LA BASILICATA RICCA DI PETROLIO E NIENT’ALTRO

C’è una contraddizione che da decenni grava sulla
Basilicata, una terra che custodisce sotto i suoi campi la più grande riserva
petrolifera terrestre d’Europa – oltre il 75% delle estrazioni italiane
avvengono qui – ma che resta tra le regioni più povere e fragili del Paese. I
numeri parlano chiaro: la Basilicata si spopola, invecchia, e non riesce a
trattenere i suoi giovani, mentre le infrastrutture restano ferme al secolo
scorso.
È la fotografia che consegna l’ex sindaco di Sant’Angelo le
Fratte, Michele Laurino, in una nota indirizzata soprattutto ai sindacati
dell’area interna del parco del petrolio della Basilicata.
La storia recente della Basilicata – continua Laurino – si
intreccia con quella del petrolio, soprattutto nella Val d’Agri. Negli anni di
massima produzione, i pozzi lucani arrivavano a estrarre oltre 80.000 barili al
giorno, una quantità enorme per una regione di poco più di mezzo milione di
abitanti. Sembrava l’inizio di una nuova era: si parlava di una “Svizzera del
Sud”, di una terra pronta a reinvestire quella ricchezza in servizi pubblici
moderni, ospedali efficienti, università di ricerca e una rete viaria degna di
questo nome. Ma il sogno non è mai diventato realtà.
La chiave di questo paradosso è nel sistema delle royalty,
ossia la quota che spetta alla regione per ogni barile estratto. In Basilicata,
questa percentuale è appena dell’1,6%: una cifra irrisoria se confrontata con
quanto avviene altrove. In Canada, per esempio, la regione dell’Alberta
trattiene oltre il 40% del valore delle sue risorse petrolifere. Così, per
anni, miliardi di euro hanno preso altre strade: le casse delle multinazionali,
i bilanci dello Stato centrale, lasciando ai territori che ospitano i pozzi
poco più che l’impronta dei macchinari.
Le conseguenze: spopolamento, povertà, isolamento. Tra il
2014 e il 2023 la Basilicata ha perso oltre 30.000 abitanti. Interi paesi si svuotano,
le scuole chiudono, i giovani partono in cerca di lavoro altrove. Il reddito
pro capite resta tra i più bassi del Paese, superando di poco Calabria e
Campania (fonte: Banca d’Italia). La viabilità è ancora un tallone d’Achille.
L’emblema è la SS 598 “Fondo Valle d’Agri”, un’arteria strategica che dopo
decenni è ancora un cantiere incompiuto. Nessun grande ospedale di riferimento,
nessun centro di ricerca d’avanguardia, nessuna vera ricaduta sulla qualità
della vita quotidiana.
Ciò che resta oggi è un senso diffuso di delusione: una
ricchezza che non ha generato benessere, un territorio che si è fatto carico
dei rischi ambientali e paesaggistici, ma non ha ricevuto in cambio quello che
gli spettava. «È stata un’occasione colossale sprecata», denuncia Michele
Laurino, un tradimento dello sviluppo che dimostra come possedere una risorsa
preziosa non basti. Servono scelte politiche coraggiose, contratti equi e una
visione che metta la comunità al centro».
La domanda che si pone l’ex sindaco è la stessa che si fanno
molti lucani: cosa resta del petrolio? Un settore che continua a produrre, ma
che non ha saputo innescare un vero riscatto sociale ed economico. Eppure, la
lezione è chiara: senza una strategia che trasformi le risorse in opportunità
durature, ogni giacimento resta solo un forziere aperto da cui gli altri
attingono, lasciando dietro di sé un deserto.
Corriere dell’Irpinia
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