ANGELO MARIANO DE ALMEIDA EX CALCIATORE BRASILIANO
A MATERA CON IL SUO RISTORANTE “A BARRACA”

Da calciatore a ristoratore decide di vivere nella città dei
Sassi, affascinato dalla sua bellezza e dalla sua Storia, da “Vergogna d’Italia”,
a Capitale Europea della Cultura 2019.
Ha appena staccato dal suo lavoro in cucina, nella sua
churrascaria, di “autentic brazilian cuisine”, la cucina brasiliana, il locale
caratteristico, inevitabilmente con la maglia giallorossa del Lecce alla
parete, e i migliori tagli di carne brasiliana, con le bibite brasiliane, la
“capiroska timbalada”, “l’aqua que passaarinho nao bebe”, in una festa di
colori, naturalmente con musica brasiliana, lassù nella storia tutta diversa
dei “Sassi” materani che lo hanno affascinato e spinto a piantare le tende per
la sua vita post-pallonara.
A Matera ci aveva giocato per un anno, 2017-2018, Angelo,
venti partite in serie C, dopo che aveva conquistato la promozione in B con il
Foggia. «Poi tornai in Puglia per un anno, Gravina, bellissima, il fascino
della Murgia, per tornare infine in questa Basilicata che mi stava ormai
prendendo l’animo, a Montescaglioso. Tornare in Brasile o restare qui?
L’interrogativo durò poco più di un attimo. Matera si stava facendo splendida.
Ricordo che ne parlavano prima per la sua povertà, per la sua arretratezza,
difficoltà a sopravvivere, quasi uno dei posti più poveri, del Sud, nonostante
il grande fascino. E invece Matera è cresciuta in fretta, ha saputo valorizzare
i suoi grandi tesori, le ricchezze della sua storia, sino a vincere il derby
con la città di Lecce per diventare capitale europea della cultura,
un’occasione che ha sfruttato alla grande, con straordinaria abilità. Matera è
bellissima e sa raccontare se stessa, il prestigio e l’incanto delle sue
origini. Arrivano da tutto il mondo grandi personaggi. Ha assunto una
dimensione universale. Passata la parentesi maledetta del Covid che speriamo
non si riprenda la scena e ci costringa ancora ad una sopravvivenza difficile,
la gente ha ritrovato il sorriso, l’entusiasmo lo leggi sulla faccia delle
persone. Restare qui ne è valsa la pena, qui ho pensato di innestare la mia
cultura su quella materana, proporre qualcosa di speciale come la cucina
brasiliana, con le carni che arrivano dalla mia terra, dal Brasile,
dall’Argentina, con gli straordinari tagli rossi. Naturalmente non mancano i
prodotti alla brace, la salsiccia, il pollo prodotti di carne italiane. La
settimana nostra è un po’ particolare, partiamo sempre dal buffet di antipasti.
La mia famiglia è tutta impegnata nella Barraca, mia moglie Elaine, i miei due
figli Angelo di 14 anni, Rafael di 12, nati tutti e due a Lecce. Poi mi aiuta
pure mio fratello Anselmo che ha lasciato da poco anche lui il Brasile».
Scelta di vita
Meglio la cucina che la panchina da allenatore? «Ci ho
pensato, dopo aver smesso di giocare dopo le due esperienze di Gravina e con il
Montescaglioso. Sì, ho pensato per un po’ di provare ad allenare, di allungare
la mia vita calcistica come fanno tanti calciatori. Ma poi mi sono innamorato
della cucina e qui non potevo delegare nessuno, anche per via della chiusura
con il maledetto Covid. Adesso amo sino in fondo questo lavoro che mi dà
grandissime soddisfazioni, perché mi piace coinvolgere la gente, i clienti,
entusiasmarli per le novità che riusciamo a proporre. Si è allargata anche qui
la mia sfera di amicizie».
Gli amici sono importanti per il brasiliano di Corinthians
che ha compiuto il dodici di giugno quarantuno anni, e che dalla raffinata
scuola brasiliana, dal Criciuma approdò direttamente a Lecce nel mercato di
riparazione del 2004-2005, quello delle contraddizioni zemaniane, con i 73 gol
subiti che pesarono sui 67 segnati, meno solo della Juventus. «A Lecce ho
abitato prima in via Gramsci e poi in via Cosenza, sulla strada per andare a
Merine. Stavo straordinariamente bene, ho più amici a Lecce che in Brasile, è
una città dal fascino unico con il Barocco come una magia che cattura chi ci
arriva e con la gente con la quale riesci a tessere rapporti umani veri,
sinceri. Essere giocatore a Lecce significa vivere l’entusiasmo di una
tifoseria che ti spinge sempre a dare il meglio di te stesso. Se poi hai la
fortuna di vincere due campionati significa vivere pagine di storia che ti
accompagnano per la vita, come accade a me. Io ho vinto con Papadopulo e con De
Canio. E ho vinto con la gestione di Giovanni Semeraro che ho avuto modo di
apprezzare. Una gestione verso la quale non mi pare che ci sia stato tutto il
riconoscimento che per me sarebbe stato meritato. In un certo senso con
Papadopulo avevamo un po’ l’obbligo di cercare la promozione pur senza
dimenticare però che era una B con Bologna e il Chievo allenato da Gasperini
che avrebbe poi preso il volo. Fummo promossi ai play off. Con De Canio ci guardammo
in faccia a gennaio e fu un grande impegno: “dobbiamo farcela”. Vincemmo sulla
scia dell’entusiasmo, primi, davanti a tutti. Per me quello è stato uno dei
migliori campionati della mia carriera, come poi quello col Siena in serie A.
De Canio è un materano e mi capita di incontrarlo qui nella città dei “Sassi”,
qualche volta al mercato e magari all’incrocio del semaforo. Ogni incontro
scatta nell’animo uno dei ricordi più belli, di quella vittoria da record».
E adesso che il Lecce è tornato in A, ha voglia di tornare
sugli spalti del “suo” Via del Mare, per fare un tifo d’inferno, un tifo
brasiliano-leccese. «Magari insieme con i miei tifosi. È stato un grandissimo
Lecce, quello di Sticchi Damiani, Corvino e Baroni.
Primo assoluto come il mio Lecce. Ora che sono andati via i
capi storici, Gabriel, Lucioni e Coda, arriveranno i talenti che Corvino riesce
a scoprire in giro per il mondo, magari negli angoli più impensati, più
lontani. L’anno dei Mondiali, con l’Italia tristemente a casa, renderà tutto più
difficile. Il Lecce si costruirà il suo futuro guardando alle provinciali che
ormai da anni ce la fanno a restare a galla. Sono i modelli vincenti. Perché
sia a lungo serie A».
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