gonzaghesca, celebrato da
ambasciatori e visitatori di passaggio. Nel 1626 sette delle tele erano state
spostate a palazzo Ducale, con due di Lorenzo Costa. Vasari li vide e li
descrisse come "la miglior cosa che [Mantegna] lavorasse mai".
Nel 1487 papa Innocenzo VIII scrisse a Francesco Gonzaga
pregandolo di inviare Mantegna a Roma, poiché intendeva affidargli la
decorazione della cappella del nuovo edificio del Belvedere in Vaticano. Il
maestro partì nel 1488, con una presentazione del marchese datata 10 giugno
1488.
Poco prima di lasciare Mantova Andrea fornì forse le
indicazioni e i disegni per quattro tondi ad affresco (Ascensione, Santi Andrea
e Longino - datato 1488 - Deposizione e Sacra Famiglia coi santi Elisabetta e
Giovannino) destinati all'atrio della chiesa di Sant'Andrea, ritrovati in
cattivo stato nel 1915 sotto un intonaco di epoca neoclassica che li replicava.
Dopo il restauro del 1961 l'Ascensione venne attribuita a Mantegna e gli altri
alla sua cerchia o al Correggio. La critica più recente però ha accettato come
del maestro la sola sinopia dell'Ascensione.
Il 31 gennaio 1489 Mantegna era a Roma e scriveva al
marchese di Mantova per raccomandarsi sulla conservazione dei Trionfi di
Cesare, mentre in un'altra lettera dello stesso anno, datata 15 giugno, il
maestro descrisse i lavori in corso, che riguardavano una perduta cappella[20],
aggiungendo, per divertire Sua Eccellenza, notizie amene sulla corte romana,
con un'allegria che contrasta con l'immagine tradizionale dell'uomo avvolto da
un'aura di accigliata classicità. Il Mantegna, abituato a condurre una vita
agiata e a ricevere doni e onorificenze, mal sopportava il trattamento spartano
ricevuto in Vaticano, che nel corso dei due anni lo risarcì solo delle spese
sostenute.
Le vecchie descrizioni della cappella, che conteneva le
Storie di Giovanni Battista e dell'infanzia di Cristo, ricordano le vedute
"amenissime" di città e villaggi, i finti marmi e la finta
intelaiatura architettonica, con cupoletta, festoni, putti, cherubini,
allegorie di Virtù, figure isolate di santi, un ritratto del papa committente e
una targa dedicatoria datata 1490. Vasari scrisse che le quelle pitture "paiono
una cosa miniata".
A Vasari risale anche l'attribuzione al periodo romano della
Madonna delle Cave, oggi agli Uffizi, dove il passaggio tra la luce e l'ombra,
rispettivamente nei passaggi a destra e a sinistra delle figure centrali, è
stato interpretato come un'allegoria della Redenzione. Spesso associata a
questa tavola è anche il Cristo in pietà sorretto da due angeli di Copenaghen
per la presenza pure di cavatori nello sfondo; altri l'attribuiscono al periodo
immediatamente successivo (1490-1500).
Nel 1490 l'artista tornò a Mantova. Controverso fu il
rapporto di Mantegna con le antichità della città eterna: nonostante fosse il
pittore che più di ogni altro aveva dimostrato interesse verso il mondo
classico, le rovine della Roma antica sembrano lasciarlo indifferente; non ne
parla nelle sue lettere e non compaiono nella sua produzione pittorica
successiva.
Tornato a Mantova l'artista si dedicò innanzitutto alla
continuazione della serie dei Trionfi. Nonostante la vastità e l'ambizione
dell'opera, Mantegna lavorò duro a molte altre commissioni e le numerose
lettere di sollecito ricevute da committenti e mecenati sono una testimonianza
delle richieste ottenute, ben oltre le sue possibilità.
Sotto la sua guida, tra il 1491 e il 1494, vari pittori
affrescarono nella residenza marchionale di Marmirolo (pure distrutta), alcune
sale, dette "dei Cavalli", "del Mappamondo", "delle
Città" e "Greca". In quest'ultima si trovavano vedute di
Costantinopoli e altre città levantine, con interni di moschee, bagni e altre
turcherie varie. Sempre a Marmirolo si trovava poi una perduta serie di altri
Trionfi, forse quelli di Petrarca o più probabilmente di Alessandro Magno.
Queste opere, trasportate a Mantova nel 1506 per fare da sfondo a uno
spettacolo, sono state talvolta confuse con i Trionfi di Cesare, complicando
ulteriormente l'aggrovigliata ricostruzione storica delle tele oggi a Londra.
Al 1490-1500 risalgono forse i monocromi a soggetto biblico,
custoditi al Museo di Cincinnati, alla National Gallery of Ireland di Dublino,
a Vienna, al Louvre e alla National Gallery di Londra.
In questi anni sono raggruppate dagli storici una serie di
opere accomunate da affinità tecniche, come la sottile stesura della tempera che
lascia trasparire la grana della tela. Tra le Madonne col Bambino, la più
antica è forse la Madonna Poldi Pezzoli, affine alla Madonna Butler (New York,
Metropolitan Museum of Art) e alla Madonna dell'Accademia Carrara.
Per la vittoria di Francesco II nella battaglia di Fornovo
(1495), che cacciò temporaneamente i francesi dall'Italia, venne commissionata
a Mantegna la grande pala detta Madonna della Vittoria come ex voto, terminata
nel 1496 e destinata alla chiesa di Santa Maria della Vittoria appositamente
eretta. Il dipinto venne fatto pagare a un ebreo mantovano, Daniele da Norsa,
colpevole di aver rimosso dalla facciata della sua casa un'immagine della
Vergine, per sostituirla con il suo stemma. Il marchese stesso venne rappresentato
in ginocchio ai piedi del trono della Vergine, mentre sorride e ne ricevere la
benedizione. La pala, oggi al Louvre, è caratterizzata da un'esuberanza
decorativa che ricorda le opere del periodo padovano e del primo periodo
mantovano, con una profusione di marmi, cornici, festoni di frutta, fili di
vetro e corallo, uccelli e finti bassorilievi.
La Madonna della Vittoria ha affinità con alcuni gruppi di
Sacre famiglie, tipici della produzione di questo periodo, come quello al
Kimbell Art Museum e quello al Metropolitan Museum of Art.
L'altra grande opera di questo periodo è la Pala Trivulzio
(1497), già destinata all'altare maggiore della chiesa di Santa Maria in Organo
a Verona e oggi nella Pinacoteca del Castello Sforzesco di Milano.
Isabella d'Este, unanimemente considerata come una delle
donne più colte del Rinascimento, arrivò a Mantova come sposa di Francesco
Gonzaga nel 1490. Portò con sé un seguito di artisti ferraresi dalla sua città
natale, e Mantegna si preoccupò subito di conquistare i favori della giovane
marchesa, facendosi raccomandare dal suo precettore Battista Guarino.
Isabella, che a Mantova approfondì i propri interessi
culturali e resse anche lo Stato quando il marito si trovava in guerra, ebbe un
rapporto per alcuni versi controverso con Mantegna. Pur mostrando di
apprezzarne le doti, essa riteneva che non fosse sufficientemente bravo nei
ritratti, cercando in questo di avvalersi di altri artisti, come ad esempio
Leonardo da Vinci.
L'infaticabile e incontentabile attività di Isabella come
collezionista di opere d'arte, gemme, statue e oggetti di pregio, che tramite i
suoi agenti cercava in tutta Europa, culminò nella creazione di uno studiolo
nel castello di San Giorgio, un ambiente privato ispirato a quelli di Urbino e
di Gubbio, che aveva avuto modo di vedere in compagnia dell'affezionata cognata
Elisabetta Gonzaga, maritata Montefeltro. Per impreziosire questo ambiente,
l'unico del genere appartenente a una donna, commissionò varie opere d'arte a
tema mitologico, allegorico ed erudito, avvalendosi spesso proprio di Mantegna.
Nelle due tele del Parnaso (1497) e del cosiddetto Trionfo della Virtù
(1499-1502) l'artista sperimentò composizioni ricche di personaggi, con
complesse letture allegoriche. una terza tela Isabella d'Este nel regno di
Armonia venne disegnato da Mantegna e completato, a causa della sua morte, da
Lorenzo Costa.
In queste opere pesa il soggetto vincolante deciso dai
consiglieri della marchesa, come Paride da Ceresara, che misero in difficoltà
altri artisti chiamati da Isabella come il Perugino, la cui opera non venne
considerata soddisfacente, e Giovanni Bellini, che arrivò a declinare
l'incarico.
Per venire incontro ai gusti della marchesa, Mantegna
aggiornò il proprio stile, aderendo a un certo colorismo che allora dominava la
scena artistica in Italia, e ammorbidendo alcuni tratti della sua arte, con
pose più elaborate delle figure, dinamismo e complicati scorci paesaggistici.
Dal 1495 circa Mantegna avviò una prolifica produzione di
dipinti di soggetto biblico a grisaglia, cioè imitanti la scultura
monocromatica. Si confrontò probabilmente anche alla produzione di scultori
come i Lombardo o l'Antico.
Alcuni hanno attribuito a Mantegna un affresco di alcuni
stemmi, circondati da satiri, delfini e teste d'ariete a grisaille, su sfondo
in finto marmo, che presentano la data in lettere romane 1504. Scoperto a
Feltre durante lavori di restauro nell'antico Vescovado nel 2006, fu dipinto
per il santo e vescovo locale Antonio Pizzamano.
La produzione tarda di Mantegna è quella del 1505-1506,
legata a opere dal sapore amaro e malinconico, accomunate da uno stile diverso,
legato a toni bruni e un innovativo uso della luce e del movimento. Sono attribuite
a questa fase le due tele destinate alla sua cappella di sepoltura nella
basilica di Sant'Andrea, il Battesimo di Cristo e la Sacra Famiglia con la
famiglia di Giovanni Battista, e l'amaro San Sebastiano, dove un cartiglio fa
riflettere sulla caducità della vita.
Il 13 settembre 1506 Andrea Mantegna morì a 75 anni.
L'ultimo periodo della sua vita fu funestato da difficoltà economiche pressanti
e da una visione sempre più malinconica del suo ruolo di artista, ormai
scalzato dalle nuove generazioni che proponevano un classicismo più morbido e
accattivante.
La scomparsa del maestro generò molti attestati di stima e
rincrescimento, tra cui resta quello di Albrecht Dürer, che dichiarò di aver
provato "il più grande dolore della sua vita". Il maestro tedesco era
infatti a Venezia e aveva in programma un viaggio a Mantova proprio per
conoscere il tanto stimato collega.
L'ammirazione per la sua figura non si tradusse però, in
generale, in un seguito artistico, essendo la sua arte austera e vigorosa ormai
considerata sorpassata dalle incalzanti novità dell'inizio del secolo, ritenute
più adatte a esprimere i moti dell'anima in quell'epoca. Forse l'unico, grande
maestro a seguire echi di Mantegna nell'illusionismo poderoso delle pitture fu
Correggio, che operò in gioventù proprio a Mantova decorando la cappella
funebre dell'artista in Sant'Andrea.
Mantegna sposò Nicolosia Bellini, figlia del famoso pittore
Jacopo Bellini e sorella dei pittori Gentile e Giovanni. Dopo la morte della
prima moglie, si risposò con una donna della famiglia Nuvolosi.
Andrea Mantegna ebbe numerosi figli:
Federico, morto giovane;
Gerolamo, avviato sulle orme del padre, morì anch'egli
giovane;
Ludovico (1460/70-1510), pittore, sposò Lebera Montagna;
Francesco (1460-1517 circa), pittore, operò a Mantova e
decorò parzialmente la cappella funeraria del padre;
Bernardino (1490-1528), pittore;
Taddea, sposò Antonio Viani di Mantova;
Laura.
Ebbe inoltre un figlio naturale, Giovanni Andrea (?-1493),
anch'egli pittore.
Lo stemma araldico concesso ad Andrea Mantegna dal marchese
di Mantova Ludovico Gonzaga si blasona:
Spaccato: nel I d'argento ad un sole meridiano (posto nel
capo) radiato d'oro con cartiglio (o nastro) svolazzante tra i raggi (bianco)
caricato del motto "par un desir"; nel II fasciato d'oro e di nero di
quattro pezzi.
Oppure: Semipartito troncato: nel primo d'azzurro ad una
corona a cinque punte d'oro attraversata da due fronde di verde, poste in croce
di Sant'Andrea; nel secondo d'argento ad un sole di rosso con un cartiglio
svolazzante tra i raggi caricato del motto "par un desir"; nel terzo
fasciato d'oro e di nero di quattro pezzi.
Il fasciato d'oro e di nero che costituisce la parte
inferiore dello stemma trae origine dall'insegna che Luigi Gonzaga, innalzò nel
1328 quando prese il potere a Mantova scacciando i Bonacolsi.
Di Mantegna si conoscono alcuni presunti autoritratti: i più
antichi si trovano nella cappella Ovetari e sono costituiti da una figura nel
Giudizio di san Giacomo (la prima a sinistra) e in una testa gigantesca
nell'arcone, che faceva pendant con quella del suo collega Nicolò Pizzolo; un
terzo è forse nel medaglione a destra del pulpito nella Predica di san Giacomo.
Un altro autoritratto giovanile è indicato nella figura e destra del gruppo
sacro nella Presentazione al Tempio; due si trovano poi abilmente celati nella
Camera degli Sposi, in un mascherone a grisaille e in una vaporosa nube, dove è
appena visibile un profilo maschile somigliante al personaggio nella
Presentazione.
Un perduto ritratto di Mantegna anziano venne disegnato da
Leonardo da Vinci durante il soggiorno a Mantova tra il 1499 e il 1500.
Dell'opera si conoscono alcune presunte derivazioni, come un'incisione di
Giovanni Antonio da Brescia, conservata al British Museum e raffigurante un
uomo con copricapo.
Il ritratto più conosciuto di Mantegna è comunque quello
effigiato nel busto clipeato in bronzo posto all'entrata della sua cappella
funebre nella Basilica di Sant'Andrea a Mantova (attribuito a: Gian Marco
Cavalli, Sperandio Savelli, Sperandio Miglioli o al Mantegna stesso, dove
ancora oggi riposa, a cui si rifece ad esempio l'incisore che curò l'edizione
del 1558 delle Vite di Giorgio Vasari. Si tratta di un ritratto ideale che
riprende il modello romano di intellettuale coronato d'alloro, ma che ha anche
una certa profondità fisiognomica, ritraendo il pittore sui cinquant'anni e
caratterizzandolo con un'espressione nobile e austera.
Anche nella Camera degli Sposi Mantegna ha dipinto
probabilmente anche il suo autoritratto, nascosto fra il fogliame delle
decorazioni.
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