IL RICORDO DI 44 ANNI FA… INDIMENTICABILE!!!

Il terremoto dell'Irpinia del 1980 fu un sisma che si
verificò il 23 novembre 1980 e che colpì la Campania centrale e la Basilicata
centro-settentrionale, con parte della provincia di Foggia entro il confine con
le due regioni, coinvolgendo, però, in maniera molto ridotta anche tutto il
resto dell'Italia meridionale.
Caratterizzato da una magnitudo di 6.9 (X grado della scala
Mercalli) con epicentro tra i comuni di Teora, Castelnuovo di Conza e Conza
della Campania, causò circa 280 000 sfollati, 8 848 feriti e, secondo le stime
più attendibili, 2 914 vittime.
«A un tratto la verità brutale ristabilisce il rapporto tra
me e la realtà. Quei nidi di vespe sfondati sono case, abitazioni, o meglio lo
erano» (Alberto Moravia).
Il terremoto colpì alle 19:34:52 di domenica 23 novembre
1980: una forte scossa della durata di circa 90 secondi, con un ipocentro di
circa 10 km di profondità, colpì un'area di 17 000 km² che si estendeva
dall'Irpinia al Vulture, posta a cavallo delle province di Avellino, Salerno e
Potenza. I comuni più duramente colpiti (X grado della scala Mercalli) furono
quelli di Castelnuovo di Conza (SA), Conza della Campania (AV), Laviano (SA),
Lioni (AV), Sant'Angelo dei Lombardi (AV), Senerchia (AV), Calabritto (AV) e
Santomenna (SA).
Distruzioni e macerie
a Teora
Gli effetti, tuttavia, si estesero a una zona molto più
vasta interessando praticamente tutta l'area centro meridionale della penisola:
molte lesioni e crolli avvennero anche a Napoli interessando molti edifici
fatiscenti o lesionati da tempo e vecchie abitazioni in tufo; a Poggioreale
crollò un palazzo in via Stadera, probabilmente a causa di difetti di
costruzione, causando 52 morti. Crolli e devastazioni avvennero anche in altre
province campane e nel potentino, come a Balvano dove il crollo della chiesa di
S. Maria Assunta causò la morte di 77 persone, di cui 66 bambini e adolescenti
che stavano partecipando alla messa.
I resoconti dell'Ufficio del Commissario Straordinario hanno
quantificato i danni al patrimonio edilizio. È risultato che dei 679 comuni che
costituiscono le otto aree interessate globalmente dal sisma (Avellino,
Benevento, Caserta, Matera, Napoli, Potenza, Salerno e Foggia), 506 (il 74%) sono
stati danneggiati.
Le tre province maggiormente sinistrate sono state quelle di
Avellino (103 comuni), Salerno (66) e Potenza (45). Trentasei comuni della
fascia epicentrale hanno avuto circa 20 000 alloggi distrutti o irrecuperabili.
In 244 comuni (non epicentrali) delle province di Avellino, Benevento, Caserta,
Matera, Foggia, Napoli, Potenza e Salerno, altri 50 000 alloggi hanno subito
danni da gravissimi a medio-gravi. Ulteriori 30 000 alloggi lo sono stati in
maniera lieve.
L'entità drammatica del sisma non venne valutata subito; i
primi telegiornali parlarono di una «scossa di terremoto in Campania» dato che
l'interruzione totale delle telecomunicazioni aveva impedito di lanciare
l'allarme. Soltanto a notte inoltrata si cominciò a evidenziarne la più vasta
entità. Da una prospezione effettuata nella mattinata del 24 novembre tramite
un elicottero vennero rilevate le reali dimensioni del disastro. Uno dopo
l'altro si aggiungevano i nomi dei comuni colpiti; interi nuclei urbani
risultavano cancellati, decine e decine di altri erano stati duramente
danneggiati.
Nei tre giorni successivi al sisma, il quotidiano Il Mattino
di Napoli enfatizzò la descrizione della catastrofe. Il 24 novembre il giornale
titolò Un minuto di terrore - I morti sono centinaia, in quanto non si avevano
notizie precise dalla zona colpita, ma si era a conoscenza del crollo in via
Stadera a Napoli. Il 25 novembre, appresa la vastità e gravità del sisma, si
passò a I morti sono migliaia - 100.000 i senzatetto, fino al titolo drammatico
del 26 novembre Cresce in maniera catastrofica il numero dei morti (sono
10.000?) e dei rimasti senza tetto (250.000?) - FATE PRESTO per salvare chi è
ancora vivo, per aiutare chi non ha più nulla. La cifra dei morti, approssimata
per eccesso soprattutto a causa dei gravi problemi di comunicazione e
ricognizione, fu poi ridimensionata fino a quella ufficiale, ma la cifra dei
senzatetto non è mai stata valutata con precisione.
Analisi
geosismologica
L'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) ha
appurato che l'area interessata ha subìto tre distinti fenomeni di rottura
lungo differenti segmenti di faglia, succedutisi in circa 40 secondi. Tali
segmenti sono stati localizzati sotto i monti Marzano, Carpineta e Cervialto.
Dopo circa 20 secondi la rottura si è propagata verso S/E in direzione della
Piana di San Gregorio Magno. Dopo 40 secondi, localizzata a NE del primo
segmento, si è verificata la terza rottura di faglia.
La frattura ha raggiunto la superficie terrestre generando
una scarpata di faglia ben visibile per circa 35 km. Studiando le registrazioni
delle repliche dell'evento si evince una struttura crostale molto eterogenea,
come dimostrato dalle variazioni della velocità delle onde P mostrata a
differenti profondità, e un processo di rottura estremamente complesso.
Lo scavo di trincee lungo la scarpata di faglia ha permesso
di riconoscere e datare forti terremoti predecessori del 1980, avvenuti sulla
faglia irpina. Questi risultati dimostrano che la faglia responsabile del
terremoto dell'Irpinia ha generato in passato terremoti simili a quello del
1980 e che tali eventi si succedono nel tempo con frequenza di circa 2000 anni.
Le polemiche sui
soccorsi
«Non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto
esserci. Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di
sepolti vivi»
(Sandro Pertini al TG2 Studio Aperto del 25 novembre 1980)
Al di là del patrimonio edilizio, in parte già fatiscente a
causa dei terremoti del 1930 e 1962, un altro elemento che aggravò gli effetti
della scossa fu il ritardo dei soccorsi. I motivi furono molteplici: la
difficoltà di accesso dei mezzi di soccorso nelle zone dell'entroterra, dovuta
all'isolamento geografico delle aree colpite e al crollo di ponti e strade di
accesso, il cattivo stato della maggior parte delle infrastrutture (tra cui
quelle per l'energia elettrica e le radiotrasmissioni, il cui danneggiamento
rese quasi impossibile le comunicazioni a distanza) e l'assenza di
un'organizzazione di protezione civile che consentisse azioni di soccorso in
maniera tempestiva e coordinata. Il primo a far presente questa grave mancanza
fu il Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Il 25 novembre, nonostante il
parere contrario del Presidente del Consiglio Arnaldo Forlani e di altri
ministri e consiglieri, Pertini si recò in elicottero sui luoghi della
tragedia, dove lo aspettava il ministro degli affari esteri Emilio Colombo
(originario di Potenza).
Di ritorno dall'Irpinia, in un discorso in televisione
rivolto agli italiani, il capo dello Stato denunciò con forza il ritardo e le
inadempienze dei soccorsi, che sarebbero arrivati in tutte le zone colpite solo
dopo cinque giorni. Le dure parole del Presidente della Repubblica causarono
l'immediata rimozione del prefetto di Avellino Attilio Lobefalo, e le
dimissioni (in seguito respinte) del ministro dell'interno Virginio Rognoni. Il
discorso del capo dello Stato ebbe come ulteriore effetto di mobilitare un gran
numero di volontari che furono di grande aiuto in particolare durante la prima
settimana dal sisma. L'opera dei volontari fu in seguito pubblicamente
riconosciuta con una cerimonia a loro dedicata in Campidoglio, a Roma.
La scesa in campo delle forze sindacali prese forma a
distanza di poche ore dal drammatico evento. La Federazione Unitaria
CGIL-CISL-UIL di Roma fu tra le prime organizzazioni ad accogliere l'appello
alla solidarietà lanciato dal presidente Pertini di fronte alle telecamere del
Tg2 la sera del 25 novembre, al ritorno dalla sua visita alle zone terremotate.
La Federazione Unitaria grazie alla mobilitazione di tutte le sue strutture
riuscì ad attivare un generale moto di solidarietà che coinvolse i lavoratori e
le sigle sindacali di tutta Europa. Avviò una raccolta di beni di prima
necessità tra gli iscritti, aprì un dialogo con le organizzazioni padronali
allo scopo di effettuare la trattenuta per il corrispettivo di quattro ore di
lavoro sulla busta paga di novembre per i lavoratori che intendessero donarlo
alle zone terremotate e infine stimolò la solidarietà delle principali
organizzazioni sindacali europee. Aiuti arrivarono dalla Confédération Générale
du Travail, da Solidarność, dall’Austrian Trade Union Federation, dai sindacati
inglesi e dalla confederazione sindacale norvegese, solo per citare alcuni tra
le più note.
La Federazione Unitaria riuscì ad inviare nelle aree
terremotare duecento camion di generi alimentari, cento camion e diciassette
autotreni di abbigliamento, sette camion di materiale da campeggio, 180 camion
di generi vari, due camion di materiale elettrico, un camion di prodotti per
l’igiene, tre camion di stufe, medicinali per complessivi ottanta quintali.
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Il sindacato si occupò direttamente della distribuzione di
quanto raccolto, per evitare sprechi. I magazzini da esso gestiti si riempivano
con la doppia firma di un Segretario confederale lucano e di un tenente
colonnello delle forze dell’ordine e con la doppia firma si svuotavano. Questa
collaborazione evitò arbitrarietà e ingerenze di vario tipo. Per gestire il
tutto la Federazione Unitaria si dotò di un coordinamento nazionale composto da
diversi gruppi di lavoro: uno con compiti di segreteria e gestione del sistema
informatico; uno incaricato di amministrare il fondo di solidarietà costituito
con le offerte dei lavoratori e uno per il coordinamento dei lavoratori volontari
e dei tecnici volontari. Complessivamente furono tredicimila i lavoratori
specializzati che il sindacato fece arrivare nelle zone terremotate: ingegneri,
infermieri, medici, geometri, muratori, elettricisti, idraulici e autisti.
I fondi raccolti dal sindacato dopo la prima fase di
emergenza furono invece destinati alla creazione di centri sociali in Campania
e in Basilicata.
Il sindacato si impegnò fin dall’inizio nella denuncia dei
ritardi nei soccorsi e soprattutto dell’assenza di un coordinamento da parte
delle autorità preposte alla programmazione e alla pianificazione degli
interventi, accompagnandola però con proposte concrete per affrontare i
problemi posti dall’emergenza. La Federazione Unitaria dei trasporti, ad
esempio, suggerì l’utilizzo di duecento carrozze ferroviarie come primo
ricovero alla popolazione sinistrata.
Il totale impegno nella fase emergenziale non distolse però
il sindacato dal suo scopo genetico, ovvero la tutela del lavoro, in un quadro
dove il lavoro non c’era più.
I segretari confederali dopo aver visitato le zone
terremotate, lanciarono un appello alle istituzioni affinché favorissero in
tutti i modi la ripresa delle attività lavorative in tutti i posti di lavoro
dove ciò fosse materialmente possibile, soprattutto nei servizi pubblici e nel
commercio, anche al fine di non aggravare ulteriormente il disagio delle
popolazioni. Lanciarono la proposta di un servizio del lavoro, con lo scopo di
impiegare disoccupati e giovani momentaneamente inoccupati nella rimozione delle
macerie e nel successivo ripristino delle abitazioni e delle strutture
produttive, impegnandosi nella compilazione di liste comunali. Proposero
inoltre la predisposizione «di un progetto di emergenza di riassetto
idro-geologico-forestale» allo scopo di impiegare migliaia di lavoratori
forestali. Aprirono, infine, un tavolo ministeriale per favorire l’attivazione
della Cassa integrazione guadagni per circa 23 000 lavoratori sfollati.
Il Centro Unitario Patronati si mise al servizio delle
popolazioni terremotate, offrendo loro aiuto per la corretta compilazione e
presentazione delle domande necessarie per ottenere le provvidenze. Si
organizzarono unità mobili su pulmini in grado di raggiungere anche centri
abitati più piccoli.
La sfida era uscire dall’emergenza e avviare la fase della
ricostruzione con un chiaro programma di sviluppo e di crescita. Come si può
leggere nelle pagine della rivista della Cgil Rassegna Sindacale: «per il
sindacato, guardare in faccia al terremoto voleva certo dire intervenire, come
aveva fatto e stava facendo nella fase dei primi soccorsi, ma soprattutto
voleva dire intervenire nella fase della ricostruzione».
Tuttavia, il processo di ricostruzione fu profondamente
segnato dal proliferare della corruzione, della speculazione e del malaffare e
la gestione dei fondi della famosa legge 219 divenne oggetto, anni più tardi,
di inchieste giornalistiche, giudiziarie e parlamentari.
La ricostruzione
A Laviano, paese in cui i morti per il sisma furono un
quinto della popolazione (303 deceduti su circa 1 500 abitanti), le prime case
in legno (una ventina) con servizi compresi arrivarono nel febbraio 1981. Il 25
aprile 1981, a 153 giorni dal terremoto, gli alloggi in legno tipo chalet
realizzati dal gruppo Rubner – che si insediò nel 1990 in Irpinia con uno
stabilimento di produzione a Calitri – diventarono 150, per un totale di 450
persone ricoverate.
La ricostruzione fu, però, anche uno dei peggiori esempi di
speculazione su una tragedia. Infatti, come testimonia tutta una serie di
inchieste della magistratura, per le quali sono state coniate espressioni come
Irpiniagate, Terremotopoli o il terremoto infinito, durante gli anni si sono
inseriti interessi loschi che dirottarono i fondi verso aree che non ne avevano
diritto, moltiplicando il numero dei comuni colpiti: 339 paesi in un primo
momento, che diventarono 643 in seguito a un decreto dell'allora presidente del
Consiglio Arnaldo Forlani nel maggio 1981, fino a raggiungere la cifra finale
di 687, ossia quasi l'8,4% del totale dei comuni italiani.
Più di settanta centri furono integralmente distrutti o
seriamente danneggiati e oltre duecento ebbero consistenti danni al patrimonio
edilizio. Centinaia di opifici produttivi e artigianali furono cancellati con
perdita di migliaia di posti di lavoro e danni patrimoniali per decine di
migliaia di miliardi di lire.
Il numero dei comuni colpiti, però, fu alterato per losche
manovre politiche e camorristiche lievitando nel corso degli anni. Alle aree
colpite, infatti, venivano destinati numerosi contributi pubblici (stime del
2000 parlano di 5 640 miliardi nel corso degli anni), ed era interesse dei
politici locali far sì che i territori amministrati venissero inclusi in
quest'area. La ricostruzione, nonostante l'ingente quantità di denaro pubblico
versato, fu per decenni incompleta. A Torre Annunziata attualmente esistono due
quartieri, Penniniello e il Quadrilatero delle Carceri, distrutti dal terremoto
del 1980, ma malgrado le ingenti somme di denaro che si sono continuate a
stanziare – 10 milioni di euro per il primo nel 2007, 1,5 milioni di euro per
il secondo nel 2009 – ancora non è stata completata la loro ricostruzione.
Questi quartieri oggi sono diventati la principale roccaforte della camorra (il
Quadrilatero delle Carceri è ancora oggi il quartier generale del clan Gionta)
ed una delle più agguerrite piazze di spaccio della regione Campania.
I contributi per il
rilancio economico
Sul modello del terremoto del Friuli, la ricostruzione anche
in Irpinia venne incentrata sul rilancio industriale. Nonostante il territorio
non presentasse caratteristiche industriali già da prima del sisma, la pioggia
di contributi costituì una tentazione irrefrenabile per molti. Il meccanismo di
captazione dei fondi pubblici prevedeva la costituzione di imprese che
fallivano non appena venivano intascati i contributi. I finanziamenti arrivarono
talmente concentrati da non riuscire ad essere spesi. In sette anni, ventisei
banche cooperative aprirono gli sportelli nella zona terremotata (nove nella
sola provincia di Avellino), arrivando a fare prestiti alle imprese del Nord
Italia.
Per rilanciare venti zone industriali tra Campania e
Basilicata vennero stanziati 7 762 miliardi di lire (circa 8 miliardi di € del
2010). Il costo finale fu dodici volte superiore al previsto in provincia di
Avellino e diciassette volte in provincia di Salerno. Secondo la relazione
finale della Corte dei Conti, i costi per le infrastrutture crebbero fino a
punte «di circa 27 volte rispetto a quelli previsti nelle convenzioni
originarie». Il 48,5% delle concessioni industriali (146 casi) venne revocato. La
Corte dei Conti accusa «la superficialità degli accertamenti e l'assenza di
idonee verifiche», approvate senza «adeguatamente ponderare situazioni
imprenditoriali già fragili e già originariamente minate per scarsa
professionalità o nelle quali la sopravvalutazione dell'investimento, in
relazione alle capacità imprenditoriali, ha portato al fallimento
dell'iniziativa». Nel 2000, 76 aziende risultavano già fallite, ma solo una
piccola parte dei contributi (il 21% nella provincia di Salerno) era stato recuperato.
Il dopo-sisma
«L'uso di 50-60mila miliardi stanziati per l'Irpinia rimase
un porto nelle nebbie [...] quel terremoto non aveva trasformato solo una
regione d'Italia, ma addirittura una classe politica»
(Indro Montanelli in Le stanze, BUR)
La prima stima dei danni del terremoto, che venne fatta nel
1981 dall'ufficio dello Stato (organo speciale atto a coordinare le operazioni
di calcolo dei danni per conto della presidenza del Consiglio), parlava di
circa 8 000 miliardi di lire. La cifra è cresciuta col passare degli anni, fino
a superare quota 60 000 miliardi di lire nel 2000, e 32 miliardi di euro nel
2008. Attualizzandola al 2010, secondo Sergio Rizzo la stima supererebbe i 66
miliardi di euro.
Commissione
parlamentare d'inchiesta
La legge 7 aprile 1989, n. 128, istituì la Commissione
parlamentare d'inchiesta sull'attuazione degli interventi per la ricostruzione
e lo sviluppo dei territori colpiti dai terremoti del novembre 1980 e del febbraio
1981 della Campania e della Basilicata, alla cui Presidenza viene eletto Oscar
Luigi Scalfaro:[36] è un organismo bicamerale con gli stessi poteri della
magistratura, costituito da venti deputati e altrettanti senatori con il
compito di accertare quanto realmente lo Stato avesse speso, sino a quel
momento, per la ricostruzione delle aree terremotate. Nella relazione
conclusiva presentata in Parlamento il 5 febbraio 1991, la somma totale dei
fondi stanziati dal Governo italiano raggiungerà la cifra di 50 620 miliardi di
lire, così suddivisi: 4 684 per affrontare i giorni dell'emergenza; 18 000 per
la ricostruzione dell'edilizia privata e pubblica; 2 043 per gli interventi di
competenza regionale; 8 000 per la ricostruzione degli stabilimenti produttivi
e per lo sviluppo industriale; 15 000 per il programma abitativo del comune di
Napoli, e le relative infrastrutture; 2 500 per le attività delle
amministrazioni dello Stato; 393 residui passivi.
Le inchieste
successive
Circa l'inchiesta del filone Mani Pulite denominata Mani sul
terremoto, di cui scrive Panorama nel 1992, Daniele Martini racconta: «in
Irpinia la Guardia di Finanza scoprì fienili trasformati in piscine olimpiche
mai ultimate, o in ville. Individuò finanziamenti indirizzati a imprenditori
plurifalliti e orologi con brillanti regalati con grande prodigalità ai
collaudatori dello Stato». Nel marzo del 1987 alcuni giornali, tra cui L'Unità
e L'Espresso, rivelarono che le fortune della Banca Popolare dell'Irpinia erano
strettamente legate ai fondi per la ricostruzione dopo il terremoto in Irpinia
del 1980. Tra i soci che traevano profitto dalla situazione c'era la famiglia
di De Mita, con Ciriaco proprietario di un cospicuo pacchetto di azioni che si
erano rivalutate grazie al terremoto. I titoli erano posseduti anche da altri
parenti. Seguì un lungo processo che si concluse nell'ottobre del 1988 con la
sentenza: «Secondo i giudici del tribunale romano chiamato a giudicare sulla
controversia, era giusto scrivere che i fondi del terremoto transitavano nella
banca di Avellino e che la Popolare è una banca della Dc demitiana». Appresa la
sentenza, l'Unità pubblicò il 3 dicembre un articolo in prima pagina dal titolo
eloquente: «De Mita si è arricchito con il terremoto». Nell'inchiesta Mani sul
terremoto saranno coinvolte 87 persone tra cui Ciriaco De Mita, Paolo Cirino
Pomicino, Salverino De Vito, Vincenzo Scotti, Antonio Gava, Antonio Fantini,
Francesco De Lorenzo, Giulio Di Donato e il commissario Giuseppe Zamberletti.
Sul coinvolgimento di politici e di vari amministratori si sono levate numerose
denunce e promosse alcune inchieste che hanno portato a diversi arresti.
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