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ATTACCO DI USA E ISRAELE ALL’IRAN

COME SIAMO ARRIVATI FIN QUI

Quali sono le motivazioni dell'escalation e cosa aspettarsi ora a livello regionale e internazionale

Focus Medio Oriente e Nord Africa · Relazioni Transatlantiche

Stati Uniti e Israele hanno avviato una vasta offensiva congiunta contro l’Iran. L’operazione, chiamata “Ruggito del Leone” e preparata da tempo, è scattata in mattinata e – secondo fonti israeliane – dovrebbe protrarsi per almeno quattro giorni. L’azione avrebbe dimensioni e intensità superiori rispetto all’attacco condotto a giugno dall’amministrazione Trump contro siti nucleari, poiché questa volta nel mirino ci sarebbero Teheran e varie città e aree del Paese. Tra i possibili obiettivi figurerebbe anche la guida suprema Ali Khamenei, che però, secondo fonti iraniane, sarebbe stato trasferito in un luogo protetto. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato che si tratta di “un’azione preventiva” volta a neutralizzare le minacce contro Israele, proclamando lo “stato di emergenza immediato” e ipotizzando una possibile reazione da parte di Teheran. Il presidente statunitense, Donald Trump, ha confermato l’operazione, sostenendo che sia necessaria per tutelare i cittadini americani. Secondo Trump, l’Iran avrebbe tentato di espandere il proprio programma nucleare: “Non ci riusciranno mai”, ha affermato, ribadendo che Teheran avrebbe respinto ogni proposta di accordo nei round di colloqui che si sono tenuti nelle ultime settimane. L’offensiva, stando alle prime ricostruzioni, si starebbe sviluppando sia via mare che via terra. Il New York Times riferisce che sarebbero in corso numerosi attacchi americani condotti da velivoli decollati da basi in Medio Oriente o da portaerei. Teheran ha già annunciato una controffensiva contro Israele e le basi USA in Medio Oriente e le sirene hanno già iniziato a risuonare in varie località dello stato ebraico. Con lo scontro diretto tra Stati Uniti e Iran, e il coinvolgimento di Israele, il Paese vive in un clima di tensione diffusa e incertezza, in cui l’attenzione si sposta rapidamente dalle notizie dell’attacco alle sue possibili conseguenze.

Il contesto

L’attacco statunitense arriva in una fase in cui l’Iran si presenta già indebolito, sia sul piano interno che su quello regionale, e in cui anche la postura americana nella regione si è fatta più assertiva. Nelle ultime settimane, le proteste interne – inizialmente di matrice economica – hanno messo sotto pressione l’apparato di sicurezza iraniano, sempre più concentrato sul controllo del fronte domestico. Già dopo il 7 ottobre, l’Iran si trovava in una fase di crescente esposizione e sotto una rinnovata pressione internazionale, in un contesto di indebolimento economico e regionale. Le proteste interne e la repressione che ne è seguita hanno contribuito a riportare Teheran al centro dell’attenzione internazionale, rafforzando il livello di scrutinio politico e diplomatico sul Paese. A partire dal 7 ottobre, l’evoluzione del conflitto in Medio Oriente ha modificato gli equilibri regionali e ha portato a un rafforzamento della presenza e dell’attenzione statunitense, aumentando la pressione sull’Iran e sui suoi alleati. È nell’intreccio tra un Iran internamente sotto stress, una postura regionale meno solida e un ruolo americano più diretto che si è creato il contesto in cui l’attacco ha potuto prendere forma.

Carovita: l’origine delle proteste

A partire dalla fine di dicembre 2025, l’Iran è stato attraversato da una nuova ondata di proteste, inizialmente innescata dal carovita e dalla rapida svalutazione del rial, che tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 ha toccato nuovi minimi storici sul mercato parallelo, erodendo il potere d’acquisto e colpendo in modo particolare le fasce urbane e commerciali. Le prime mobilitazioni sono emerse nei bazar e nei grandi centri urbani, con scioperi e chiusure di negozi legati all’aumento dei prezzi dei beni essenziali. Nel giro di pochi giorni, tuttavia, le proteste hanno progressivamente cambiato natura, spostandosi da rivendicazioni economiche a una contestazione politica più ampia, con slogan diretti contro la leadership della Repubblica islamica e contro il sistema di potere che la sostiene.

Dopo un iniziale parvenza di cooptazione e dialogo, la risposta delle autorità è stata caratterizzata da una repressione estesa, con arresti di massa, uso della forza contro i manifestanti e un blackout delle comunicazioni che è durato per quasi tre settimane. In questo contesto, tra gennaio e febbraio 2026, la crisi interna iraniana ha iniziato a produrre effetti anche sul piano internazionale. Donald Trump ha inizialmente minacciato un intervento militare come risposta alla repressione delle proteste, collegando la violenza contro i manifestanti alla possibilità di un’azione armata statunitense. Con il protrarsi delle mobilitazioni e il consolidarsi dello scontro interno, la linea della Casa Bianca ha però cambiato il suo approccio: la prospettiva di un attacco è stata quindi utilizzata come strumento di pressione per spingere Teheran a riaprire il dossier sul programma nucleare iraniano e ad accettare nuovi colloqui che portino allo smantellamento del programma di Teheran ma che l’Iran vuole in qualche modo mantenere. In questo quadro, l’instabilità interna è diventata una variabile della strategia esterna, intrecciando protesta sociale, repressione e negoziato nucleare.

Proteste, repressione e shutdown

La risposta delle autorità iraniane alle proteste è stata segnata fin dall’inizio da una repressione sistematica, con arresti di massa, uso della forza contro i manifestanti e un ricorso crescente agli internet shutdown come strumento di controllo. A partire dall’8 gennaio 2026, dopo circa dieci giorni di mobilitazioni iniziate a fine dicembre, il governo ha imposto un blackout quasi totale della rete, protrattosi per oltre venti giorni, con accessi solo intermittenti e fortemente limitati, rendendo più difficile documentare quanto accadeva nelle strade e coordinare le proteste su scala nazionale. Allo stesso tempo, il sistema di potere iraniano ha mostrato una capacità di tenuta già vista in crisi precedenti, fondata su una struttura altamente centralizzata e su un apparato di sicurezza coeso, in particolare le Guardie della Rivoluzione (IRGC) e i servizi di intelligence, rimasti leali alla leadership. L’assenza di una leadership unitaria delle proteste, la frammentazione territoriale del Paese e il controllo dell’informazione hanno limitato la possibilità di trasformare una mobilitazione ampia ma discontinua in una sfida politica organizzata. In questo quadro, il regime ha potuto adottare una strategia di contenimento selettivo – repressione mirata, arresti preventivi e deterrenza – evitando concessioni politiche sostanziali ma anche un collasso immediato, confermando quanto sia difficile, in Iran, tradurre una protesta sociale diffusa in un cambio di potere rapido.

Lo scontro con Israele e USA

L’attacco all’Iran non è una prima assoluta. A giugno del 2025, per la prima volta nella storia, le forze aeree americane hanno bombardato alcune infrastrutture legate al programma nucleare iraniano. Nei giorni precedenti si era consumata quella che Trump ha ribattezzato “Guerra dei 12 giorni”, un confronto militare tra Israele e Iran, iniziato la notte tra il 12 e il 13 giugno con una serie di raid israeliani contro obiettivi della Repubblica islamica. Si è trattato del primo scontro diretto e ad alta intensità tra i due paesi. Il governo di Benjamin Netanyahu aveva annunciato la campagna aerea contro l’Iran come un’operazione a scopo preventivo, pensata per impedire a Teheran di dotarsi di armi nucleari. In quell’occasione, se da un lato Trump ha assecondato Israele ordinando il bombardamento ad alta profondità del sito nucleare di Fordow, dall’altro ha imposto a Netanyahu il cessate il fuoco immediato, rimandando quella che alcuni descrivevano come una possibile “spallata finale” alla Repubblica islamica.

Una crisi che viene da lontano

L’escalation del giugno 2025 è stata certamente il primo scontro ad alta intensità fra Teheran e Tel Aviv – con l’inedito coinvolgimento diretto degli USA – ma già nei mesi precedenti Israele e Iran si erano scontrati militarmente sia in modo diretto che indiretto. In particolare, ad aprile e a ottobre del 2024 c’erano già state due gravi escalation – con lanci di droni e missili in entrambe le direzioni e raid aerei israeliani contro la Repubblica islamica – ma l’origine di quest’ultima spirale di tensione risale addirittura ai fatti del 7 ottobre 2023. A seguito dell’attacco di Hamas a Israele, infatti, la guerra ha coinvolto i vari attori del cosiddetto “Asse della resistenza” guidato dall’Iran, come il partito-milizia libanese Hezbollah, il movimento Houthi in Yemen e altre milizie sciite nella regione. Il conflitto, complici l’indebolimento del “Partito di Dio” libanese e la caduta di Bashar al-Assad in Siria, ha notevolmente ridimensionato questo sistema regionale, considerato il principale elemento di deterrenza della Repubblica islamica, insieme al programma missilistico.

Il ruolo di Washington

Gli Stati Uniti considerano l’Iran come una potenza ostile sin dalla rivoluzione del 1979, dopo la quale nacque la Repubblica islamica. Gli interessi statunitensi in Medio Oriente, e in particolare nel Golfo, ruotano storicamente attorno a sicurezza energetica e tutela degli alleati, soprattutto Israele e le monarchie del Golfo. Il Golfo Persico, dove si concentra una buona parte dello spiegamento militare americano nella regione, è cruciale perché ospita risorse energetiche vitali e snodi marittimi strategici come lo Stretto di Hormuz. Nei decenni gli USA hanno adottato con l’Iran una politica oscillante tra confronto e apertura. Da un lato, hanno spesso perseguito il contenimento e l’indebolimento del regime (sanzioni, isolamento diplomatico, pressione militare indiretta), temendone l’ideologia antioccidentale e l’influenza regionale. Dall’altro, in alcuni momenti – soprattutto attorno al dossier nucleare – hanno cercato canali di dialogo che portarono all’accordo del 2015 (JCPOA), visto come un tentativo di integrare l’Iran in un quadro negoziale, limitandone le ambizioni nucleari in cambio dell’allentamento della morsa sanzionatoria occidentale contro la Repubblica islamica.

Il dossier nucleare

Proprio il dossier nucleare torna spesso al centro del dibattito sull’Iran, come avvenuto in tutte le crisi degli ultimi tre anni. Fino ai bombardamenti statunitensi dello scorso giugno l’approdo di Teheran all’atomica veniva periodicamente dato per prossimo dalle autorità israeliane e ridimensionato dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA). Tuttavia, con l’indebolimento dell’Asse della resistenza, non è da escludere che le autorità iraniane – o perlomeno la frange più oltranziste dell’élite dirigente –possano considerare di ripristinare il programma nucleare e tornino a vedere nell’atomica l’unico modo per ripristinare una qualche forma di deterrenza, soprattutto verso l’unico paese della regione a possederla, Israele, che insieme agli americani ha colpito duramente e in profondità il territorio iraniano.

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