ZELENSKY CAPITOLA ALLA PACE IMPOSTA DA TRUMP
UNICO INTERESSE, L’ECONOMIA AMERICANA

In meno di una settimana l’Ucraina è passata da “Paese
debitore” a “Paese partner” degli Stati Uniti. È la proposta di “pax mineralis”
sulle terre rare. Molto di più di un contratto per i proventi di miniere e
giacimenti di idrocarburi. La leadership ucraina, inizialmente recalcitrante,
ha annunciato la firma del “contratto”, dopo avere riscritto le condizioni
iniziali e offerto a Trump un’opportunità: fare cassa e riscrivere le regole delle
relazioni internazionali secondo The Donald. Mosca teme una trappola e alza un
altro muro. “No” all’invio di truppe europee di peacekeeping sul territorio
ucraino. Trump aveva sostenuto che la guerra «potrebbe finire entro poche
settimane», aggiungendo che lui e Putin sostengono la possibilità di una
presenza di truppe europee sul campo. «Putin lo accetterà», aveva detto il
presidente Usa: «ho fatto espressamente questa domanda. Non ha alcun problema»,
aveva aggiunto. Ma il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha smentito
rimandando alle parole del ministro degli Esteri Lavrov secondo cui l’invio di
forze di pace europee è «inaccettabile».
Se questo peserà sulla firma dell’intesa Washington-Kiev si
scoprirà entro venerdì, quando Zelensky raggiungerà la Casa Bianca. A Trump
chiederà di sciogliere il nodo sulle garanzie di sicurezza all’Ucraina e la
conferma degli “aiuti” militari. Nella prima versione dell’intesa proposta
dall’entourage di Trump, Kiev avrebbe dovuto consegnare agli Usa oltre 350
miliardi di euro provenienti dagli introiti dei “minerali critici”, in forma di
restituzione del «debito» contratto dal momento in cui gli Stati Uniti hanno
deciso di sostenere la difesa dell’Ucraina. Allo stato dell’attuale valore
delle esportazioni ucraine nel settore dei minerali, sarebbero stati necessari
tra i 3 e i 5 secoli e Kiev avrebbe dovuto destinare anche il suo 50% a
ripianare il debito. Arrivando a Washington per firmare il “preliminare di
vendita” a cui seguirà poi il vero “mutuo” acceso da Kiev, Zelensky ha ottenuto
la sottoscrizione di alcuni principi chiave. Primo: «Il popolo americano
desidera investire insieme all’Ucraina in un’Ucraina libera, sovrana e sicura».
Secondo: «Stati Uniti d’America e Ucraina desiderano una pace duratura in Ucraina
e una partnership duratura tra i loro due popoli e governi». Seguono le altre
due pre-condizioni: «Stati Uniti d’America e Ucraina riconoscono il contributo
che l’Ucraina ha apportato al rafforzamento della pace e della sicurezza
internazionale abbandonando volontariamente il terzo più grande arsenale di
armi nucleari al mondo», perciò «desiderano garantire che gli Stati e le altre
persone che hanno agito negativamente nei confronti dell’Ucraina». Saranno poi
i contabili a stabilire come queste parole si trasformeranno in dollari e in
quali tasche effettivamente andranno. Nell’accordo è stabilita la spartizione
al 50% degli introiti dallo sfruttamento del sottosuolo. Ma poiché Kiev concede
agli Usa (chiudendo le porte ad altri pretendenti) la ricerca pressoché in
esclusiva di altre fonti minerarie ed energetiche, è assai probabile che a
Washington incasseranno più di quanto si potesse inizialmente prevedere.
Con il risultato che l’Ue, se vorrà sedere al tavolo della
grande abbuffata mineraria, dovrà vedersela con The Donald. Gli Usa, in cambio,
manterranno «un impegno finanziario a lungo termine per lo sviluppo di
un’Ucraina stabile ed economicamente prospera». In apparenza vincono tutti, ma
in previsione di una revisione dei confini ucraini a beneficio di Mosca, è Trump
a tentare di fare bingo, lavorando perché gli Usa possano cooperare anche con
Mosca nell’uso delle miniere nei territori occupati.
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