LUCREZIA E BREMBO
UNA STORIA DI INTRIGHI SENSUALITA’ E MISTERI

La vita di Lucrezia Borgia Terzogenita del potente e ricco
cardinale spagnolo Rodrigo Borgia, Lucrezia nacque a Subiaco il 18 aprile 1480.
Sua madre, Vannozza Catanei, donna romana di probabili origini lombarde, aveva
già messo al mondo Cesare e Giovanni, ai quali si sarebbe aggiunto Goffredo nel
1481.Crebbe tra l’eccessiva ambizione del fratello Cesare e un (Santo) padre
troppo “terreno” ( eletto Papa nel 1492 con il nome di Alessandro VI) che non
si lasciarono sfuggire l’occasione di imparentarsi, attraverso di lei, alle
famiglie più importanti della penisola.
Mariti, amanti.
E ancora molto piccola, Lucrezia fu affidata alle cure di
Adriana Mila Orsini, parente dell’ingombrante padre. Grazie a lei apprese la
lingua e la cultura spagnola, terra d’origine dei Borgia e crebbe immaginando e
idealizzando quelle terre lontane. Un giorno avrebbe vissuto lì, a Jàtiva,
felicemente. I suoi parenti, però, scelsero per lei una strada diversa.
Intelligente, bella e colta, divenne la pedina perfetta da spostare a
piacimento nello scacchiere politico dell’epoca. A soli 13 anni suo padre
Rodrigo decise di darla in moglie a Giovanni Sforza, signore di Pesaro. Il Papa
aveva necessità di stringere utili alleanze in vista dell’invasione francese,
gli Sforza, invece, bramavano la ricchissima dote di lei. Per qualche anno il
matrimonio sembrò navigare in acque tranquille, ma dopo la discesa del re Carlo
VIII di Francia, il Santo Padre iniziò ad elaborare un piano per concludere
quell’alleanza non più necessaria. Il giovane Sforza fu costretto a firmare una
dichiarazione nella quale affermava che il matrimonio non era mai stato
consumato, dando così il via alle pratiche di annullamento.
E mentre Lucrezia veniva dichiarata virgo intacta,
iniziarono a circolare voci malevole che la volevano amante di suo fratello
Cesare. All’epoca, tra i metodi più in voga per gettare ombra sul nome di una
casata vi era proprio quello di mettere in cattiva luce le donne della
famiglia: questa era l’unica arma che l’irritato e scontento Giovanni Sforza
poteva sfoderare. Le strategie erano mutate, gli amici erano divenuti nemici,
le alleanze si erano disfatte con la stessa rapidità con cui erano state
concordate e il destino era già stato scritto. Un nuovo matrimonio attendeva
Lucrezia che nel frattempo, rinchiusa nel convento di San Sisto si era
innamorata e attendeva un bambino da padre Pedro Calderon, detto Pedrotto. Così
a 18 anni affronta il suo secondo matrimonio. Alfonso d’Aragona si rivela un
marito gentile e premuroso e la vita sembra finalmente scorrere tranquilla fino
a quando la necessità di nuove alleanze non bussa alla porta. Un sicario mette
fine alla vita di Alfonso e viene progettata una terza unione per smaltire il
lutto: un altro Alfonso, ma questa volta d’Este. La lontana corte estense,
mondana e ricca di cultura, la attende. Qui si circonderà di intellettuali,
dimostrerà notevoli abilità nella gestione del ducato e si innamorerà di Pietro
Bembo e di Francesco Gonzaga, sbocciando lontano dall’ombra della sua famiglia
d’origine.
I capelli biondi di Lucrezia Borgia alla sua corte, a
Ferrara, Lucrezia Borgia accolse poeti come Ludovico Ariosto, Ercole Strozzi e
Pietro Bembo con il quale ebbe un nutrito scambio epistolare e sembra anche una
relazione. E proprio al rapporto con il Bembo è legata una delle tante leggende
esistenti. Nella Biblioteca Ambrosiana di Milano, dentro ad una teca, è
conservata una ciocca di capelli “più simili ad oro che altro”, ritrovata tra
le carte del poeta e che si dice appartenessero alla donna. Ricordo e
seduzione, una prova d’amore che Bembo teneva “come una reliquia”. Capelli
dalle sfumature incredibili che in molti ricordano, come lo stesso Lord George
Byron che ne rimase fulminato quando giunse a Milano:
“Sono i capelli più biondi che si possano immaginare e che
mai ho visti di così biondo”.
Ferrara 1502. Quel giorno, alla corte ducale, erano attesi
giovani poeti e letterati.
Per il ragazzo era un’occasione d’oro. Poteva finalmente
mettersi in mostra e farsi notare dalla duchessa. Se tutto fosse andato come
sperava, avrebbe avuto anche l’occasione di entrare nella sua cerchia ristretta
di letterati. Lei amava gli artisti, e ovviamente far parte del suo “circolo”
era garanzia di fama e ricchezza. Così giunse il suo momento. Il ragazzo entrò
in sala e la vide. Conosceva la duchessa solo per sentito dire, e che fosse
molto bella lo sapeva già, gliel’avevano ripetuto un milione di volte. Quello
che lo sbalordì e lo lasciò senza parole fu che fosse così bella. Il poeta ci
mise un po’ di tempo a presentarsi, letteralmente folgorato dal bagliore della
giovane duchessa. I suoi capelli biondi splendevano, illuminati dai raggi del
sole che filtravano dalle grandi vetrate del palazzo. Già quei capelli, come si
può dimenticarli? Non ci riuscì, e continuò a pensare a lei anche le ore
successive all’incontro. Anche i giorni dopo. Anche le settimane dopo.
La duchessa era il suo pensiero fisso. Si invaghì così tanto
da giungere a cambiare la struttura della sua prima opera che stava per uscire
in quel periodo. La modificò sulla base di quel suo nuovo invaghimento. Un uomo
che apriva il suo cuore verso l’amore più sincero e appassionato. E quando
l’opera, chiamata “gli Asolani”, uscì, il poeta ne regalò subito una copia alla
duchessa, che rimase positivamente colpita. Cominciarono a frequentarsi sempre
più spesso, i due innamorati clandestini, e intrapresero una relazione
platonica ma appassionata.
Poi però arrivò la peste e il poeta fu costretto a scappare
dalla città. Lei rimase. Non poteva la duchessa abbandonare il suo popolo
decimato. E tanto platonicamente quanto si erano frequentati di persona, così
iniziarono un rapporto epistolare a distanza fatto di bellissime lettere
d’amore. Lui però aveva ancora quel pensiero fisso: i capelli di lei, e glielo
scrisse. Alla fine lei non mancò di compiere un gesto fortemente simbolico: si
tagliò una ciocca dei suoi amati capelli e la inviò insieme a una lettera.
Quando lui la ricevette, la tenne stretta a sé, e la volle conservare per
sempre all’interno di uno scrigno, che ormai era il più prezioso di tutti i
tesori che possedeva. Quello che conteneva le lettere d’amore della duchessa.
I due non si rividero mai più ma continuarono a scriversi
ancora per sedici anni. Poi lei morì giovanissima e lui divenne Cardinale. Uomo
di chiesa e personaggio di spicco dell’umanesimo italiano, famoso ancora oggi
con il nome di Pietro Bembo.
Come quella ciocca di capelli sia giunta a Milano, non lo sa
nessuno. Ma forse un motivo c’è.
Se la guardi all’interno della piccola teca, noti che è
ancora perfettamente conservata, liscia e fresca come se fosse stata appena
recisa.
Ecco, pare che in alcune notti, se osservi bene attraverso
le finestre della Pinacoteca Ambrosiana, scorgi un bagliore. Una luce intensa
che proviene dalla stanza dove è conservata la bionda treccia. Dicono che sia
proprio la duchessa, che arriva e legge le lettere del suo amato Pietro Bembo,
non prima di aver pettinato la propria ciocca di capelli.
Poi se ne va, svanisce in un educato silenzio, ma felice
perché si è sentita amata. Lei, la discussa e tormentata duchessa di Ferrara,
Lucrezia Borgia.
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