L’UNITRE DI FERRANDINA PRESENTA IL LIBRO “UNO COSI’”
LA STORIA DI GIOVANNI BRUSCA, MAFIOSO SANGUINARIO
Giovedì 16 gennaio 2025, alle ore 17:30, nella Sala Convegni
del Monastero di Santa Chiara a Ferrandina, presentazione del libro di Marcello
Cozzi, “UNO COSI’” Giovanni Brusca si racconta, evento organizzato dall’UNITRE,
Università delle tre età sede di Ferrandina, e con il Patrocinio del Comune,
modera Giovanni Rivelli, giornalista di RAI3 Basilicata, una vita da mafioso criminale,
forse il più sanguinario e senza il minimo scrupolo, di seguito la sua storia:
«Ho ucciso Giovanni
Falcone. Ma non era la prima volta: avevo già adoperato l'autobomba per
uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli uomini della sua scorta. Sono
responsabile del sequestro e della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, che
aveva tredici anni quando fu rapito e quindici quando fu ammazzato. Ho commesso
e ordinato personalmente oltre centocinquanta delitti. Ancora oggi non riesco a
ricordare tutti, uno per uno, i nomi di quelli che ho ucciso. Molti più di
cento, di sicuro meno di duecento.»
(Dichiarazione di Giovanni Brusca)
Giovanni Brusca, soprannominato in lingua siciliana u verru
(il porco), oppure lo scannacristiani per la sua ferocia (San Giuseppe Jato, 20
febbraio 1957), è un mafioso e collaboratore di giustizia italiano, in passato
membro di rilievo di Cosa Nostra.
Capo del mandamento di San Giuseppe Jato ed esponente di
spicco dei Corleonesi, è stato condannato per oltre un centinaio di omicidi,
tra cui quello tristemente celebre di Giuseppe Di Matteo (figlio del pentito
Santino Di Matteo), strangolato e sciolto nell'acido quando aveva 15 anni, e
per la strage di Capaci, in cui morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie
Francesca Morvillo e i tre agenti di scorta, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e
Vito Schifani, nella quale Brusca ricoprì un ruolo fondamentale, in quanto fu
l'uomo che materialmente spinse il tasto del radiocomando a distanza che fece
esplodere il tritolo piazzato in un canale di scolo sotto l'autostrada.
Arrestato il 20 maggio 1996, nel 2000 gli viene riconosciuto
lo status di collaboratore di giustizia. Il 31 maggio 2021 Brusca, dopo aver
trascorso 25 anni in carcere, è stato liberato per aver scontato la sua pena,
rimanendo sottoposto alla libertà vigilata per ulteriori 4 anni, secondo quanto
stabilito dalla Corte d'appello di Milano.
Dal luglio del 2022 è sorvegliato speciale in quanto
ritenuto socialmente pericoloso, quindi deve sottoporsi a obbligo di firma e
non può uscire la sera o incontrare pregiudicati.
Biografia
Figlio del boss Bernardo Brusca (1929-2000) e fratello di
Emanuele ed Enzo Salvatore, tutti "uomini d'onore" della Famiglia di
San Giuseppe Jato, all’età di 13 anni raggiungeva nei covi i latitanti Bernardo
Provenzano e Calogero Bagarella portando loro da bere, da mangiare e
soprattutto informazioni. Portò i viveri anche a Salvatore Riina quando questi
era sotto la protezione dei Brusca nel periodo dello scontro con Stefano
Bontate. Non avendo voglia di studiare, i genitori lo mandarono a lavorare
prima come carpentiere nella ditta di un cugino e poi ad accudire gli animali
dai suoi zii. Poco prima di diventare maggiorenne si dedicò al commercio di
nocciole, mandorle e olio. Giovanni entrerà nella cosca del padre nel 1976 all'età
di 19 anni, dopo aver commesso già due omicidi in un anno; il suo “padrino”
nella cerimonia d'iniziazione (la cosiddetta "punciuta") fu proprio
Riina.
Brusca faceva parte di un gruppo di fuoco formato da killer
spietati che agivano sotto le direttive di Riina, di cui facevano parte anche
Antonino Madonia, Giuseppe Giacomo Gambino, Pino Greco detto Scarpuzzedda,
Mario Prestifilippo, Filippo Marchese, i fratelli Antonino e Giuseppe Marchese,
Giuseppe Lucchese, Giovanbattista Pullarà, Vincenzo Puccio e Calogero Ganci: in
tale veste infatti nel 1977 partecipò all'omicidio del colonnello dei
carabinieri Giuseppe Russo, nel 1982 agli eccidi dei boss Alfio Ferlito e
Rosario Riccobono e nel 1983 si occupò di preparare, insieme ad Antonino
Madonia, l'autobomba utilizzata per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli
agenti di scorta, e nel 1984 la strage di Poggio Vallesana (in cui Brusca
istruisce i Nuvoletta su come strangolare e successivamente far scomparire i
cadaveri dei 5 uomini di Alfieri-Bardellino-Buscetta). All’indomani
dell'eccidio Chinnici, su incarico di Riina, Brusca si attivò personalmente per
pedinare il giudice Giovanni Falcone e studiare le sue abitudini e i suoi orari
pensando di far esplodere una vespa imbottita di tritolo. Studiò anche la
possibilità di far esplodere un furgoncino davanti al Palazzo di Giustizia di
Palermo o di utilizzare dei bazooka. Il capitano dei carabinieri Mario D'Aleo,
comandante della Compagnia di Monreale, intuì lo spessore criminale di Giovanni
Brusca ed infatti lo arrestò per il danneggiamento di un automezzo nonché
sottopose a pressanti indagini il padre Bernardo: la vendetta dei Brusca arrivò
il 13 giugno 1983, quando il capitano D'Aleo venne ucciso in un agguato insieme
ai colleghi Giuseppe Bommarito e Pietro Morici.
Nel 1984 Brusca venne colpito da un mandato di cattura per
associazione mafiosa a seguito delle dichiarazioni di Tommaso Buscetta e
Salvatore Contorno e venne inviato al soggiorno obbligato a Linosa; a seguito
dell'arresto del padre Bernardo avvenuto l'anno successivo, il reggente del
mandamento di San Giuseppe Jato divenne Baldassare Di Maggio. Nel 1987
partecipò alla pianificazione dell’omicidio da consumare all’interno della
piscina comunale di via Belgio, a Palermo, dove Falcone andava a nuotare ma
l’operazione venne cancellata. Nel 1991 Giovanni Brusca si diede alla
latitanza, riprendendo le redini della Famiglia di San Giuseppe Jato e mettendo
da parte Di Maggio, che fuggì per timore di essere ucciso prima all'estero e
poi in Piemonte, dove venne arrestato e iniziò a collaborare con la giustizia,
facendo arrestare Salvatore Riina.
La "guerra"
contro lo Stato italiano e l’omicidio Di Matteo
Quando nel 1992 i Corleonesi iniziarono a fare la guerra
contro lo Stato, Brusca divenne uno dei killer più importanti del gruppo:
infatti assassinò il capo della Famiglia di Alcamo, Vincenzo Milazzo, quando
iniziò ad opporsi alle stragi, e pochi giorni dopo fece strangolare
barbaramente anche la compagna di Milazzo, Antonella Bonomo, che era incinta di
tre mesi.
Brusca diresse poi tutta la fase esecutiva del suo delitto
più famoso, la strage di Capaci, dal reperimento dell'esplosivo fino alla
deflagrazione dell'ordigno che uccise il giudice Giovanni Falcone, la moglie e
gli uomini della scorta. Brusca, come dichiarerà lui stesso, si ritiene uno dei
mandanti della strage di via D'Amelio pur non avendo partecipato alla fase
organizzativa poiché era stato inviato da Riina nel trapanese per appianare
delle divergenze sorte tra le famiglie di quella provincia.
Il collaboratore di giustizia calabrese Franco Pino ai
magistrati rivelò che all'indomani delle stragi di Capaci e di via D'Amelio i
maggiori esponenti della 'ndrangheta parteciparono a una riunione a Nicotera
Marina per discutere di una proposta di Cosa nostra, comunicata da Giovanni
Brusca: creare un fronte unico per una strategia della tensione che avrebbe
previsto attentati e omicidi in Calabria e in regioni del Nord e "specificatamente
si parlava di assaltare caserme nei paesi dove c’erano cinque o sei
carabinieri, piccole stazioni. Io non diedi adesione alla richiesta dei
siciliani. Se la Calabria ‘ndranghetista avesse aderito apertamente ci saremmo
dovuti stare anche noi. Se Luigi Mancuso mi avesse detto "Piromalli e
Pesce aderiscono", io avrei aderito anche a malincuore".
Nel settembre di quell'anno lo stesso Brusca partecipò
all'omicidio del potente esattore Ignazio Salvo, il quale si era dimostrato
incapace di modificare le sentenze sfavorevoli a Cosa Nostra; inoltre, tra
ottobre e novembre, Brusca incaricò Santo Mazzei (mafioso di Catania) di
collocare un proiettile d'artiglieria nel Giardino di Boboli a Firenze al fine
di creare allarme sociale e condizionare le istituzioni nella prospettiva di
benefici per i detenuti in regime carcerario di cui all'articolo 41 bis; nello
stesso periodo Brusca stava pianificando attentati contro l'allora ministro
della giustizia Claudio Martelli, il deputato Calogero Mannino e il giudice
Pietro Grasso, progetti che però non andarono in porto.
Dopo l'arresto di Riina nel gennaio del 1993, Brusca fu
favorevole alla continuazione della strategia degli attentati dinamitardi,
insieme ai boss Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro e ai fratelli Filippo
e Giuseppe Graviano, i quali pianificarono anche il sequestro del piccolo
Giuseppe Di Matteo come ritorsione verso il padre Santino, divenuto
collaboratore di giustizia: gli attentati dinamitardi a Firenze, Milano e Roma
nell'estate 1993 provocarono in tutto 10 morti e 106 feriti, oltre a ingenti
danni al patrimonio artistico italiano. Nell’autunno del 1993 la posizione di
Brusca stava vacillando, perché i collaboratori di giustizia che si stavano
rivelando più dannosi per Cosa Nostra, come Baldassare Di Maggio ed il già
citato Santino Di Matteo, appartenevano al suo mandamento; Bagarella, Graviano
e Messina Denaro gli rinfacciarono di non aver ucciso prima Di Maggio, la cui
condanna a morte era stata emessa già nell’estate del 1992, così l’attenzione
fu posta su Di Matteo, con il sequestro del figlio tredicenne Giuseppe, il
quale verrà strangolato e sciolto nell’acido l’11 gennaio 1996, lo stesso
giorno in cui i giudici condannavano Brusca all'ergastolo insieme a Bagarella
per l'omicidio di Salvo. A riguardo Brusca dirà: "Non cercherò attenuanti.
Non ho avuto alcuna esitazione a mandare a morte un ragazzino di 15 anni. Sono
diventato il mostro per aver commesso questo delitto. Forse non lo sarei
diventato se mi fossi limitato a uccidere il dottor Falcone e sua moglie. Mi
rendo conto perfettamente che un atto del genere non può essere perdonato e
nemmeno dimenticato. Sono io l’ispiratore dell'omicidio e il principale
responsabile di un sequestro durato due anni e tre mesi".
Giovanni Brusca viene
tratto in arresto, il 20 maggio 1996
Il 12 gennaio 1996, seguendo le indicazioni del
collaboratore di giustizia Tony Calvaruso (ex braccio destro di Leoluca
Bagarella), gli inquirenti arrivarono ad una villa a Borgo Molara, dove Brusca
si nascondeva insieme alla compagna Rosaria Cristiano e al figlioletto Davide
di 5 anni, che però riuscirono a fuggire prima dell'irruzione delle forze
dell'ordine. Nel febbraio successivo, due fedelissimi di Brusca, Giuseppe
Monticciolo e Vincenzo Chiodo, vennero arrestati e decisero subito di collaborare
con la giustizia: fecero infatti scoprire il casolare-bunker in contrada
Giambascio a San Giuseppe Jato, dove un mese prima era stato ucciso e sciolto
nell'acido il piccolo Giuseppe Di Matteo e lì venne trovato un vero e proprio
arsenale a disposizione di Brusca (dieci missili, un lanciamissili, 10 bazooka,
50 kalashnikov, 400 kg di esplosivo, 10 bombe anticarro, un lanciagranate, 7
fucili mitragliatori, 35 pistole, giubbotti antiproiettile ed ordigni esplosivi
già confezionati).
Monticciolo e Chiodo diedero indicazioni utili sui possibili
nascondigli di Brusca, cui seguì il ritrovamento di un’agenda con codici e
numeri di telefono trovata addosso al latitante Salvatore Cucuzza, reggente del
mandamento di Porta Nuova: dopo vari pedinamenti e intercettazioni basati su
tali informazioni, Brusca fu infine arrestato il 20 maggio 1996 in via
Papillon, contrada Cannatello (frazione balneare di Agrigento), dove un
fiancheggiatore gli aveva messo a disposizione un villino, in cui abitava anche
il fratello Enzo Salvatore insieme alla moglie.
L'operazione venne coordinata dal questore di Palermo
Arnaldo La Barbera e condotta dagli uomini della Squadra Mobile palermitana
guidati dal commissario Luigi Savina: per identificare esattamente il covo in
cui si trovava Brusca, in quanto nella via vi erano diverse villette una
accanto all'altra, si adottò lo stratagemma di utilizzare una motocicletta
smarmittata guidata da un poliziotto in borghese il quale dava delle forti
accelerate al motore portandosi di fronte ai cancelli delle ultime tre ville in
modo che il rombo del motore fosse percepibile dall'audio di "fondo"
nell'intercettazione telefonica sull'utenza di Brusca; via radio
"guidarono" il collega in moto in quel segmento di via, e ascoltando
il massimo percepibile del rumore del motore, capirono che quello era il punto
esatto e diedero il via al blitz con la frase d’ordine, “ddrocu è“. Alcuni
abitanti locali raccontano che gli agenti, non riuscendo a capire perfettamente
qual era l'esatta ubicazione della casa di Brusca, irruppero contemporaneamente
nelle due villette a destra e a sinistra (oltre che a quella centrale dove poi
fu scovato), onde evitare appunto uno sbaglio che avrebbe compromesso
l'operazione e potenzialmente favorito la fuga. Ironia della sorte, al momento
dell’arresto, i fratelli Brusca stavano guardando il film Giovanni Falcone di
Giuseppe Ferrara, trasmesso da Canale 5, e vennero ammanettati dall'ispettore
Luciano Traina, fratello di Claudio, uno degli agenti di scorta uccisi nella
strage di via d'Amelio.
L'azione fu molto movimentata e nello stesso tempo
velocissima, tanto che alcuni vicini di casa dirimpettai, accorsi alle finestre
per il trambusto udito, alla vista di questi agenti non in divisa, armati di
mitra, che indossavano il "mephisto" nero, abbassarono terrorizzati
le tapparelle delle proprie finestre, uscendo da casa solamente il giorno dopo.
Nella casa vennero trovati anche decine e decine di pizzini scritti da
imprenditori e commercianti che chiedevano la clemenza del boss, nonché un
borsone pieno di contanti e una collezione di abiti firmati e di orologi d'oro
Rolex, Cartier e Baume & Mercier.
I fratelli Brusca vennero scortati in manette da un
convoglio di poliziotti fino alla Questura di Palermo, dove gli agenti con il
volto coperto dal passamontagna arrivarono con le mitragliatrici alzate tra la
folla di curiosi e giornalisti e si abbandonarono a suoni di clacson ed urla di
gioia per la riuscita dell'operazione, immagini che vennero trasmesse da tutte
le televisioni nazionali e internazionali e che provocarono numerose polemiche:
il giornalista Giorgio Bocca scrisse in un articolo molto critico uscito in
quei giorni sul quotidiano La Repubblica "... sembra di essere a Città del
Messico la sera che vi entrò Pancho Villa". All'interno della Questura, in
segno di vendetta, Brusca venne posto dagli agenti vicino ad una fotografia di
Falcone e Borsellino appesa al muro e fotografato in quella posa; fu inoltre
necessario l'intervento dei Vigili del fuoco per segare le manette ai suoi
polsi poiché la chiave era andata persa nella confusione.
La collaborazione con
la giustizia
Brusca decise di collaborare e l’intenzione di voltare le
spalle a Cosa Nostra arrivò il 23 maggio, nel giorno del quarto anniversario
della strage di Capaci, quando il PM Alfonso Sabella ricevette una telefonata
in codice da un dirigente del Gruppo Operativo Mobile. A giugno, a circa un
mese dall'arresto, Brusca iniziò a rendere dichiarazioni ai magistrati delle
Procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze; a raccogliere le sue prime
dichiarazioni furono Savina e Sanfilippo i quali per non dare nell'occhio
entrarono nel carcere dell'Ucciardone dentro al bagagliaio di una macchina
mentre il suo primo interrogatorio con i magistrati (il PM Alfonso Sabella, il
procuratore Giancarlo Caselli, l’aggiunto Guido Lo Forte, il questore Arnaldo
La Barbera) e i due poliziotti venne allestito in un ufficio delle Poste.
Brusca raccontò episodi dettagliati relativi a gente come Pietro Aglieri, Nino
Giuffrè, Carlo Greco e Salvatore Di Gangi, tutti uomini legati a Bernardo
Provenzano, mentre sui fedelissimi di Totò Riina, del quale è stato uno dei più
devoti seguaci, non disse nulla. Grazie alle sue indicazioni Greco verrà
arrestato mentre Di Gangi riuscirà a scappare poco prima del blitz. La notizia
trapelò sui giornali soltanto in agosto, causando violentissime reazioni e
polemiche: provocò clamore l'intervista concessa dal suo difensore di fiducia,
l'avvocato Vito Ganci, nella quale affermava che il "pentimento" del
suo assistito era pilotato dall'allora Presidente della Commissione Antimafia
Luciano Violante (che avrebbe incontrato Brusca su un volo aereo nel 1991) al
fine di accusare Giulio Andreotti, all'epoca sotto processo per concorso
esterno in associazione mafiosa. Tali affermazioni vennero smentite da Brusca
(che cambiò difensore) ma in ottobre venne iscritto nel registro degli indagati
per calunnia poiché le sue prime dichiarazioni miravano ad accusare il suo
acerrimo nemico Baldassare Di Maggio ed escludere le responsabilità di mafiosi
a lui vicini (soprattutto Giovanni Riina, figlio di Totò, e Vito Vitale, boss
di Partinico): la manovra venne scoperta anche grazie alle dichiarazioni del
fratello di Brusca, Enzo Salvatore, che da qualche mese collaborava pure con
gli inquirenti in accordo segreto con Giovanni. Messo alle strette dai
magistrati, Brusca confessò l'inganno e iniziò a rendere nuovi interrogatori,
questa volta ritenuti attendibili, grazie ai quali fu possibile condannare
decine di mafiosi in diversi procedimenti penali, dove anch'egli era imputato
ed in cui ottenne rilevanti sconti di pena grazie al suo contributo: nel 1997
infatti gli vennero comminati 27 anni di carcere anziché l'ergastolo al
processo per la strage di Capaci e la stessa cosa avvenne nel 1999, quando gli
furono comminati trent'anni di reclusione per il sequestro e l'omicidio del
piccolo Giuseppe Di Matteo.
Nel 2000 Brusca (fino ad allora considerato dalla giustizia
solo un "dichiarante") riuscì ad ottenere lo status di
"collaboratore di giustizia", che gli consentì di lasciare il regime
carcerario duro previsto dall'articolo 41-bis e di godere dei benefici previsti
dalla legge, compreso un sussidio di 500 000 lire al mese per sé e per i
componenti della sua famiglia.
Durante la sua collaborazione, Brusca ha ammesso di aver
eseguito o ordinato oltre 150 omicidi e di non ricordarsi nemmeno di tutte le
sue vittime. Al processo Andreotti, negò di aver saputo dell'incontro tra Riina
e il politico democristiano riferito da Baldassare Di Maggio (dove avvenne il
famoso "bacio"), circostanza invece confermata dal fratello Enzo. Fu
inoltre il primo collaboratore di giustizia a parlare del cosiddetto
"papello", un foglio con l'elenco di richieste che Riina avanzò allo
Stato dopo le stragi. Il 3 maggio 2011 a Firenze durante un’udienza del
processo sulle stragi Brusca sostenne che Riina gli disse che era stato avviato
un dialogo a distanza con Nicola Mancino, all’epoca dei fatti ministro
dell’Interno: “Non mi disse il tramite ma il committente finale e mi fece il
nome di Mancino”; questa tesi fu respinta seccamente da Mancino. Brusca
sostenne inoltre che mentre Riina e Vito Ciancimino erano impegnati su un
fronte, lui lavorava su un’altra sponda nella speranza di ottenere dei vantaggi
per un gruppo di boss detenuti tra i quali suo padre Bernardo e Luciano Liggio:
il suo interlocutore sarebbe stato Paolo Bellini, personaggio legato ad
ambienti neofascisti, ma la storia sarebbe andata per le lunghe e l’unica
trattativa rimasta in piedi sarebbe stata quella tra lo Stato e Riina. Inoltre
Brusca sarebbe stato mobilitato per eliminare Pietro Grasso, già giudice a
latere nel Maxiprocesso, ma davanti all’abitazione della suocera dove si
sarebbe dovuto colpire c’era una banca il cui sistema di allarme avrebbe potuto
disturbare il funzionamento del telecomando da utilizzare per l’esplosione e
così il piano fu accantonato.
Nel corso dei vari processi, Brusca ha pubblicamente chiesto
perdono ai familiari delle sue vittime. Nel 1998, durante un confronto
nell'udienza del processo "Borsellino bis", Santino Di Matteo scagliò
un microfono contro Brusca e gli urlò: "Animale, non sei degno di stare in
quest'aula, ti dovrei staccare la testa!".
La detenzione
Detenuto nel penitenziario romano di Rebibbia dal 20 maggio
1996, nel 2004, grazie ad una decisione del Tribunale di sorveglianza di Roma,
gli sono stati concessi periodicamente dei permessi premio per buona condotta,
consentendogli così di poter uscire dal carcere ogni 45 giorni e poter far
visita alla propria famiglia, in una località protetta.
L'autorizzazione suscitò diverse polemiche da parte
dell'opinione pubblica. Brusca perse tuttavia il diritto alle uscite dal
carcere nello stesso anno, a causa dell'uso di un telefono cellulare, in aperta
violazione alle norme sui benefici carcerari.
Nel 2010 ricevette, in carcere, un'accusa di riciclaggio, di
intestazione fittizia di beni e di tentata estorsione. Il 17 settembre di
quell'anno i carabinieri del Gruppo di Monreale, per ordine della Procura di
Palermo, effettuarono una perquisizione nella sua cella e, in contemporanea,
anche nelle abitazioni di suoi familiari, confiscando a Brusca una parte del
suo patrimonio che, secondo gli inquirenti, avrebbe continuato a gestire dal
carcere. Brusca avrebbe cercato di recuperare soldi di un vecchio investimento
immobiliare a Palermo con una lettera dai toni mafiosi inviata alla moglie di
un ex fiancheggiatore. Nel registro degli indagati finì anche sua moglie
Rosaria Cristiano accusata di riciclaggio: nella sua abitazione in località
segreta i militari trovarono 188.000 euro in contanti che sarebbero stati il frutto
di attività economiche o della gestione di immobili di cui il pentito non ha
mai parlato. Nel luglio del 2014 il giudice monocratico della seconda sezione
del Tribunale di Palermo respinse la tesi della Procura che aveva chiesto la
condanna a un anno di carcere e assolse Brusca dall’accusa di violenza privata
per aver tentato di riprendersi con le minacce parte del patrimonio intestato a
due coniugi di Altofonte che aveva usato come prestanome.
L'8 agosto 2015 i giudici della sezione Misure di prevenzione
del Tribunale di Palermo accolgono la richiesta della Procura distrettuale
disponendo il sequestro di beni intestati ai prestanome del pentito ma a lui
finanziariamente riconducibili. In realtà Brusca si è smascherato da solo con
una lettera inviata a un imprenditore in cui ammetteva di «aver omesso
spudoratamente di riferire di quei beni ai giudici».
Nel 2016 interviene l'assoluzione definitiva nel processo,
il reato di estorsione viene derubricato in tentativo di violenza privata,
mentre la questione relativa all'intestazione fittizia di beni era andata
prescritta e all'ex boss furono restituiti 200 000 euro che gli erano stati
sequestrati. Successivamente i permessi premio vennero ripristinati,
permettendogli di trascorrere in media cinque giorni al mese fuori dal carcere.
Per gli ultimi mesi dell’anno 2016 Brusca torna a casa in
stato di libertà godendo di un permesso premio, sotto la sorveglianza del
Gruppo Operativo Mobile della polizia penitenziaria. Rientrato nel carcere di
Rebibbia l’8 gennaio per partecipare in videoconferenza all’udienza del
processo sulla trattativa Stato-mafia nella doppia veste di testimone e
imputato. La notizia del permesso premio creò non poco scompiglio, ma Brusca
replicò duramente alle polemiche tramite i suoi avvocati sostenendo: “Sono cambiato,
sono una persona diversa. Non sono più il crudele uomo di mafia di vent’anni
fa.” E inoltre i permessi ottenuti “sono regolari e disciplinati
dall’ordinamento penitenziario.” Il cambiamento radicale interiore oltreché
estetico (dimagrì di almeno venti chili e perse quasi tutti i capelli) sarebbe
arrivato grazie a un isolamento lunghissimo - quasi vent’anni - e alla passione
per le letture e lo studio della Storia contemporanea. L’avvocato della
famiglia Di Matteo e Tina Montinaro, vedova del capo scorta di Falcone morto
anch’egli a Capaci, manifestarono il loro disappunto riguardo al pentimento e
alla concessione del permesso premio. L’ex PM Antonio Ingroia avanzò dei dubbi
sull’atteggiamento tenuto da Brusca: “Non ha raccontato tutta la verità su come
si svolsero i fatti nel “dietro le quinte” della stagione delle stragi e della
trattativa; ci sono delle zone d’ombra nelle sue dichiarazioni”.
Brusca ha quindi più
volte richiesto gli arresti domiciliari, senza successo.
Silvana Saguto, ex presidente delle Misure di prevenzione
del tribunale di Palermo, indagata per una presunta gestione illecita dei beni
confiscati alla mafia, ha affermato, nelle intercettazioni diffuse dalla stampa
nel 2019, di essere a conoscenza degli intestatari dei beni gestiti da Brusca a
Piana degli Albanesi, come "villette e supermercati", sottolineando
la presenza di alcune attività commerciali gestite da Brusca e sostenendo che
fosse "una vergogna che Brusca c'abbia mezza Piana". Infatti, alcuni
di questi beni, per un valore complessivo di un milione di euro, erano stati
sequestrati temporaneamente già nel 2015.
Nel dicembre del 2019 la Cassazione nega al detenuto Brusca
la concessione degli arresti domiciliari per la "caratura criminale"
e la "gravità dei reati commessi". Nel 2020 la stessa Cassazione ha
rigettato ulteriori sconti di pena sulla condanna a 30 anni di reclusione.
La scarcerazione
Il 31 maggio 2021, dopo 25 anni di reclusione, Brusca viene
rilasciato dal carcere di Rebibbia per termine della pena, con 45 giorni di
anticipo rispetto alla scadenza della condanna; rimarrà comunque in libertà
vigilata per altri 4 anni e vivrà sotto protezione. Nel luglio del 2022 il
Tribunale di Palermo ritiene che Brusca sia socialmente pericoloso e gli
conferisce lo status di sorvegliato speciale, imponendogli l'obbligo di firma
ed il divieto di uscire la sera ed incontrare pregiudicati.
Le sue condanne:
Strage di Capaci
Strage di via d'Amelio
Omicidio di Giuseppe Di Matteo
Processo sulla trattativa Stato-Mafia
La Locandina


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