UNA DONNA SENZA ISTRUZIONE NE TITOLI
PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA

Grazia Deledda, in lingua sarda Gràssia o Gràtzia Deledda (Nuoro, 27
settembre 1871 – Roma, 15 agosto 1936), è stata una scrittrice italiana,
vincitrice del Premio Nobel per la letteratura 1926. È ricordata come la
seconda donna, dopo la svedese Selma Lagerlöf, a ricevere il premio in questa
disciplina, e l'unica donna sarda.
La sua Biografia
Secondo i dati ufficiali, Grazia Deledda nacque a Nuoro, il
28 settembre 1871 alle due del mattino, quarta di sette tra figli e figlie, da
famiglia benestante. Sebbene la data riportata nell'atto presso il registro di
Stato Civile[9] di Nuoro sia il 28 settembre, era allora usanza registrare i
bambini diversi giorni dopo la nascita. La stessa scrittrice ne specifica
infatti il giorno in diverse lettere indirizzate all'allora fidanzato, Andrea
Pirodda: nella prima, datata 10 dicembre 1892, scrive: «Il mio compleanno cade
il 27 settembre» e in un'altra dell'11 maggio 1893 ribadisce: «Io non sono
certa se ho venti o ventun anni compiuti; neanche mia madre ne è certa, ma è
più probabile che ne abbia ventuno che venti. Sono vecchia, non è vero? La nostra
vecchia serva, che ho interrogato a proposito, dice che a lei sembra ne abbia
venti; ciò che si ricorda bene è che son nata una sera verso le otto, il giorno
di San Cosimo, cioè il 27 settembre. Questo lo sapevo già».
Il padre, Giovanni Antonio Deledda, era laureato in legge ma
non esercitò la professione. Era un benestante imprenditore e possidente, si
occupava di commercio e agricoltura; si interessava di poesia e componeva egli
stesso versi in sardo; aveva fondato una tipografia e stampava una rivista. Fu
sindaco di Nuoro nel 1863. La madre era Francesca Cambosu, descritta come donna
di severi costumi; dedita alla casa, educò lei la figlia.
Dopo aver frequentato le scuole elementari fino alla classe
quarta, Grazia fu seguita privatamente dal professor Pietro Ganga, docente di
lettere italiane, latine e greche che parlava francese, tedesco, portoghese,
spagnolo. Ganga le impartì lezioni di base di italiano, latino e francese.
Quella con Ganga fu anche un'amicizia diretta e profonda, testimoniata da un
appassionato epistolario. Proseguì la sua formazione da autodidatta, e sviluppò
un particolare amore per la letteratura greca.
Secondo alcune letture, fra cui Collu e Petrignani, Deledda
avrebbe affrontato un lungo corpo-a-corpo per dar forma alle aspirazioni
profonde e rispondere alla voce interiore che la chiamava irresistibilmente
alla scrittura, soprattutto contro la piccola e chiusa società di Nuoro in cui
il destino della donna, si è detto, non poteva oltrepassare il limite di «figli
e casa, casa e figli». Reagì, Deledda, rivelando così da protagonista il
travaglio della crisi epocale del mondo patriarcale contadino e pastorale,
incapace ormai di contenere e promuovere le istanze affioranti nelle nuove
generazioni. Il bisogno di realizzarsi in spazi sociali aperti e vasti, la
progressiva coscienza delle proprie capacità e il confronto con modelli
comportamentali diversi da quelli imposti poteva indurla ad assumere altre
identità. Ma questo rischio era lontano dai suoi intendimenti. Se l’identità da
un lato non può pensarsi stagnante, immobile e senza relazioni nutritive,
dall’altro assumere l’identità di un altro significa perdere la propria, dare
l’identità a un altro significa sottrargli la sua. La giovane ha seguito una
strada esemplare: ha fatto esplodere le contraddizioni di una società ormai in
declino (secondo le dette fonti), ma senza tradirne la radice identitaria
profonda che la distingue da tutte le altre. La sua ribellione è stata
interpretata come un «tradimento». Invece, tutta la sua opera testimonia
l’opposto.
Importante per la sua formazione letteraria, nei primi anni
della sua carriera da scrittrice, fu l'amicizia con lo scrittore, archivista e
storico dilettante sassarese Enrico Costa, che per primo ne comprese il
talento. Per un lungo periodo scambiò delle lettere con lo scrittore calabrese
Giovanni De Nava, che si complimentava del talento della giovane scrittrice.
Queste missive poi si trasformarono in lettere d'amore in cui si scambiavano
dolci poesie. Poi, per l'assenza di risposte da parte di Giovanni per un lungo
periodo, smisero di scriversi.
La famiglia fu colpita da una serie di disgrazie: il
fratello maggiore, Santus, abbandonò gli studi e divenne alcolizzato; il più
giovane, Andrea, fu arrestato per piccoli furti. Il padre morì per una crisi
cardiaca il 5 novembre 1892 e la famiglia dovette affrontare difficoltà
economiche. Quattro anni più tardi morì anche la sorella Vincenza.
Attività letteraria
giovanile
Nel 1887 inviò a Roma alcuni racconti (Sangue sardo e
Remigia Helder), pubblicati dall'editore Edoardo Perino sulla rivista
"L'ultima moda", diretta da Epaminonda Provaglio. Sulla stessa
rivista venne pubblicato a puntate il romanzo Memorie di Fernanda. Nel 1890
uscì a puntate sul quotidiano di Cagliari L'avvenire della Sardegna, con lo
pseudonimo Ilia de Saint Ismail, il romanzo Stella d'Oriente, e a Milano,
presso l'editore Trevisini, Nell'azzurro, un libro di novelle per l'infanzia.
Deledda incontrò l'approvazione di letterati quali Angelo de
Gubernatis e Ruggiero Bonghi, che nel 1895 accompagnò con una sua prefazione
l'uscita del romanzo Anime oneste. Collaborò inoltre con riviste sarde e
continentali, quali La Sardegna, Piccola rivista e Nuova Antologia.
L'intervento di Bonghi (letterato, deputato e ministro della Pubblica
Istruzione) fu notevole in quanto questi considerava il romanzo come inutile,
dannoso, anzi uno dei maggiori strumenti del dissolvimento intellettuale e
morale che attingevano la società del tempo; eppure delle anime oneste del
titolo intravvide una reale onestà che lo spinse a sbilanciarsi favorevolmente.
Fra il 1891 e il 1896, sulla Rivista delle tradizioni
popolari italiane, diretta da Angelo de Gubernatis, venne pubblicato a puntate
il saggio Tradizioni popolari di Nuoro in Sardegna, introdotto da una citazione
di Tolstoi, prima espressione documentata dell'interesse della scrittrice per
la letteratura russa. Seguirono romanzi e racconti di argomento isolano. Nel
1896 il romanzo La via del male fu recensito in modo favorevole da Luigi
Capuana, che ne scrisse anche la prefazione. Nel 1897 uscì una raccolta di
poesie, Paesaggi sardi, edita da Speirani.
Maturità
Conclusa la tesa relazione con il maestro elementare Andrea
Pirodda, il 22 ottobre 1899 si trasferì a Cagliari, in via San Lucifero (strada
in cui fece abitare Anania, protagonista di Cenere); in questa città conobbe
Palmiro Madesani, un funzionario del Ministero delle finanze, che sposò a Nuoro
due mesi dopo, l'11 gennaio 1900, portata all'altare dallo zio prete Salvatore
Cambosu, essendo il padre morto da tempo. Madesani era originario di Cicognara
di Viadana, in provincia di Mantova, dove anche Grazia Deledda visse per un
periodo. Dopo il matrimonio, Madesani lasciò il lavoro di funzionario statale
per dedicarsi all'attività di agente letterario della moglie. La coppia si
trasferì a Roma nel 1900, dove condusse una vita appartata. Ebbero due figli,
Franz e Sardus.
Nel 1903 la pubblicazione di Elias Portolu la confermò come
scrittrice e l'avviò a una fortunata serie di romanzi e opere teatrali: Cenere
(1904), L'edera (1908), Sino al confine (1910), Colombi e sparvieri (1912),
Canne al vento (1913), L'incendio nell'oliveto (1918), Il Dio dei venti (1922).
Da Cenere fu tratto un film interpretato da Eleonora Duse. Fu invece,
probabilmente, Canne al vento a guadagnarle l'attenzione dell'Accademia di
Svezia, se è vero che la prima candidatura al Nobel è del 1913; uno dei più
convinti sostenitori delle sue ripetute candidature fu Carl Bildt, ambasciatore
di Svezia a Roma e membro dell'Accademia, ma la prima fu proposta da Karl
August Hagberg, che aveva tradotto Deledda in svedese.
«Sogno un giorno di poter diradare con un mite raggio le
foschie ombrose dei nostri boschi, narrare intera la vita e le passioni del mio
popolo, così diverso dagli altri, così vilipeso e dimenticato e perciò più
misero nella sua fiera primitiva ignoranza.»
(Grazia Deledda,
lettera a Stanis Manca, ante 1891)
La sua opera fu apprezzata da Giovanni Verga, oltre che da
scrittori più giovani come Enrico Thovez, Emilio Cecchi, Pietro Pancrazi,
Antonio Baldini. Fu riconosciuta e stimata anche all'estero: David Herbert
Lawrence scrisse la prefazione della traduzione in inglese de La madre. Deledda
fu anche traduttrice: è sua infatti una versione in lingua italiana di Eugénie
Grandet di Honoré de Balzac.
Dal 1909 le sue opere furono illustrate da Giuseppe Biasi,
con il quale intrattenne anche un carteggio.
Grazia Deledda, fuori dall'isola, era solita stringere
amicizia e confrontarsi con personaggi internazionali, anche di piccolo
calibro, che solevano frequentare il suo salotto. Fu anche una donna sensibile
al sociale, insegnò lettere all'Asilo Lazio, creato dalla Società Podistica
Lazio nel 1915.
Prima donna candidata
al Parlamento italiano
Nel marzo del 1909, alla presentazione delle liste per le
elezioni alla XXIII legislatura del Regno d'Italia, il nome di Grazia Deledda
comparve al collegio di Nuoro della Camera per il Partito Radicale Italiano.
Non solo si trattava della prima volta che una donna veniva candidata, ma
ancora le donne in Italia non potevano votare, malgrado la questione fosse
oggetto di sempre più vivo pubblico dibattito. Perciò la candidatura è stata
interpretata come una provocazione, per il suffragio femminile e contro il
candidato 'ministeriale', l'avvocato di Orani Antonio Luigi Are, e fu
accompagnata da polemiche sulla stampa non solo locale. Sulla Tribuna, ad
esempio, Giuseppe Piazza dubitava che la scrittrice potesse avere qualità
adatte al ruolo in quanto "anziché un'adeguata preparazione per presieder
domani una qualche Commissione di bilancio ha impiegato la sua vita in due
cose, a scriver romanzi e a partorire degli ottimi figliuoli... Due cose delle
quali l'ultima soprattutto è troppo grande per darle tempo e volontà di essere
femminista e «deputata»". Il partito l'aveva invece selezionata sulla base
di alcuni requisiti fra cui buona cultura, rispettabile posizione sociale,
trasversalità nei consensi elettorali, e si ipotizza che fra i sostenitori vi
fossero, oltre al poeta Sebastiano Satta, anche ambienti di Roma, città in cui
Deledda viveva ormai da 9 anni.
Ad esito della consultazione, Deledda ottenne 34 voti, di
cui 31 contestati; vinse l'avvocato Are, la cui elezione dovette però essere
ripetuta.
Il premio Nobel
Discorso in occasione
del premio Nobel (1926)
Il 10 dicembre 1927 le venne conferito il premio Nobel per
la letteratura 1926, «per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto
ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola
natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse
umano». Deledda è stata la prima donna italiana a vincere il premio Nobel.
La morte
Un tumore di cui soffriva da tempo la portò alla morte nel
1936, quasi dieci anni dopo la vittoria del premio. Sulla data del giorno di
morte c'è controversia: alcune fonti riportano il 15 agosto, altre il 16.
Le spoglie di Deledda trovarono sepoltura nel cimitero del
Verano a Roma, dove rimasero fino al 1959 quando, su richiesta dei familiari
della scrittrice, furono traslate nella sua città natale. Da allora sono
custodite in un sarcofago di granito nero levigato nella chiesetta della
Madonna della Solitudine, ai piedi del monte Ortobene, che tanto aveva
decantato in uno dei suoi ultimi lavori. La sistemazione della tomba fu a
carico dello stato italiano, che appositamente promulgò la legge 5 gennaio
1953, n. 2.
Lasciò incompiuta la sua ultima opera, Cosima, quasi Grazia,
autobiografica, che apparirà in settembre di quello stesso anno sulla rivista
Nuova Antologia, a cura di Antonio Baldini, e che poi verrà edita col titolo
Cosima.
La sua casa natale,
nel centro storico di Nuoro (nel rione Santu Predu), è adibita a museo.
Critica
La critica in generale tende a incasellare la sua opera di
volta in volta in questo o in quell'-ismo: regionalismo, verismo, decadentismo,
oltre che nella letteratura della Sardegna. Altri critici invece preferiscono
riconoscerle l'originalità della sua poetica.
Il primo a dedicare a Grazia Deledda una monografia critica
a metà degli anni trenta fu Francesco Bruno. Negli anni quaranta-cinquanta,
sessanta, nelle storie e nelle antologie scolastiche della letteratura
italiana, la presenza di Deledda ha rilievo critico e numerose pagine
antologizzate, specialmente dalle novelle.
Tuttavia parecchi critici italiani avanzavano riserve sul
valore delle sue opere. I primi a non comprendere Deledda furono i suoi stessi
conterranei. Gli intellettuali sardi del suo tempo si sentirono traditi e non
accettarono la sua operazione letteraria, con l'eccezione di alcuni: Costa,
Ruju, Biasi. Le sue opere le procurarono le antipatie degli abitanti di Nuoro,
in cui le storie erano ambientate. I suoi concittadini erano infatti
dell'opinione che descrivesse la Sardegna come terra rude, rustica e quindi
arretrata.
Più recentemente, le opere e i saggi di Deledda sono stati
reinterpretati e ristudiati da altri corregionali. Tra questi si possono citare
Neria De Giovanni (che pur marcando le radici sarde di Deledda le riconosce una
dimensione che va oltre l'ambito geoculturale isolano,) Angela Guiso (con una
critica lontana dalle precedenti, più internazionale) e Dino Manca.
Verismo
Ai primi lettori dei romanzi di Deledda era naturale
inquadrarla nell'ambito della scuola verista.
Luigi Capuana la esortava a proseguire nell'esplorazione del
mondo sardo, «una miniera» dove aveva «già trovato un elemento di forte
originalità».
Anche Borgese la definisce "degna scolara di Giovanni
Verga". Lei stessa scrive nel 1891 al direttore della rivista romana La
Nuova Antologia, Maggiorino Ferraris: «L'indole di questo mio libro a me pare
sia tanto drammatica quanto sentimentale e anche un pochino veristica se per
'verismo' intendiamo il ritrarre la vita e gli uomini come sono, o meglio come
li conosco io».
Differenze rispetto
al Verismo
Ruggero Bonghi, manzoniano, per primo si sforza di sottrarre
la scrittrice sarda al clima delle poetiche naturalistiche. Tuttavia,
recentemente, altri critici la ritengono invece completamente estranea al
naturalismo.
Emilio Cecchi nel 1941 scrive: «Ciò che la Deledda poté
trarre dalla vita della provincia sarda, non s'improntò in lei di naturalismo e
di verismo... Sia i motivi e gli intrecci, sia il materiale linguistico, in lei
presero subito di lirico e di fiabesco...».
Il critico letterario Natalino Sapegno definisce i motivi
che distolgono Deledda dai canoni del Verismo: «Da un'adesione profonda ai
canoni del verismo troppe cose la distolgono, a iniziare dalla natura
intimamente lirica e autobiografica dell'ispirazione, per cui le
rappresentazioni ambientali diventano trasfigurazioni di un'assorta memoria e
le vicende e i personaggi proiezioni di una vita sognata. A dare alle cose e
alle persone, un risalto fermo e lucido, un'illusione perentoria di
oggettività, le manca proprio quell'atteggiamento di stacco iniziale che è nel
Verga, ma anche nel Capuana, nel De Roberto, nel Pratesi e nello Zena.»
Decadentismo
Vittorio Spinazzola scrive: «Tutta la miglior narrativa
deleddiana ha per oggetto la crisi dell'esistenza. Storicamente, tale crisi
risulta dalla fine dell'unità culturale ottocentesca, con la sua fiducia nel
progresso storico, nelle scienze laiche, nelle garanzie giuridiche poste a
difesa delle libertà civili. Per questo aspetto la scrittrice pare pienamente
partecipe del clima decadentistico. I suoi personaggi rappresentano lo
smarrimento delle coscienze perplesse e ottenebrate, assalite dall'insorgenza di
opposti istinti, disponibili a tutte le esperienze di cui la vita offre
occasione e stimolo».
Grazia Deledda e i
narratori russi
È noto che la giovanissima Grazia Deledda, quando ancora
collaborava alle riviste di moda, si rese conto della distanza che esisteva tra
la stucchevole prosa in lingua italiana di quei giornali e la sua esigenza di
impiegare un registro più vicino alla realtà e alla società dalla quale
proveniva.
La Sardegna, tra la fine dell'Ottocento e il primo
Novecento, tenta come l'Irlanda di Oscar Wilde, di Joyce, di Yeats o la Polonia
di Conrad, un dialogo alla pari con le grandi letterature europee e soprattutto
con la letteratura russa.
Nicola Tanda nel saggio La Sardegna di Canne al vento scrive
che, in quell'opera di Deledda, le parole evocano memorie tolstojane e
dostoevskiane, parole che possono essere estese a tutta l'opera narrativa
deleddiana: «L'intero romanzo è una celebrazione del libero arbitrio. Della
libertà di compiere il male, ma anche di realizzare il bene, soprattutto quando
si ha esperienza della grande capacità che il male ha di comunicare angoscia.
Il protagonista che ha commesso il male non consente col male, compie un
viaggio, doloroso, mortificante, ma anche pieno di gioia nella speranza di
realizzare il bene, che resta la sola ragione in grado di rendere accettabile
la vita».
Negli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento, quelli in
cui la scrittrice si dedica alla ricerca di un proprio stile, concentra la sua
attenzione, sull'opera e sul pensiero di Tolstoj. Ed è questo incontro che
sembra aiutarla a precisare sempre meglio le sue predilezioni letterarie. In
una lettera in cui comunicava il progetto di pubblicare una raccolta di novelle
da dedicare a Tolstoj, Deledda scriveva: «Ai primi del 1899 uscirà La
giustizia: e poi ho combinato con la casa Cogliati di Milano per un volume di
novelle che dedicherò a Leone Tolstoi: avranno una prefazione scritta in
francese da un illustre scrittore russo, che farà un breve studio di
comparazione fra i costumi sardi e i costumi russi, così stranamente
rassomiglianti». La relazione tra Deledda e i russi è ricca e profonda, e non è
legata solo a Tolstoj ma si inoltra nel mondo complesso degli altri
contemporanei: Gor'kij, Anton Čechov e quelli del passato più recente, Gogol',
Dostoevskij e Turgenev.
Altre voci di critici
Attilio Momigliano in più scritti sostiene la tesi che
Deledda sia "un grande poeta del travaglio morale" da paragonare a
Dostoevskij. È nota la sua affermazione per cui «Nessuno dopo il Manzoni ha
arricchito e approfondito come lei, in una vera opera d’arte, il nostro senso
della vita», tuttavia la sua dettagliata attenzione si soffermò anche sulle
singole opere con accenti di vario segno.
Francesco Flora afferma che «La vera ispirazione di Deledda
è come un fondo di ricordi dell'infanzia e dell'adolescenza, e nella trama di
quei ricordi quasi figure che vanno e si mutano sul fermo paesaggio, si
compongono i sempre nuovi racconti. Anzi, poiché i primi affetti di lei si
formano essenzialmente con la sostanza di quel paesaggio che ella disegnava
sulla vita della nativa Sardegna, è lecito dire, anche per questa via, che
l'arte di Deledda è essenzialmente un'arte del paesaggio».
Benedetto Croce da Pescasseroli, nel 1934, volle invece
inferire la sua stroncatura parlando di ripetitività degli schemi narrativi e
nella rappresentazione dei personaggi per categorie fisse; per questo
"immobilismo", parlando di "solito folklore sardo", Croce
ritenne di accostare l'opera deleddiana a quella di Salvatore Farina, del quale
aveva scritto nel 1921. Di più e di peggio, per Croce (e poco più tardi anche
per Eurialo De Michelis, che si insinuò lungo questa linea) l'eccesso di
contesti di moralità conduceva l'opera della nuorese sulla via della "non
arte"; e De Michelis fu su questo più puntuale, lamentando la
inscindibilità del mondo letterario dal mondo morale e religioso. Vi è chi ha
posto in pressoché esplicito collegamento l'avversione del critico abruzzese con
la marginalizzazione dell'opera deleddiana, di cui poca traccia si ha nella
narrazione letteraria e identitaria italiana: nei libri di scuola la scrittrice
fu dimenticata e isolata, relegata agli ambiti suppostamente velleitari del
regionalismo fors'anche per la resistenza del popolo che narrava contro
quell'unitarismo post-risorgimentale oppressivo di cui era vivido e doloroso
segno l'Editto delle chiudende.
Testimonianze di
scrittori stranieri
Su di lei scrisse prima Maksim Gor'kij e, più tardi, D. H.
Lawrence.
Maksim Gor'kij raccomanda la lettura delle opere di Grazia
Deledda a L. A. Nikiforova, una scrittrice esordiente. In una lettera del 2
giugno del 1910 le scrive: «Mi permetto di indicarle due scrittrici che non
hanno rivali né nel passato, né nel presente: Selma Lagerlof e Grazia Deledda.
Che penne e che voci forti! In loro c'è qualcosa che può essere
d'ammaestramento anche al nostro mužik».
David Herbert Lawrence, nel 1928, dopo che Deledda aveva già
vinto il Premio Nobel, scrive nell'Introduzione alla traduzione inglese del
romanzo La Madre: «Ci vorrebbe uno scrittore veramente grande per farci
superare la repulsione per le emozioni appena passate. Persino le Novelle di
D'Annunzio sono al presente difficilmente leggibili: Matilde Serao lo è ancor
meno. Ma noi possiamo ancora leggere Grazia Deledda, con interesse genuino».
Parlando della popolazione sarda protagonista dei suoi romanzi la paragona a
Hardy, e in questa comparazione singolare sottolinea che la Sardegna è proprio
come per Thomas Hardy l'isolato Wessex. Solo che subito dopo aggiunge che a
differenza di Hardy, «Grazia Deledda ha una isola tutta per sé, la propria
isola di Sardegna, che lei ama profondamente: soprattutto la parte della
Sardegna che sta più a Nord, quella montuosa». E ancora scrive: «È la Sardegna
antica, quella che viene finalmente alla ribalta, che è il vero tema dei libri
di Grazia Deledda. Essa sente il fascino della sua isola e della sua gente, più
che essere attratta dai problemi della psiche umana. E pertanto questo libro,
La Madre, è forse uno dei meno tipici fra i suoi romanzi, uno dei più
continentali».
Anche il poeta, scrittore e traduttore armeno Hrand
Nazariantz collaborò alla diffusione dell'opera di Deledda in lingua Armenia
occidentale traducendone due racconti che furono pubblicati sulla rivista Masis
nel 1907, si tratta di "վԱՆԱԿԱՆԸ" apparso sul numero 12 e "ՍԱՐՏԻՆԻՈՅ
ԶԱՏԻԿԸ" pubblicato sul numero 35.
L’avversione di
Pirandello
Questa sezione sull'argomento letteratura è solo un abbozzo.
Contribuisci a migliorarla secondo le convenzioni di Wikipedia. Segui i
suggerimenti del progetto di riferimento.
Luigi Pirandello non nascose mai la sua avversione per
Grazia Deledda, tanto da ispirarsi a lei e al marito per la composizione del
romanzo Suo marito, come traspare dalla corrispondenza con Ugo Ojetti e poi dal
rifiuto dell'editore Treves di pubblicarlo.
I suoi temi
principali
I suoi temi principali furono l'etica patriarcale del mondo
sardo e le sue atmosfere fatte di affetti intensi e selvaggi.[senza fonte]
Il fato
L'esistenza umana è in preda a forze superiori, "canne
al vento" sono le vite degli uomini e la sorte è concepita come
"malvagia sfinge".
Il peccato e la colpa
La narrativa di Deledda si basa su forti vicende d'amore, di
dolore e di morte sulle quali aleggia il senso del peccato, della colpa, e la
coscienza di una inevitabile fatalitàː
«La coscienza del peccato che si accompagna al tormento
della colpa e alla necessità dell'espiazione e del castigo, la pulsione
primordiale delle passioni e l'imponderabile portata dei suoi effetti,
l'ineluttabilità dell'ingiustizia e la fatalità del suo contrario, segnano
l'esperienza del vivere di una umanità primitiva, malfatata e dolente,
'gettata' in un mondo unico, incontaminato, di ancestrale e paradisiaca
bellezza, spazio del mistero e dell'esistenza assoluta.»
Il bene e il male
«Nelle sue pagine si racconta della miserevole condizione
dell'uomo e della sua insondabile natura che agisce - lacerata tra bene e male,
pulsioni interne e cogenze esterne, predestinazione e libero arbitrio - entro
la limitata scacchiera della vita; una vita che è relazione e progetto, affanno
e dolore, ma anche provvidenza e mistero. Deledda sa che la natura umana è
altresì - in linea con la grande letteratura europea - manifestazione
dell'universo psichico abitato da pulsioni e rimozioni, compensazioni e
censure. Spesso, infatti, il paesaggio dell'anima è inteso come luogo di
un'esperienza interiore dalla quale riaffiorano ansie e inquietudini profonde,
impulsi proibiti che recano angoscia: da una parte intervengono i divieti
sociali, gli impedimenti, le costrizioni e le resistenze della comunità di
appartenenza, dall'altra, come in una sorta di doppio, maturano nell'intimo
altri pensieri, altre immagini, altri ricordi che agiscono sugli esistenti. La
coscienza dell'Io narrante, che media tra bisogni istintuali dei personaggi e
contro-tendenze oppressive e censorie della realtà esterna, sembrerebbe
rivestire il ruolo del demiurgo onnisciente, arbitro e osservatore neutrale
delle complesse dinamiche di relazione intercorrenti tra identità etiche
trasfigurate in figure che recitano il loro dramma in un cupo teatro
dell'anima»(da Dino Manca, Introduzione a L'edera cit.).
Sentimento religioso
«In realtà il sentimento di adesione o repulsione autorale
rispetto a questo o a quel personaggio, trova nella religiosità professata e
vissuta, una delle discriminanti di fondo. Di fronte al dolore,
all'ingiustizia, alle forze del male e all'angoscia generata dall'avvertito
senso della finitudine, l'uomo può soccombere e giungere allo scacco e al
naufragio, ma può altresì decidere di fare il salto, scegliendo il rischio
della fede e il mistero di Dio. Altri tormenti, vive chi, nel libero arbitrio,
ha scelto la via del male, lontano dal timor di Dio e dal senso del limite, e
deve sopportare il peso della colpa e l'angoscia del naufrago sospeso sull'abisso
del nulla»(da Dino Manca, Introduzione a L'edera cit.).
Personaggi
«Le figure deleddiane vivono sino in fondo, senza sconti, la
loro incarnazione in personaggi da tragedia. L'unica ricompensa del dolore,
immedicabile, è la sua trasformazione in vissuto, l'esperienza fatta degli
uomini in una vita senza pace e senza conforto. Solo chi accetta il limite
dell'esistere e conosce la grazia di Dio non teme il proprio destino. Portando
alla luce l'errore e la colpa, la scrittrice sembra costringere il lettore a
prendere coscienza dell'esistenza del male e nel contempo a fare i conti col
proprio profondo, nel quale certi impulsi, anche se repressi, sono sempre
presenti. Ma questo processo di immedesimazione non conosce catarsi, nessun
liberatorio distacco dalle passioni rappresentate, perché la vicenda tragica in
realtà non si scioglie e gli eventi non celano alcuna spiegazione razionale, in
una vita che è altresì mistero. Resta la pietas, intesa come partecipazione
compassionevole verso tutto ciò che è mortale, come comprensione delle
fragilità e delle debolezze umane, come sentimento misericordioso che induce
comunque al perdono e alla riabilitazione di una comunità di peccatori con un
proprio destino sulle spalle. Anche questo avvertito senso del limite e questo
sentimento di pietà cristiana rendono la Deledda una grande donna prima ancora
che una grande scrittrice».
Una Sardegna mitica
Deledda esprime una scrittura personale che affonda le sue
radici nella conoscenza della cultura e della tradizione sarda, in particolare
della Barbagia. «L'isola è intesa come luogo mitico e come archetipo di tutti i
luoghi, terra senza tempo e sentimento di un tempo irrimediabilmente perduto,
spazio ontologico e universo antropologico in cui si consuma l'eterno dramma
dell'esistere.»
«Intendo ricordare la Sardegna della mia fanciullezza, ma
soprattutto la saggezza profonda ed autentica, il modo di pensare e di vivere,
quasi religioso di certi vecchi pastori e contadini sardi (...) nonostante la
loro assoluta mancanza di cultura, fa credere ad una abitudine atavica di
pensiero e di contemplazione superiore della vita e delle cose di là della
vita. Da alcuni di questi vecchi ho appreso verità e cognizioni che nessun
libro mi ha rivelato più limpide e consolanti. Sono le grandi verità
fondamentali che i primi abitatori della terra dovettero scavare da loro
stessi, maestri e scolari a un tempo, al cospetto dei grandiosi arcani della
natura e del cuore umano...»
Lingua e stile
È stata la stessa Deledda a chiarire più volte, nelle
interviste e nelle lettere[senza fonte], la distanza tra la cultura e la
civiltà locali e la cultura e la civiltà nazionali. Ma anche questo suo parlare
liberamente del proprio stile e delle proprie lingue ha suscitato e suscita
soprattutto oggi interpretazioni fuorvianti, e tuttavia ripropone senza posa
l'intenso rapporto tra civiltà-cultura-lingua come una equazione mal risolta.
In una sua lettera
scrive:
«Leggo relativamente poco, ma cose buone e cerco sempre di
migliorare il mio stile. Io scrivo ancora male in italiano - ma anche perché
ero abituata alla lingua sarda che è per se stesso una lingua diversa
dall'italiana.»
La lingua italiana è quindi, per lei sardofona, una lingua
non sua, una lingua che deve conquistarsi. La composizione in lingua italiana,
per uno scrittore che assuma la materia della narrazione dal proprio vissuto e
dal proprio universo antropologico sardo, presenta numerose e sostanziali
difficoltà e problemi. Né il dibattito recente sul bilinguismo è riuscito
ancora a chiarire questo rapporto di doppia identità. Doppia identità per
questa specie particolare di bilinguismo, e di diglossia che è stata per secoli
la "condizione umana degli scrittori italiani non toscani; ma anche dei
toscani, quando non componevano in vernacolo".
L'attività epistolare e autocorrettoria di Grazia Deledda è
ben ponderata, cosa che non le impedì di scrivere in lingua italiana questa
lettera del 1892 sull'italiano: «Io non riuscirò mai ad avere il dono della
buona lingua, ed è vano ogni sforzo della mia volontà». Dall'epistolario e dal
suo profilo biografico si evince un distinto senso di noia per quei manuali di
lingua italiana che avrebbero dovuto insegnarle lo stile e che avrebbero dovuto
esserle di aiuto nella formazione della sua cultura letteraria di autodidatta,
di contro emerge una grande abitudine alla lettura e una grande ammirazione per
i maestri narratori attraverso la lettura dei loro romanzi.
Quella di Deledda era una scrittura moderna che ben si
adattava alla narrazione cinematografica, infatti dai suoi romanzi vennero
tratti diversi film già nei primi anni dieci del XX secolo. Nel 1916 il regista
Febo Mari aveva incominciato a girare Cenere con l'attrice Eleonora Duse,
purtroppo a causa della prima guerra mondiale il film non fu mai concluso.
Nel più recente dibattito sul tema delle identità e culture
nel terzo millennio, il filologo Nicola Tanda ha scritto: «La Deledda, agli
inizi della sua carriera, aveva la coscienza di trovarsi a un bivio: o
impiegare la lingua italiana come se questa lingua fosse stata sempre la sua,
rinunciando alla propria identità o tentare di stabilire un ponte tra la
propria lingua sarda e quella italiana, come in una traduzione. Comprendendo
però che molti di quei valori di quel mondo, di cui avvertiva imminente la
crisi, non sarebbero passati nella nuova riformulazione. La presa di coscienza,
anche linguistica, della importanza e dell'intraducibilità di quei valori, le
consente di recuperare termini e procedimenti formali del fraseggio e della
colloquialità sarda che non sempre trovano in italiano l'equivalente e che
perciò talora vengono introdotti e tradotti in nota. Nei dialoghi domina meglio
l'ariosità e la vivacità della comunicazione orale, di cui si sforza di
riprodurre l'intonazione, di ricalcare l'andamento ritmico. Accetta e usa ciò
che è etnolinguisticamente marcato, imprecazioni, ironie antifrastiche,
risposte in rima, il repertorio di tradizioni e di usi, già raccolto come
materiale etnografico per la Rivista di tradizioni popolari, che ora impiega
non più come reperto documentario o decorativo ma come materiale estetico
orientato alla produzione di senso. Un'operazione tendenzialmente
espressionistica che la prosa italiana, malata di accademismo con predilezione
per la forma aulica, si apprestava a compiere, per ricavarne nuova linfa,
tentando sortite in direzione del plurilinguismo o verso il dialetto».
Alcuni studiosi asseriscono che Deledda, benché sardofona,
abbia deciso di scrivere in lingua italiana, in risposta al clima di
italianizzazione e omogeneizzazione culturale, per raggiungere un più ampio
mercato.
Commenti
Posta un commento